Spettacoli

Yoko Yamada: “La mia famiglia nippobresciana e come la comicità mi ha salvata dalla skin care”

Yoko Yamada: “La mia famiglia nippobresciana e come la comicità mi ha salvata dalla skin care”

Approda a “Lol” (dal 23 aprile su Prime Video) l’artista stand up che ha debuttato a “Comedy central” e “Italia’s got talent”. Dopo gli studi di lingue orientali la folgorazione per il teatro. Il sogno? Interpretare Giulietta

7 minuti di lettura

Yoko Yamada ha 33 anni, è nata a Brescia da mamma lombarda e papà giapponese (venuto in Italia negli anni Settanta perché amava il sole e il mare. “E sei venuto a Brescia?”, una delle sue storiche battute). Cresciuta senza mai parlare giapponese in casa, dopo il diploma linguistico si trasferisce a Venezia per studiare lingue orientali e mentre lavora part time in un grande negozio beauty, frequentato soprattutto da clienti cinesi che le parlano nel loro idioma senza che capisca una parola Yoko ha una folgorazione per la stand up comedy.


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È il 2018. Da allora ci sono stati i primi “open mic”, la partecipazione a vari programmi di Comedy Central, Italia’s got talent dove è arrivata in finale, ha accompagnato Cattelan nel suo tour Salutava sempre e ha portato nei teatri i suoi spettacoli: Pizza sul gelato, Mary Poppins e i doni della morte, Stella scintillina, attualmente in tour. Dal 23 aprile è una dei partecipanti alla sesta stagione di Lol – Chi ride è fuori.

"Lol 6 - Chi ride è fuori", dal 23 aprile la nuova stagione del comedy game

Quale è stato il momento in cui ha pensato che la sua storia, la sua identità, le cose che le erano capitate, potevano diventare spunto di comicità?

"Dopo i miei primi cinque, sette minuti di pura stand up sul palco di fronte a un pubblico di meno di cento persone che ho fatto ridere ho pensato qualcosa c’è. Facendo un passo indietro mi capitava di essere in una situazione come una festa di compleanno di un amico e come niente facevo amicizia con sconosciuti raccontando semplicemente le cose che mi succedevano. A quel tempo abitavo a Venezia, facevo la commessa, parlavo del mio lavoro, dei rapporti coi clienti cinesi, con i quali succedevano un sacco di incomprensioni e le persone ridevano, erano curiose. Poi ho visto Luca Ravenna a teatro a Venezia e ho pensato: voglio provarci anche io. Il teatro mi ha sempre attratto ma non pensavo di diventare una comica, da adolescente vedevo Zelig ma mi sembrava lontanissimo da me. Per me è stato come se per anni avessi visto le partite dell’NBA senza capire che esisteva anche il campetto sotto casa. Vedere qualcuno dal vivo è stata la mia rivelazione”.

E da bambina?

"Sicuramente il fatto di essere metà e metà ha portato molta curiosità verso di me. Ho un flash alle elementari: si va a fare la gita, tutti col panino e io con gli onigiri di riso. Tutti curiosi di capire cosa mangiassi, in questo mi sono sentita sempre diversa, ma in modo molto positivo. O quando veniva un’amichetta a casa e vedeva il giardino zen o banalmente il temperamatite a scatoletta che allora non era ancora diffuso nelle cartolerie italiane e mio papà portava dal Giappone. Sono stata una bimba giocosa e solare, anche se con mio fratello litigavo sempre, lui ha quattro anni più di me, poi abbiamo una sorella del 2000. A Natale c’era il momento in cui recitavo la poesia, mi mettevano su una sedia e io mandavo a memoria, era una cosa che dovevo fare. Oppure la recita di fine anno dalle suore alle elementari non era qualcosa che ricordo con gioia. A Natale mi facevano solitamente fare il bue o l’asinello troppo asiatica per fare la Madonna, troppo mora per fare l’angioletto…”

Nella stand up si parla spesso di sé e dei propri familiari. La sua famiglia come ha reagito?

"Ovviamente c’è sempre una parte di maschera, una comic persona, come dicono gli inglesi. A me è venuto facile parlare di me, ho questi tratti somatici poi apro la bocca e ho questa cadenza un po’ bresciana, un po’ veneta che già faccio ridere. Parlare della mia famiglia è stato naturale. Per me le serate a Brescia sono quelle che mi mettono più ansia perché so che nel pubblico ci possono essere familiari, amici. Solo mia mamma ha otto tra fratelli e sorelle, a Natale siamo trentadue. Compagni delle elementari, medie, liceo. Però hanno reagito bene…"

E quando ha deciso che questo sarebbe stato il suo mestiere?

"I miei genitori hanno reagito in modo diverso. Quando ho iniziato facevo la commessa la mattina e la comica la sera, chiedevo cambi turno in continuazione perché magari da Venezia dovevo andare a Milano: facevo la mattina andavo alla serata e poi tornavo il giorno dopo e facevo il turno del pomeriggio. Vendevo trucchi e profumi, un mondo a me lontanissimo. La skin care… a oggi mi sciacquo la faccia, è tanto se metto la crema idratante ogni tre giorni. Finché a un certo punto ho deciso di licenziarmi, è stata una decisione sofferta. Mia mamma non era affatto contenta, era molto preoccupata: perché era un contratto stabile a tempo indeterminato. Un anno e mezzo fa poi quell’azienda, un vero colosso, ha fallito…”

E suo padre?

"Mio padre mi ha detto una parola: prova. D’altronde uno che negli anni Settanta ha lasciato il Giappone per venire in Italia, non è come oggi che puoi dire “ti mando un whatsapp quando arrivo”. Per lui lasciare un lavoro part time che neanche mi apparteneva per sperimentare una vera passione dalla quale vedevo però già i primi frutti si poteva fare. In più avevo anche uno stile di vita semplice: condividevo l’appartamento con altri”.

Perché da Brescia a Venezia?

"Ho fatto il linguistico alle superiori, ho studiato inglese, francese e tedesco e c’era il tarlo del giapponese. Che non sapevo, se non frasi come hai lavato i denti? Hai fatto i compiti? Andiamo. Avevo anche il disagio che quando eravamo in Giappone dai nostri zii e cugini, mio padre doveva sempre tradurre e così al momento di decidere l’università ho cercato dove potessi imparare il Giapponese. C’era Bergamo, troppo vicina a Brescia, Napoli, troppo lontana e così Venezia. Mi sono laureata in triennale, il secondo semestre l’ho fatto a Tokyo, difficilissimo studiare i caratteri. Dopo due settimane, ho pensato che sarei andata in burnout. Lì è stato l’apice del mio giapponese, quando sono andata a trovare la zia nel nordovest del Giappone ad Akita ho fatto fatica. Poi sono tornata e l’ho disimparato. Tanto che dopo dieci anni sono tornata a Tokyo con la mia compagna, per trovare mio fratello Daigaro che vive là e adesso lui lo sa molto meglio di me. Siamo andate a trovare mia zia che mi ha detto ‘come somigli a tua mamma’ ma io non ho capito assolutamente niente”.

Dopo i primi spettacoli poi è arrivata la tv. A Italia’s got talent ha conquistato i quattro giudici: Mara Maionchi, Khaby Lame, Elettra Lamborghini e Frank Matano. Che ricordo ha?

"Ricordo una lunghissima giornata, ore e ore nei camerini. Sembrava che il turno non arrivasse mai. E poi sul palco mi è sembrato di non essere stata più di venti secondi, qualcosa di breve e intensissimo. Come un flash, sono stata contenta che la giuria e il pubblico abbiano gradito molto”.

È stata la tv a dare la patente di comica?

"In realtà molto più i live. Ricordo in particolare l’estate 2020 un’esibizione a Padova all’aperto, venivamo dalla primavera della pandemia. C’è stato quel tira e molla, mascherine sì mascherine no. Quel giorno arriva la notizia “mascherine anche all’aperto”, quindi il mio pubblico portava le mascherine, non vedevo se ridevano o no, ho dovuto interpretare lo sguardo, allungare l’orecchio. Ecco mi sono detta ‘se superi questa hai fatto’”.

Ci sono pezzi di molti anni fa che continuano a girare sui social, online, come il racconto del suo coming out. Che rapporto ha con questi vecchi vecchi?

"È strano perché a me sembrano lontanissimi. Magari dopo lo spettacolo qualcuno viene a chiederti la foto, a farti i complimenti e mi dicono ‘speravo facessi il pezzo con l’imitazione di tuo papà’ o ‘peccato che non hai fatto quel pezzo’… ma io nel frattempo sono andata avanti. Oggi più che parlare di mio padre o del coming out parlo del fatto che scopri che JK Rowling dice che le donne trans non sono donne e tu che sei cresciuta con Harry Potter come ti comporti? Ho 33 anni, ormai mi sono presentata e il fatto che sono lesbica e metà giapponese l’abbiamo archiviata”.

Avevi un piano B?

"Se non avessi fatto la comica, avrei fatto l’antropologa. All’università Ca’ Foscari ho fatto indirizzo antropologico che mi ha appassionato moltissimo. Se domani non facessi più questo lavoro, non sarebbe una tragedia, vado a lavorare in pizzeria. E magari la sera continuo a fare stand nella stessa pizzeria. Nella vita la cosa che mi fa stare felice è la mia famiglia, la mia compagna, ci amiamo moltissimo, ci siamo trasferite in questo nuovo appartamento a Padova da poco, ho tanti amici. E ovviamente ho un lavoro che mi dà soddisfazione. Però ogni tanto ci penso dopo gli spettacoli, bagno di folla, tanta gente che vuole la foto, ma se poi dopo non avessi qualcuno a cui tornare che senso avrebbe?”

Veniamo all’oggi. Lol che esperienza è stata?

"Esperienza incredibile. Anche se io all’inizio non volevo farlo. Io quella roba dell’improvvisazione ero convinta proprio di non saperla fare, mi sono presa un pomeriggio per pensarci, ne ho parlato con gli amici che mi hanno detto ‘ma sì con quelle facce che fai’. Poi mi sono resa conto che c’erano delle cose divertenti che avrei potuto fare, qualcosa mi è venuto in mente pure sotto la doccia… e ho detto sì. Probabilmente avevo solo paura di improvvisare. Nonostante i miei tre anni di improvvisazione”.

Chi è che le ha dato più filo da torcere?

"Sicuramente Carlo Amleto che non conoscevo di persona, ma avevo visto dei video, in un paio di sketch mi ha messo in crisi. E poi Francesco Mandelli è quello che insieme a Scintilla mi hanno messo più in difficoltà”.

Con Paolo Cevoli avete scherzato sulla differenza tra stand up e cabaret. È più una questione generazionale o di linguaggio?

"Direi entrambi. Di generazione sicuramente perché chi fa cabaret oggi solitamente ha una certa età. Difficilmente un ragazzo oggi che vuole fare comicità fa cabaret… Però è anche di linguaggio perché se un giovane vuol fare il personaggio non c’è niente di male. In America la stand up riempie i palazzetti, qui ancora per riempirlo devi essere più ibrido. Un Enrico Brignano, che mi fa impazzire, o Teresa Mannino, idem, a guardarla con gli occhi di oggi a me sembra stand up ma magari altri direbbero di no…”

I social possono essere una grande piattaforma soprattutto quando si inizia, però per un comico possono essere anche un concorrente, visto che online puoi trovare battute e sketch all’infinito.

"Il mio rapporto coi social è di profondo odio. Anche se mentirei se dicessi che ne posso fare a meno, se vedo che i reel girano, raggiungono 1 milione di visualizzazione, ci sono i commenti positivi io so che tutto questo si tramuta in biglietti acquistati a teatro. Vedi i tuoi follower che crescono e sei contenta ma poi pensi quanti follower hanno il cane di Chiara Ferragni? Vorrei far sparire i social se potessi perché me la vivo male io, penso che ci mettano più angoscia che altro. Mi capita anche di discuterne coi miei manager perché delle volte mi chiedo è così importante essere onnipresenti? È uno strumento che mette mi mette a disagio, anche solo dire ‘vi aspetto a teatro’ su instagram ci perdo 40 minuti perché non mi viene naturale. C’è una differenza tra chi è nato sul palco e chi sui social, sono due strumenti diversi e io sicuramente sono più adatta al primo”.

Sogno nel cassetto?

"Il sogno del cassetto è recitare, mettermi nei panni di un personaggio diverso di me, fosse per il teatro o il cinema. Ho fatto corsi di recitazione, non vedo l’ora di scoprire se sono in grado o no… Magari no, perché ho troppa cadenza, perché sono finta, chissà, ma mi piacerebbe che un regista me ne desse l’opportunità. Sogno di fare Giulietta… con i costumi, le scenografie...”.

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