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Alcaraz o la Roja? La Spagna ha lo stesso dubbio che aveva l’Italia tre anni fa

Carlos Alcaraz e Lamine Yamal 
La rubrica settimanale “È sempre domenica”
1 minuti di lettura

Tre anni fa, una domenica esattamente come questa, alla vigilia di due finali, domandavo: «Hai un solo desiderio: la vittoria di Berrettini a Wimbledon o quella della nazionale di calcio agli Europei?». Il tempo passa: alcune cose restano identiche (Djokovic e l’Inghilterra sono sempre lì) e altre cambiano. Lo stesso quiz vale oggi, ma per uno spagnolo: “Alcaraz o la Roja?”. Problema suo. Appunto.

Certo, l’Italia del tennis si è fermata in semifinale con Musetti, ai quarti con Sinner, ha in casa il numero 1 del mondo e la coppa Davis; quella del calcio aveva invece illuso tutti di essere tornata ai massimi livelli poi è sprofondata di nuovo nella voragine che si è aperta dopo i Mondiali del 2006. Ma guardando sempre le cose dal nostro punto di vista, quello del dito, si perde la prospettiva della luna. E quella è la Spagna, la sua capacità di rimanere nel firmamento cambiando stelle. La linea ereditaria non si interrompe. Nadal non era ancora tramontato e spuntava già Alcaraz. Da…

Tre anni fa, una domenica esattamente come questa, alla vigilia di due finali, domandavo: «Hai un solo desiderio: la vittoria di Berrettini a Wimbledon o quella della nazionale di calcio agli Europei?». Il tempo passa: alcune cose restano identiche (Djokovic e l’Inghilterra sono sempre lì) e altre cambiano. Lo stesso quiz vale oggi, ma per uno spagnolo: “Alcaraz o la Roja?”. Problema suo. Appunto.

Certo, l’Italia del tennis si è fermata in semifinale con Musetti, ai quarti con Sinner, ha in casa il numero 1 del mondo e la coppa Davis; quella del calcio aveva invece illuso tutti di essere tornata ai massimi livelli poi è sprofondata di nuovo nella voragine che si è aperta dopo i Mondiali del 2006. Ma guardando sempre le cose dal nostro punto di vista, quello del dito, si perde la prospettiva della luna. E quella è la Spagna, la sua capacità di rimanere nel firmamento cambiando stelle. La linea ereditaria non si interrompe. Nadal non era ancora tramontato e spuntava già Alcaraz. Da Panatta a Sinner sono passati oltre quattro decenni e generazioni avviate (deviate?) verso il padel.

Se la Roja vincerà stasera saranno trascorsi appena 12 anni dall’ultimo trionfo. Per l’Italia ne erano passati 53. E nelle transizioni non è che la Spagna sia sparita: ha continuato a qualificarsi per le fasi finali, a uscire casomai per un rigore, a produrre gli Isco, i Pedri, i Gavi e un gioco sempre decente. In Italia Totti e Del Piero non hanno fatto testamento e Mancini si è inventato una stagione fuori corso, che neppure lui ha saputo continuare. Un solo passaggio di testimone è riuscito, quello da Rossi a Bagnaia, proprio davanti alle ruote di cento spagnoli e molto più velocemente di quello da Marquez 1 a Marquez 2 (tanto che è tornato il primo). Per ragioni mediatiche non è stato debitamente registrato.

Così oggi siamo spettatori quasi disinteressati. Con tutta probabilità tiferemo Spagna perché se lo merita (qualcuno perché la sua squadra ha appena preso Morata), anche se una minoranza cinica starà con l’Inghilterra per dimostrare che il merito è un’utopia da bravi ragazzi che finiscono secondi. E sosterremo Djokovic, nonostante tutto, perché se vincesse Alcaraz il numero 1 morale (con i 2 slam europei consecutivi) sarebbe lui e non il nostro ragazzo, per quanta etica metta nei comportamenti. Per lui l’appuntamento con la finale di Wimbledon è a una domenica del 2026. Che ci arrivi in contemporanea la nazionale di Spalletti ai Mondiali americani, quella sì è un’utopia. Più probabile ci sia la Spagna. E, ancora, Alcaraz. Poi, i loro successori di successo.

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