Bracardi un genio, con Catenacci pre-vide Vannacci e il suo antidoto: una sonora pernacchia
di Francesco MerloLa profezia più attuale, che allora ci divertiva e oggi ci spaventa, è quella del fascista Catenacci. Al solito e scontato repertorio di camicie nere e di “quando c’era lui caro lei”, Bracardi aggiunse, come un vero preveggente, il suffisso peggiorativo in “acci”, un dispregiativo che, sebbene accompagnato da un “peppeppé”, rimandava a Farinacci, a Bombacci, ai Petacci, ai tipacci e alle squadracce e, come in un incantesimo dadaista, cinquant’anni dopo si sarebbe inverato in Vannacci.
Giorgio Bracardi era un genio, la maschera popolare che, smorfiando e gracchiando, pre-vide l’Italia. E infatti profetizzò anche l’antidoto a Catenacci-Vannacci, che non era l’iscrizione all’Anpi o una manifestazione antifascista, ma il rito pagano della pernacchia esagerata, la pernacch…
La profezia più attuale, che allora ci divertiva e oggi ci spaventa, è quella del fascista Catenacci. Al solito e scontato repertorio di camicie nere e di “quando c’era lui caro lei”, Bracardi aggiunse, come un vero preveggente, il suffisso peggiorativo in “acci”, un dispregiativo che, sebbene accompagnato da un “peppeppé”, rimandava a Farinacci, a Bombacci, ai Petacci, ai tipacci e alle squadracce e, come in un incantesimo dadaista, cinquant’anni dopo si sarebbe inverato in Vannacci.
Giorgio Bracardi era un genio, la maschera popolare che, smorfiando e gracchiando, pre-vide l’Italia. E infatti profetizzò anche l’antidoto a Catenacci-Vannacci, che non era l’iscrizione all’Anpi o una manifestazione antifascista, ma il rito pagano della pernacchia esagerata, la pernacchia antifascista appunto: “Becchete questa: prrrrr”. Ed è una scala tellurica che va ben oltre le variazioni di Eduardo De Filippo, è il pernacchione che supera tutti i gradi misurabili.
L’irriverenza ghigno, la boccaccia intelligente, la fisicità da marionetta sfrontata di Bracardi, che frequentava i libri di storia, era consapevolmente ispirata a Totò e inconsapevolmente ai balli meccanici di Depero, ai balletti russi di Djagilev.
Renzo Arbore si ritrae dai paragoni altisonanti che hanno sempre un tocco comico, ma Quelli delle notte è stato il nostro “Cabaret Voltaire”, che i dadaisti avevano inventato a Zurigo, mescolando arte e salsicce, genialità e baccano (svegliavano Lenin che dormiva di fronte e chiamava la polizia). E il più dadaista di tutti era Bracardi che, terribilmente scorretto, persino oltre le sfrontatezze di Charlie Hebdo, era “l’ebreo israeliano” nello stereotipo antisemita. Con il cappello da rabbino, la barba e le treccine - “shalom, shalom” - cantando salmi, teneva in mano un frammento di polistirolo del muro del pianto e “regalava” a Arbore una palla-souvenir con la neve che cadeva su Tel Aviv, ma in cambio voleva almeno diecimila lire. “È vergognosa questa” commentava Arbore.
È ancora Bracardi che, molti anni prima di Mani pulite voleva mandare tutti “in galeera”. E profetizzò il populismo di Beppe Grillo quando si mise a cantare “la situazione è grave non se può più… se ce fosse Pippe Baude a comandar, peeeeee! peeeee!”. E forse erano profezie anche l’uccellaccio Scarpantibus, che nessuno sapeva come fosse fatto, il conte Bracula, che mordeva le giacche con le dentiere di plastica, Max Vinella e il professor Marcellini, quello che perdeva “li pecuri” e l’altro che gridava “Patroclo”.
Forse molte profezie di Bracardi sono ancora smarrite nel non-senso e ci aspettano come un destino.