Albert Einstein ci ha insegnato la relatività del tempo: scorre diversamente a seconda di dove ci si trova. Un uomo in pianura invecchia più lentamente di un uomo in montagna. E un uomo inscritto in un circuito o in qualche perimetro rallenta ulteriormente quel processo. Quando ne esce, sono guai. Per questo i campioni spostano l’inverno più in là, al sole della Florida (Messi) o perfino a quello del deserto saudita (Cristiano Ronaldo). Lo fanno per evitare quel che sta accadendo a Totti, a Ibrahimovic, perfino a Tom Brady.
Quando vent’anni fa venne creato il mondo virtuale noto come Second Life ci fu la corsa a reinventarsi come avatar. Oggi quelle vite di riserva vagano dimenticate in un universo parallelo e inospitale. L’esistenza è, prevalentemente, una. O una e un po’. La grandezza è difficilmente replicabile in altri campi. Quando Totti uscì dall’Olimpico era chiaro a lui per primo che avrebbero spento la luce non alle sue spalle, ma davanti. Ibra, sentendosi una divinità, pensa…
Albert Einstein ci ha insegnato la relatività del tempo: scorre diversamente a seconda di dove ci si trova. Un uomo in pianura invecchia più lentamente di un uomo in montagna. E un uomo inscritto in un circuito o in qualche perimetro rallenta ulteriormente quel processo. Quando ne esce, sono guai. Per questo i campioni spostano l’inverno più in là, al sole della Florida (Messi) o perfino a quello del deserto saudita (Cristiano Ronaldo). Lo fanno per evitare quel che sta accadendo a Totti, a Ibrahimovic, perfino a Tom Brady.
Quando vent’anni fa venne creato il mondo virtuale noto come Second Life ci fu la corsa a reinventarsi come avatar. Oggi quelle vite di riserva vagano dimenticate in un universo parallelo e inospitale. L’esistenza è, prevalentemente, una. O una e un po’. La grandezza è difficilmente replicabile in altri campi. Quando Totti uscì dall’Olimpico era chiaro a lui per primo che avrebbero spento la luce non alle sue spalle, ma davanti. Ibra, sentendosi una divinità, pensava di potersi ricreare, ma così non è stato. Un numero uno difficilmente si moltiplica. Maradona si trascinò da una panchina all’altra. Pelé accettò un incarico di governo, poi tornò a fare Pelé. Messi e CR7 sono inconcepibili senza i pantaloncini corti.
A un diverso livello, nessuno ha ancora ben capito che cosa vorrebbe fare Ibra per il Milan o Totti per la Roma. Rovesciando la famosa frase di John Kennedy, loro sembrano invece sapere che cosa Milan e Roma dovrebbero fare per loro. Il problema di quelli importanti è che sul biglietto da visita mettono nome, cognome e nient’altro. Fuori dal perimetro questo non basta a qualificarli. Qualcosa devono fare: presidente, direttore sportivo, allenatore, uomo immagine. L’impressione è che invece intendano fare sé stessi, non esattamente una professione. Poi certo, se ingaggi Ibra senza il pallone, non puoi stupirti quando rivela un certo disinvolto egocentrismo. A Totti, in campo, tutti davano la palla, come può aspettarsi che fuori non accada?
Tom Brady, considerato il più grande quarterback della storia del football americano, dopo essersi ritirato ha firmato un contratto decennale da 375 milioni di dollari come commentatore sportivo per il canale Fox. Ha debuttato la scorsa settimana, è stato criticato, gira voce stia per tornare a giocare con i Miami Dolphins, il cui quarterback si è infortunato. Lo diceva Szczesny: “Meglio guadagnare abbastanza da non dover poi fare il commentatore in televisione”. A proposito: adesso che cosa farà l’ex numero uno polacco nella sua seconda vita?