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Ecco come Luis Enrique ha trasformato il Psg in una squadra vera (col benestare di Mbappé)

Luis Enrique

 (ansa)
L’ex ct della Spagna, chiamato a ricostruire il club di Parigi dopo gli anni fallimentari delle stelle, punta sul possesso palla e sul collettivo: “Ma c’è ancora tanto da fare”. Non parlerà francese fino a quando non lo saprà fare perfettamente. Martedì a San Siro la sfida al Milan
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MILANO – Adesso si va allo stadio per andare a vedere il Psg, non più soltanto quelli che giocano nel Psg: Luis Enrique, l’hombre vertical che spesso s’irrigidisce in un estremismo di pensiero persino eccessivo, sta lentamente ma inesorabilmente cambiando la natura della formazione più glamour e meno efficace dell’ultimo decennio, portando il concetto di squadra al di sopra dei soldi e delle stelle, dei gangli economici e politici della proprietà qatarina o più semplicemente di un progetto che negli anni si è rivelato così fallimentare da squinternare una sfilza di allenatori di grande valore come Tuchel, Pochettino, Emery, Galtier su su fino ad Ancelotti. L’allenatore a Parigi è stato considerato alla stregua di un male necessario o, nel migliore dei casi, uno disciplinato dipendente al servizio delle stelle. Niente di più.

Luis Enrique, l’allenatore al centro: lo voleva anche Mbappé

Luis Enrique ha ribaltato l’assioma, anche se il primo a farlo era stato in realtà Kylian Mbappé…

MILANO – Adesso si va allo stadio per andare a vedere il Psg, non più soltanto quelli che giocano nel Psg: Luis Enrique, l’hombre vertical che spesso s’irrigidisce in un estremismo di pensiero persino eccessivo, sta lentamente ma inesorabilmente cambiando la natura della formazione più glamour e meno efficace dell’ultimo decennio, portando il concetto di squadra al di sopra dei soldi e delle stelle, dei gangli economici e politici della proprietà qatarina o più semplicemente di un progetto che negli anni si è rivelato così fallimentare da squinternare una sfilza di allenatori di grande valore come Tuchel, Pochettino, Emery, Galtier su su fino ad Ancelotti. L’allenatore a Parigi è stato considerato alla stregua di un male necessario o, nel migliore dei casi, uno disciplinato dipendente al servizio delle stelle. Niente di più.

Luis Enrique, l’allenatore al centro: lo voleva anche Mbappé

Luis Enrique ha ribaltato l’assioma, anche se il primo a farlo era stato in realtà Kylian Mbappé: quando annunciò che non avrebbe rinnovato il contratto in scadenza nel giugno prossimo (la questione è ancora aperta, ma la sensazione diffusa è che il fenomeno firmerà e resterà) e di conseguenza venne messo fuori rosa dal club, in realtà voleva forzare la mano proprio su questo aspetto e invitare la dirigenza ad “approfittare” delle dismissioni di Neymar e di Messi (e di Verratti, spedito in Qatar assieme a un gruppetto di esuberi) per costruire finalmente una formazione razionale, logica, equilibrata e guidata da un allenatore che non fosse solamente un assemblatore ma prima di tutto un creatore di collettività. E con una sola stella da servire: Mbappé, appunto. Che il Milan, martedì sera a San Siro, proverà a fermare.

Psg, oggi il gioco conta più dei giocatori

Il fatto che il lavoro sia cominciato con Mpabbé fuori rosa (venne reintegrato solamente alla vigilia di Ferragosto) ha aumentato l’ascendente di Luis Enrique, perché, in assenza del giocatore più carismatico, inconsciamente la squadra ha spostato verso l’allenatore l’asse della leadership. Lucho ha stravolto i concetti di gioco del Psg, che per anni aveva come unico scopo quello di far arrivare in qualche modo la palla ai tre davanti ma senza armonia, senza compattezza, senza una vera cultura difensiva né una veste tattica precisa. L’ex ct della Spagna ha puntato su quello che sa: il possesso palla estenuante, il pressing altissimo, lo spirito marcatamente offensivo, le distanze corte, la feroce concentrazione difensiva e la parità di trattamento, mettendo sullo stesso piano la vedette e il ragazzino.

Luis Enrique: “Voglio un Psg imprevedibile per gli avversari ma prevedibile per noi”

Il suo manifesto è questa frase: “Cerco di rendere il Psg imprevedibile per gli avversari ma prevedibile per noi”. Significa che Lucho sta lavorando a un gioco di connessioni in cui l’intesa tra i giocatori diventi naturale, memorizzata ma non standardizzata. Vuole che i suoi facciano cose conosciute ma sorprendenti. C’è un modulo di base (dal 4-3-3 è infine approdato dove voleva, al 4-2-4) ma ci sono mille modi per interpretarlo e applicarlo. Conta molto come i giocatori si sentono tra loro: Hakimi e Dembélé hanno stretto un patto sulla fascia destra, Mbappé ha aggiunto all’intesa coi suoi compagni di nazionale, Kolo Muani e lo stesso Dembélé, quella con Vitinha e soprattutto con Lee, che si alternano alla sua sinistra. In difesa si è saldata la coppia Skriniar-Marquinhos, in principio traballante. E il fulcro della squadra, adesso, sono i due ragazzetti che governano il centrocampo, il formidabile diciassettenne Zaïre-Emery e il 22enne uruguayano Ugarte. Due mediani imberbi e un allenatore fanatico: è questo il nuovo centro di gravità del Psg.

La trasformazione di Mbappé

Il processo di cambiamento è ancora in corso e finora non sono mancati i problemi, come alcune partite finite 0-0 nonostante il possesso palla abnorme (67% con il Clermont, addirittura il 78% con il Lorient) e soprattutto i pesanti scivoloni con il Nizza (2-3 al Parco dei Principi) e il Newcastle (1-4 a St. James Park) nelle due partite di livello più alto affrontate finora (con tutto il rispetto per il Milan, schiaffeggiato 3-0). “Sono molto soddisfatto di ciò che abbiamo fatto finora, ma dobbiamo migliorare ancora molto”, dice Luis. La sensazione, in attesa di ulteriori riscontri è che la strada sia quella giusta, anche se è nella seconda parte della stagione che il Psg ha sempre dissipato le illusioni seminate nella prima. Dopo quel ruzzolone in Champions, tuttavia, sono arrivate cinque vittorie consecutive, tutte con tre gol all’attivo. Il gioco sta cominciando a farsi fluido e quello strano modulo ad avere un senso: Mbappé non è più un’ala sinistra quasi pura, come Vinicius al Real, ma un punta libera che si muove tra un centravanti gregario (Gonçalo Ramos o il suo amico d’infanzia Kolo Muani) e un esterno sinistro anomalo. In quella posizione si alternano il portoghese Vitinha, più centrocampista, e l’altra rivelazione della stagione, il coreano Lee, più fantasista. A Mbappé tutto questo piace, continua a segnare ai suoi soliti ritmi ma non è più l’unico padrone del destino parigino. È un bene per tutti.

Luis Enrique e le liti con la stampa parigina

La vita parigina di Luis Enrique non è comunque facile, non ancora. Ai tempi del caso Mbappé era stata fatta circolare la voce che volesse dimettersi e i rapporti con la stampa francese non sono buoni perché lui, che odia l’aspetto mediatico del suo lavoro (ha dato una sola intervista in vita sua, a un amico di infanzia di Gijon diventato giornalista), si è subito posto in conflitto: lo hanno accusato di rifugiarsi in risposte banali e soprattutto di non spiegare mai le scelte tattiche, dando l’idea di considerare gli interlocutori non alla sua altezza. E finora non ha detto una parola in francese mentre l’italiano ha dimostrato di saperlo ancora benissimo. Anche sulla questione della lingua, però, si sta comportando da professionista: la sta studiando con assiduità, però intende usarla in pubblico soltanto quando saprà esprimersi anche con le sfumature, perché sa quanto sia importante usare il termine giusto al momento giusto e comunicare con precisione i concetti che vuole trasmettere. Nelle prime settimane aveva voluto che i colloqui con i giocatori venissero registrati e poi tradotti, per essere certo che passassero anche i dettagli. In fondo, allena allo stesso modo di come usa il linguaggio: con meticolosità quasi ossessiva.

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