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Il programma lo faccio io

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Ieri realizzare trasmissioni voleva dire tenere in salotto un intero Paese, oggi non ci sono più neppure i salotti La fruizione è diventata “streamcasting” in un ecosistema che ci permette di costruire un palinsesto personale
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Streamcasting: l’annuario dell’Università Cattolica di Milano usa un neologismo per dire quale televisione abbiamo visto quest’anno: un po’ broadcast, un po’ streaming; un po’ mass media tradizionale, un po’ servizi on demand. Certo, i telegiornali sono sempre lì, pure le fasce orarie, i programmi del mattino e il quiz preserale; cionondimeno, in attesa che a cambiare le cose arrivi l’IA, nell’ecosistema televisivo italiano piattaforme, algoritmi e sistemi di raccomandazione ci permettono già da qualche anno di costruirci il nostro personalissimo palinsesto.

Cosa però ci abbiamo messo dentro, quest’anno? Sanremo e gli eventi sportivi, innanzitutto. Nel passaggio da Amadeus a Carlo Conti tutto è filato liscio, nella città dei fiori (a parte qualche patema contrattuale), e per lo sport per fortuna ci sono Sinner e il tennis, non tanto il calcio o la Formula 1. Sono tornati in auge i vecchi sceneggiati di una volta, e così, dopo Il Conte di Montecristo, la Rai ha riproposto, con grande s…

Streamcasting: l’annuario dell’Università Cattolica di Milano usa un neologismo per dire quale televisione abbiamo visto quest’anno: un po’ broadcast, un po’ streaming; un po’ mass media tradizionale, un po’ servizi on demand. Certo, i telegiornali sono sempre lì, pure le fasce orarie, i programmi del mattino e il quiz preserale; cionondimeno, in attesa che a cambiare le cose arrivi l’IA, nell’ecosistema televisivo italiano piattaforme, algoritmi e sistemi di raccomandazione ci permettono già da qualche anno di costruirci il nostro personalissimo palinsesto.

Cosa però ci abbiamo messo dentro, quest’anno? Sanremo e gli eventi sportivi, innanzitutto. Nel passaggio da Amadeus a Carlo Conti tutto è filato liscio, nella città dei fiori (a parte qualche patema contrattuale), e per lo sport per fortuna ci sono Sinner e il tennis, non tanto il calcio o la Formula 1. Sono tornati in auge i vecchi sceneggiati di una volta, e così, dopo Il Conte di Montecristo, la Rai ha riproposto, con grande successo, persino Sandokan, la tigre della Malesia, a cinquant’anni dalla prima messa in onda. All’appello mancano solo, per un confronto col 1976, Spazio 1999 e Anna, o meglio: Dov’è Anna?, il telefilm più visto nella storia della televisione, con una media spettatori intorno ai 24 milioni.

Cosa significa tv oggi, e cosa ieri: se uno guarda i numeri, lo capisce al volo. Ieri voleva dire tenere in salotto un intero Paese; oggi, non ci sono più nemmeno i salotti.

Alla metà degli anni Settanta, la tv non sposava più quella missione pedagogica nazionale che aveva svolto nei primi decenni del secondo dopoguerra: non in pieno, almeno. Altrimenti, come sarebbe potuta partire, ancor prima della Domenica in di Corrado, L’Altra Domenica di Renzo Arbore, geniale mix di umorismo e irriverenza, canzonature e improvvisazioni? E come giustificare l’avvento della tv a colori? A differenza del resto d’Europa, l’Italia dell’austerity l’aveva rimandata il più possibile, per timore di spinte consumistiche, di fiammate inflazionistiche, forse persino di illogiche allegrie, come se gli occhiali e i gessati di Ugo La Malfa e di Aldo Moro, di Zaccagnini e Berlinguer, e pure la veste talare di Paolo VI (e il Giubileo del ’75, con regia di Zeffirelli) o i polsini di Gianni Agnelli (e le tribune politiche del ’76, regia di non so chi) dovessero essere visti e immaginati per forza in bianco e nero. Quell’anno, invece, arriva il telecomando, arrivano le tv private (a livello locale) e arriva pure il colore, a titolo sperimentale: in estate, con le Olimpiadi di Montreal, e poi in autunno, con i gol di Antognoni e Bettega all’Inghilterra, due a zero e qualificazione ai Mondiali al sicuro. Arriva, insomma, un’altra Italia.

Oggi, invece? La qualificazione non è affatto al sicuro – e cosa significhi per la Rai un altro mondiale senza l’Italia non oso nemmeno pensarlo –, ma soprattutto non abbiamo solo il colore: abbiamo pure la possibilità di colorare a nostro piacimento, se solo disponiamo dell’app giusta. Che modifica l’immagine, ricrea la voce, anima i volti: fa tutto. Non sarà come il 1976, ma forse un’altra mutazione è alle porte.

In ogni caso, però, la storia dei media non sempre procede per sostituzione, più spesso tenta la strada dell’ibridazione. La tv non ha soppiantato la radio, e i canali online non hanno ancora fatto fuori i vecchi broadcasters. C’è una tendenza centrifuga – che vuol dire: non un solo dispositivo, non un solo orario per vedere i programmi, non un solo modello di business – ma c’è anche una controtendenza centripeta, per cui è ancora la televisione a consacrare programmi e personaggi. Non tutto, ormai, passa di lì, ma quel che passa, e vi si afferma, rimane anche. Niente di strano, dunque, se tra i nomi più popolari del 2025, vanno messi ancora Gerry Scotti e Maria De Filippi e, tra i programmi, ancora e sempre i gialli della Rai, Imma Tataranni e Mina Settembre.

Poi ci sono i flop: Antonino Monteleone, Luca Barbareschi e Ilary Blasi, ad esempio, e le loro trasmissioni chiuse anzitempo. Ma non rassegniamoci neppure a pensare che quella di ieri (quella in bianco e nero) era una tv di qualità, mentre quella di oggi va avanti solo a colpi di reality – sempre più bolsi – e talk show – sempre più urlati –. L’ultima buona notizia dell’anno che finisce è infatti l’inserimento di M. Il figlio del secolo nella classifica di Time delle migliori produzioni seriali del 2025.

(ansa)

È targata Sky, è diretta da Joe Wright, ma il romanzo è di Antonio Scurati e il protagonista è un insuperabile Luca Marinelli. E, volendo, lo spettatore può rivederla, cosa impossibile cinquant’anni fa.

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