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Jasmine Paolini tra l’amarezza di Wimbledon e un futuro splendente

Jasmine Paolini
Jasmine Paolini 
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Lo può testimoniare One Jabeur: la più amata non è quasi mai la più fortunata. La tunisina, punto di riferimento di milioni di donne di paesi arabi e non solo, ha perso le finali del 2022 a Wimbledon e poi a New York, mentre l’anno scorso ha di nuovo ceduto il passo sulla Centre Court londinese. Tutti invocavano una sua impresa, e lei l’ha sfiorata in tutt’e tre le occasioni. Jasmine Paolini rivive oggi quelle vicende: sconfitta l’8 giugno all’ultimo atto di Parigi dall’ingiocabile polacca Iga Swiatek, oggi lascia per un nonnulla il titolo più iconico a Barbora Krejcikova, che ingiocabile non è.

Non se la prenderà Flavia Pennetta se dico che un trionfo di Jasmine a Wimbledon avrebbe avuto un valore superiore al suo a Flushing Meadows nel 2015 e che una ragazza classe 1996 che in poco più di un mese va in campo in due finali di slam si candida comunque a diventare la nostra giocatrice-simbolo, come Suzanne Lenglen lo fu per i francesi o, in tempi più vicini, Steffi Graf per i tedeschi. Personalmente sono grato a Paolini di avermi fatto vivere una giornata straordinaria: è un’emozione indescrivibile trovarsi sulle tribune della Centre Court insieme a migliaia di spettatori che adorano questa piccola, sorridente, intelligente atleta salita qui da Bagni di Lucca per vincere: che alla fine non ce l’abbia fatta conta, certo, ma nemmeno così tanto.

Barbora Krejcikova, 29 anni, Wta 24 (ma sarà ufficialmente 10 da lunedì mattina), raro esempio di formidabile doppista passata tardivamente ai tornei di singolare, è un ostacolo che Jasmine all’inizio non sa proprio come superare. Tanto lei è fallosa, tanto la ceca è precisa grazie a un servizio efficace, all’ottimo senso della posizione, alla propensione all’attacco. Di fatto, la vincitrice del Roland Garros 2021 e di sette slam in coppia tra il 2018 e il 2022 domina il primo set. Pur non avendo nulla in comune con la potenza e il controllo totale di Iga Swiatek, Krejcikova chiude il primo set con lo stesso punteggio del match di Parigi: 6-2 ai danni di Jasmine.

Il secondo set è però un’altra storia. Jasmine - che ha riordinato le idee con una pausa negli spogliatoi (“ne avevo bisogno, dovevo calmarmi”) - finalmente gioca come ha mostrato di saper fare quest’anno su ogni superficie: determinata, in sicurezza, attenta al risultato più che allo spettacolo che pure non fa mancare. Ottiene un break in apertura, lo difende e addirittura si ripete in chiusura: 2-6. L’equilibrio caratterizza il terzo set, che ha il proprio passaggio decisivo nel settimo game, quando Jasmine, che è al al servizio, concede due chance di break, la seconda delle quali trasformata da Krejcikova. Sul 5-4 la numero 1 d’Italia e 5 del mondo ha, in risposta, due occasioni per rimettere in conti alla pari, che l’avversaria è brava ad annullare, andando poi a prendersi il titolo sul terzo match point.

A questo livello, spesso le partite si vincono o si perdono per il millimetro di una palla che tocca la riga, per una frazione di ritardo nella risposta, per un challenge chiamato dopo averci pensato forse troppo, per un movimento sbagliato che però esplode in un vincente. Accade, bisogna prenderne atto. “Devo continuare a lavorare e mantenere questo livello di gioco”, dirà ai giornalisti dopo la partita. “È importante stare collegata al presente, perché voglio pensare di avere altre occasioni in futuro”. Su quanto accadrà in termini di pressione mediatica, non ha timori: “Può perfino aiutare”.

L’amarezza nel team italiano è evidente. Non mamma Jacqueline, che sorride e si mangia con gli occhi la figlia. Intervistata sul campo, è Jasmine a rimettere le cose a posto, a spiegare che la vita va avanti, che sono stati due settimane e due mesi eccezionali, che questo è un anno “crazy” (è un aggettivo che pronuncia più volte), che vuole bene a tutti perché la fanno stare bene. Il suo pensiero va sicuramente al coach Renzo Furlan, che ha sempre creduto in lei, al preparatore fisico Andrea Bracaglia, alla fisioterapista Micol Polledri, alla dottoressa Elisabetta Parra. Alcuni di loro sono parzialmente in carico alla Fitp perché dietro ai successi di tanti italiani (“Which is your secret?”, chiedeva stamattina Richard Jones, proprietario della Tennis Library di Wimbledon Park) c’è il riuscito tentativo di fare squadra, di non lasciare soli i nostri talenti, di accompagnarli fin dove è possibile.

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