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Ryder Cup, buche, risse e invasioni: la coppa della discordia incorona l’Europa

Si è concluso a Roma l’evento più atteso di golf: gli Stati Uniti aggressivi con avversari e tifosi. Molinari: “Noi motivati dalle loro buffonate”
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ROMA — L’Europa è stata una squadra, per questo ha vinto la Ryder Cup di golf a Roma. Ha studiato ogni ciuffo d’erba del campo del Marco Simone, mentre i giocatori americani erano in vacanza. Ha evocato gli spiriti guida dei grandi giocatori del passato, mentre i dodici campioni stelle e strisce ridevano con una birra in mano e continuavano a scherzare su gesti che sono sembrati a tutti una polemica. Molto prima che arrivasse il punto decisivo dell’inglese Tommy Fleetwood, dell’invasione a fine gara di un pubblico colorato pronto a ritrarsi per la premiazione, una vigilia turbolenta ha preceduto l’ultima giornata della Ryder Cup. “Gli Usa ci hanno fatto un regalo con quella buffonata sabato alla buca 18, hanno motivato tutti noi” spiega il vice capitano europeo Edoardo Molinari.

Viktor Hovland con il trofeo

 (reuters)

Ryder Cup, a Roma l’edizione del “cappellino”

La prima Ryder Cup italiana, un successo di pubblico che ha radunato 50 mila persona al giorno nella zona est di Roma, passerà alla storia come l’edizione del “cappellino”. Tutto nasce dalle voci di una forma di protesta contro la mancanza di premi – una tradizione nella Ryder Cup – che l’americano Patrick Cantlay, avrebbe inscenato non indossando il copricapo ufficiale: un gesto che gli costa la contestazione dei tifosi europei per tutta la giornata, e scatena la reazione del compagno Justin Thomas quando vince la sua partita. In quel momento tutto il team Usa sventola il berretto verso il pubblico ostile, e il portabastoni di Cantlay, Joe LaCava, ripete lo stesso gesto disturbando il campione nordirlandese Rory McIlroy che sta per eseguire il suo colpo. E se la lega al dito: poco più tardi attaccherà un altro componente del Team Usa, il caddie di Justin Thomas Jim “Bones” Mackay, nel parcheggio della clubhouse. Rissa sfiorata, tensione che si trasforma in rabbia agonistica quando il team europeo si ritrova la sera in hotel. “Hanno fatto gli ultrà”, attacca Edoardo Molinari, “quando siamo tornati nello spogliatoio tutti ci siamo detti: meglio perdere quel punto ed essere incattiviti domenica. Così è stato”.

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Ryder Cup, la rissa sfiorata e le accuse

Grottesco anche il retroscena del giorno dopo: LaCava, il caddie-ultrà, assicura che tutto è stato risolto, ma McIlroy nega deciso. “Gli Stati Uniti non capiscono quanto sia importante fare squadra” è tagliente Viktor Hovland, il norvegese superstar del golf. Da aggiungere al quadro la scena di un americano, Justin Thomas, che simula il gesto di togliersi un cappellino, si porta la mano all’orecchio, sbatte il suo bastone per terra e inveisce contro la folla che gli fa “buuu”.

Il capitano europeo Luke Donald alza la coppa

 (reuters)

Ryder Cup, la strategia vincente dell’Europa 

Ma la vittoria dell’Europa non si riduce a una reazione di fronte alle intemperanze americane. È una vittoria scientifica, come i dati che il capitano inglese Luke Donald e Molinari hanno analizzato fino a costruire le formazioni dei doppi chiamati foursomes: 7 vittorie su 8. È calda, come il pubblico che ha invaso la buca 18 per festeggiare la vittoria, o come le lacrime dello spagnolo Jon Rahm e di Rory McIlroy lunedì sera, ricordando l’umiliazione di due anni prima. Ha un’anima, che l’inglese Justin Rose spiega così: “Siamo uniti da una cultura e da una generazione di giocatori che ci hanno preceduto”.

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Ryder Cup, un successo che nasce dall’armonia

Anche McIlroy, a modo suo, dice molto: “Ci prendiamo per il culo a vicenda e abbiamo il senso dell’umorismo”. Ed è curioso sentire un nordirlandese come lui, che ha rifiutato la Brexit, alle Olimpiadi ha rappresentato l’Irlanda ma non rifiuta Belfast, parlare di cosa accomuna i dodici vincitori di fronte alla bandiera dell’Unione Europea: “Dopo le leggende che ci hanno preceduto come Severiano Ballesteros, ora siamo noi i custodi della maglia europea”. Ogni due anni, è bello sentirlo dire.

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