Spettacoli

Michele Di Mauro: “Vengo dalla cantina di un’officina. E sono rimasto un operaio dello spettacolo”

Michele Di Mauro: “Vengo dalla cantina di un’officina. E sono rimasto un operaio dello spettacolo”

Dalle tastiere di una band torinese a Beckett, Eduardo e alla tv del “BarLume” e “Call my agent”, l’attore racconta quarant’anni di teatro: “Sono ancora quel ragazzo imbambolato in platea a vedere Majakovskij”

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“All’inizio c’è Torino, la cantina di un’officina”. Michele Di Mauro, sessantacinque anni, quaranta dei quali passati in teatro da attore, ci invita a passare da lì prima di entrare negli uffici del questore Gianluigi Maria Tassone del BarLume o in quello di Vittorio Baronciani di Call my agent, i due personaggi televisivi cui ha prestato volto e talenti negli ultimi anni.

Di chi era l’officina?

“Di mio padre. Faceva il meccanico, aggiustava motori diesel. Si era trasferito lì con mia madre partendo dalla Puglia,1960”.

Classica emigrazione interna.

“Ricongiungimento familiare, piuttosto. Mio nonno viveva già a Torino da un po’. Faceva il fotografo, aveva una tipografia”.

E lei che combinava in quell’officina?

“Sono partito con la musica. Ci facevo le prove con il mio primo gruppo”.

Che strumento suonava?

“Le tastiere. I miei genitori mi avevano concesso il lusso di prendere lezioni di pianoforte”.

Il lusso?

“Facevamo i conti con i conti”.

Come si chiamava la band?

“Astrolabia. Volevamo essere un po’ gli Emerson Lake & Palmer di Torino”.

Ambiziosi.

“Il batterista era bravo”.

Quando arriva il teatro?

“Arriva per caso, qualche anno dopo. Avevo frequentato il liceo artistico, volevo fare l’architetto. Quanto mi piacciono le case… È cambiato tutto il primo giorno di università”.

Folgorato da Frank Lloyd Wright?

“No, ipnotizzato dalla bacheca degli annunci. Un gruppo di cabaret cercava un tastierista. Ci andai, mi presero. E non mi sono mai laureato in architettura”.

Non siamo ancora in teatro però.

“Iniziammo collaborando con lo Stabile di Torino. Mi sono alzato dalle tastiere una battuta alla volta, uno spettacolo alla volta. Fino al primo piccolo ruolo. E poi ho deciso che quella sarebbe stata la mia vita”.

Torino, gli anni di piombo. Nella sua vita non c’è mai stata la politica?

“Sono un uomo di sinistra ma non ho mai frequentato organicamente partiti o gruppi organizzati. La politica l’ho fatta in teatro”.

Fuori dal teatro cosa faceva?

“Finché ho potuto, ho giocato a calcio. Seriamente: due allenamenti a settimana, la partita del sabato”.

Torino o Juventus?

“Sono informazioni pubbliche, messe a verbale nel curriculum: Michele Di Mauro, operaio dello spettacolo, juventino”.

Operaio dello spettacolo?

“Quello dell’attore è un lavoro, all’inizio e per lunghi tratti faticoso e poco remunerativo. E poi non mi piace sentirmi il capo: sono più a mio agio se condivido le scelte con gli altri”.

È riuscito subito a mantenersi con il teatro?

“Ho aperto subito la partita iva, quindi sì, sono stato costretto a mantenermi sin da subito. Ho fatto tv, laboratori, radio: con Max Casacci dei Subsonica scrivevo musiche per i programmi. E poi io - che non ho formazione accademica, canonica - ho studiato insegnando agli altri. Imparando insieme agli altri”.

Fondando una sua scuola.

“La Tnt. Sta per Teatro Non Teatro. La aprimmo in un circolo Arci con un’idea che ho tuttora: il teatro deve essere un luogo in cui si discute, si mangia, si soffre, si vive”.

A metà degli anni novanta c’è stato anche il cinema.

“Ho la sensazione che al cinema io non ci sia ancora arrivato. Esordisco nel 1994, protagonista di Portami via. Discreto successo, andammo in qualche festival. Poi piccole parti: con Guido Chiesa ho fatto Il partigiano Johnny e con Marco Ponti”.

Con cui ha girato Santa Maradona, semplicemente un cult.

“Ero uno dei manager con cui Accorsi faceva colloqui su colloqui”.

Intanto Shakespeare, Fassbinder, Cechov. Le regie di Binasco, Latella, Martone. Non si è perso una stagione teatrale.

“Mai saltata una”.

Dicono che il teatro stia messo bene.

“Sì, dopo il Covid c’è voglia di condividere spazi reali. Ma se posso: non sono molti i registi capaci di portarti altrove. Dovrebbe essere il compito del teatro”.

Restando qui. È sposato con Stefania Bertola, scrittrice. Siete il primo pubblico l’uno dell’altra?

“Non leggo mai le sue bozze, non viene mai alle mie prove. Preferiamo il libro finito e lo spettacolo messo a punto come si deve”.

Vostra figlia farà la scrittrice o l’attrice?

“Non mi sono mai posto la questione. Abbiamo adottato Caterina nel 2008. Le abbiamo solo voluto dare la gioia e la serenità che non ha avuto nei suoi primi anni di vita”.

Andiamo alla tv. Al BarLume?

“Prima del BarLume ho fatto Passioni: telenovela all’italiana, metodo venezuelano. 100 puntate in quattro mesi, vedevi il copione solo la mattina in cui dovevi girare. Una palestra eccezionale”.

Che allenamento ha fatto per diventare Tassone?

“Ero stato a Palermo per mettere in scena un testo di Salvo Licata. E con Roan Johnson, regista della serie, abbiamo pensato al commissario siciliano. Soprattutto abbiamo pensato a divertirci. Doveva durare una sola stagione, non ci siamo più fermati”.

E Call my agent?

“Adoravo la versione francese. Vado a fare il provino, mi richiamano. Dicono: la buona notizia è che sei il protagonista”.

La cattiva?

“Ho dovuto perdere 15 chili”.

Che cibo sognava durante la dieta?

“Cotoletta alla milanese. Potrei mangiarla ovunque, in qualsiasi orario”.

La cosa che più la infastidisce?

“L’arroganza senza costrutto”.

Nelle ultime settimane ha portato in scena Finale di partita di Beckett. Lei si alza dal tavolo o gioca fino alla fine?

“Le partite non sono mai finite”.

La prossima che gioca in scena?

“La grande magia di Eduardo. Replichiamo dopo il successo dell’anno scorso”.

La grande magia è quella del teatro stesso. Ricorda la prima volta che ha subito quell’incantesimo?

“Teatro Gobetti di Torino, trascinato lì con i miei compagni di classe, nessuno voleva andarci. In scena Il bagno di Majakovskij. Sono ancora quel ragazzo imbambolato in platea”.

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