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Bruno Barbieri: “Faccio fatica a trovare un hotel, non mi vuole nessuno”

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Dalle navi da crociera a “4 Hotel”, lo chef racconta la gavetta, il successo e la sua idea di ospitalità: “Vi svelo il segreto del mitico topper”
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Tra poco ci tornano gli alberghi in casa. E l’omino con le giacche a quadri, Bruno Barbieri, chiederà per noi il conto e naturalmente il topper. Personaggio singolare perché munito di cattiveria gentile e perfidia sorridente, Barbieri, oltre che di competenza indiscussa, qui racconta la strada fatta per arrivare a quella reception: mica sempre c’è qualcuno, dall’altra parte, quando si suona il campanello. Bisogna saper aspettare. E le risposte costano a volte un’immane fatica.

Com’è andata la sua avventura, Bruno?

«Ho penato tanto, ho sputato sangue. Fino ai quarant’anni non avevo un soldo in tasca».

Lei, cosa voleva diventare?

«Se possibile, me stesso. Mi sono cercato senza smettere, finendo anche lontano».

Sembra di scorgere all’oriz…

Tra poco ci tornano gli alberghi in casa. E l’omino con le giacche a quadri, Bruno Barbieri, chiederà per noi il conto e naturalmente il topper. Personaggio singolare perché munito di cattiveria gentile e perfidia sorridente, Barbieri, oltre che di competenza indiscussa, qui racconta la strada fatta per arrivare a quella reception: mica sempre c’è qualcuno, dall’altra parte, quando si suona il campanello. Bisogna saper aspettare. E le risposte costano a volte un’immane fatica.

Com’è andata la sua avventura, Bruno?

«Ho penato tanto, ho sputato sangue. Fino ai quarant’anni non avevo un soldo in tasca».

Lei, cosa voleva diventare?

«Se possibile, me stesso. Mi sono cercato senza smettere, finendo anche lontano».

Sembra di scorgere all’orizzonte il fumo di un piroscafo.

«Più o meno. Ho fatto l’aiuto in cucina sulle navi da crociera e lì ho imparato cosa vuol dire lavorare, essere coordinati e attenti, far parte di una squadra. Mai paura. Prima ancora, ero andato in autostop da Panama alle cascate di Iguazú, scoprendo che nel mondo c’è tanta buona gente che può ospitarti e confortarti. A 17 anni ero già via di casa, mio papà non era contento, ci siamo spiegati tardi ma pazienza».

Cos’è 4 Hotel?

«Un racconto italiano. Ci sono famiglie di albergatori che propongono la loro storia, e la storia quasi sempre si racchiude negli oggetti di casa, nelle piccole cose. Il programma fa spettacolo, certamente, ma dentro una verità che è quella delle persone. Secondo me è un’occasione educativa. Esagero, forse persino culturale. Ho la presunzione di avere contribuito al miglioramento della qualità del servizio di alberghi e ristoranti, e mi riferisco pure a MasterChef».

In che senso?

«Ora c’è più informazione concreta, più consapevolezza. Da tempo, ormai, non si va al ristorante solo per riempirsi la pancia, o in hotel solo per mettersi un tetto sopra la testa. Modestamente, un poco, pochissimo, c’entra anche Bruno Barbieri».

Ma che succede quando è lei a chiedere una stanza, senza telecamere al seguito?

«Sa che a volte faccio fatica? Quel rompicoglioni di Barbieri può essere un problema, non mi vuole più nessuno».

Non ci crediamo, anche perché questo programma è anche una pubblicità incredibile.

«Vero, le puntate vanno avanti a rullo per anni: 4 Hotel ha creato occupazione, e tanti albergatori hanno capito che il mondo corre ai mille all’ora e non bisogna fermarsi. L’hotellerie era rimasta agli anni Settanta. Però, in Italia è proprio difficile, c’è ancora troppa burocrazia, per gli imprenditori è un incubo di carta bollata ed è un peccato perché poi, quando c’è da lavorare, noi italiani restiamo i migliori. Negli Stati Uniti comunichi alle autorità di voler aprire un locale, lo fai seguendo le regole, poi arriva il controllo prima dell’apertura: e se non hai fatto tutto per bene, ti sospendono la licenza e arrivederci. Io, per un mio ristorante a Londra ci ho messo sei mesi solo per imparare lo smaltimento dei rifiuti, e ho dovuto assumere due persone».

Cosa vedremo nella nuova stagione che comincia il 6 settembre?

«Luoghi fuori dal circuito consueto delle vacanze, penso a Brescia sotterranea, al Monferrato o alla Sila in ottobre con il foliage spettacolare: lì ho scoperto un trenino che va di paese in paese. Sarà una stagione di 4 Hotel fuori dal prevedibile».

Con Bruno Barbieri sempre più severo?

«Severo ma giusto, senza mai dimenticare il sorriso. Però, se apro un frigobar e trovo una bottiglia di plastica per l’acqua, con un bicchiere di plastica in un sacchetto di plastica, allora mi scateno. Una volta mi capitò di contare i pezzi di plastica dentro una stanza: settanta! La sostenibilità ambientale è un mio chiodo fisso».

Non crede che in tivù si parli troppo di cibo?

«No, se lo si fa per migliorare. Bisogna spiegare come fare la spesa perché il frigorifero non si trasformi in un cimitero. Mai andare al supermercato a stomaco vuoto, altrimenti si compera di tutto. E bisogna andarci con il foglietto con le cose di cui abbiamo bisogno: attenzione a mettere nel carrello solo quelle. E la spesa si fa a piccole tappe, due o tre volte la settimana, non una volta ogni tanto comprando cibi per un reggimento che poi andranno a male. Regola aurea per frutta e verdura: seguire le stagioni. La lezione di Carlin Petrini resta fondamentale: ci manca moltissimo».

Lei ha costruito la sua figura pop, oppure è nata da sé?

«Provengo da una famiglia modesta, il mio sogno era lavorare e arrivare da qualche parte. Papà mi voleva ingegnere stradale: scappai. La vita non è stata sempre facile, lo racconto in un libro autobiografico che uscirà tra un mese e vi sorprenderà. Ci ho messo soprattutto la tenacia, e l’aiuto di tante persone per me importanti».

Ci parli ancora delle esperienze in alto mare.

«Mi sono servite sempre. Quando, molti anni più tardi, mi è stato chiesto di ideare il menù di un’importante società di crociere, ho capito di non poterci mettere le sogliole per non rischiarne l’estinzione: ne sarebbero servite tonnellate. Una crociera vuol dire dar da mangiare a 3500 persone in due ore, tre volte al giorno, senza che alla fine manchi nulla e nulla avanzi. Non si può essere men che perfetti, e soltanto il lavoro insegna a lavorare».

Un incontro indimenticabile?

«L’elenco è lungo. Però mi viene in mente, al volo, una trattoria fuori Beirut nella quale un cameriere tutto sdentato mi raccontò di avere servito Hemingway in gioventù».

Ci perdoni, ma non possiamo congedarla senza chiederle del mitico topper.

«Sarà stato una trentina d’anni fa, ero da amici in Australia e mi misero a dormire nella stanza dei ragazzi. Al mattino mi svegliai riposatissimo, una favola, e cercai di capire perché. Mi venne mostrata quell’imbottitura a me sconosciuta, e mi fu detto che il merito era senz’altro del topper. Così, andai immediatamente a comprarne uno, pagai qualcosa come 250 dollari ma ne servirono altri mille per spedirlo in Italia. Però mi ha cambiato la vita. Quel topper ce l’ho ancora».

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