Sandro Mazzola è morto, bandiera dell’Inter e azzurro meraviglioso: aveva 83 anni
di Maurizio CrosettiSandro Mazzola è morto a 83 anni. Il grande campione è stato bandiera dell’Inter e della Nazionale: “Uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra", scrive in una nota il club.
Il campione pensava al suo papà, ci pensava sempre ma ne parlava così poco. Il suo papà si chiamava Valentino e aveva lasciato la famiglia per un’altra donna: Sandro e il fratello Ferruccio erano rimasti con la mamma. “Quando debuttai in serie A contro la Juventus, a Torino nel 1961, avevo 19 anni e papà lo avevo perduto da dodici. Andando allo stadio, guardai dal pullman la basilica di Superga e mi tremarono le gambe. Credevo che il papà non ci fosse più, mi ero abituato alla sua assenza, e invece c’era sempre”.
Il confronto col papà e il ricordo sempre vivo
Prima che l’orizzonte lentamente svanisse, non quello di una collina ma della vita intera, perduta nella dimenticanza della malattia prima di chiudersi oggi, Alessandro Mazzola detto Sandro, o Sandrino (nel suo destino c’era il …
Sandro Mazzola è morto a 83 anni. Il grande campione è stato bandiera dell’Inter e della Nazionale: “Uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra", scrive in una nota il club.
Il campione pensava al suo papà, ci pensava sempre ma ne parlava così poco. Il suo papà si chiamava Valentino e aveva lasciato la famiglia per un’altra donna: Sandro e il fratello Ferruccio erano rimasti con la mamma. “Quando debuttai in serie A contro la Juventus, a Torino nel 1961, avevo 19 anni e papà lo avevo perduto da dodici. Andando allo stadio, guardai dal pullman la basilica di Superga e mi tremarono le gambe. Credevo che il papà non ci fosse più, mi ero abituato alla sua assenza, e invece c’era sempre”.
Il confronto col papà e il ricordo sempre vivo
Prima che l’orizzonte lentamente svanisse, non quello di una collina ma della vita intera, perduta nella dimenticanza della malattia prima di chiudersi oggi, Alessandro Mazzola detto Sandro, o Sandrino (nel suo destino c’era il restare piccolo per sempre), amava ricordare tutto, ma non il papà. Un giorno - lui dirigente del Toro: aveva dunque più di cinquant’anni - gli proponemmo un servizio giornalistico sulle tracce del grande Valentino. Gli chiedemmo di salire a Superga insieme, ma Sandro Mazzola gentilmente rifiutò: «Magari un’altra volta». Non disse ciò che in molti sapevano, e cioè che il dolore per quel luogo e quella terribile perdita era una ferita aperta come il primo giorno. Sandro andava sempre a Superga ma da solo, e mai nelle occasioni ufficiali, mai nelle commemorazioni. Aveva vissuto con due condanne interiori: l’abbandono come bambino da parte del padre, e il confronto continuo con lui. Della seconda si sarebbe infine liberato, diventando un campione memorabile, della prima no.
“Quando giocavo nelle giovanili dell’Inter, a volte mi dicevano che ero lì soltanto per il mio cognome, e ci restavo male. Poi, per fortuna, quasi tutti hanno cambiato idea”. Diventò uomo, e calciatore unico, sebbene mai diviso dall’ombra del padre, un mito in fondo classico da Telemaco in giù, vincendo e ricordando. Portò anche un paio di baffi “da grande”, e per tutti diventò Baffo. Come lui nessuno mai.
La staffetta con Rivera
Sandro Mazzola, bandiera dell’Inter, azzurro meraviglioso, calciatore totale. Faceva la mezzala d’attacco e lavorava per la squadra assai più del milanista Rivera: solo questa fu la ragione della famosa staffetta in Nazionale, decisa da cittì Valcareggi, che nessuno dei due mai capì. “Potevamo giocare insieme”, disse Rivera. “Dovevamo giocare insieme”, rafforzò il concetto Mazzola. L’epopea di Messico ’70 ha tramandato un’altra storia, con Sandro in campo contro i tedeschi nel primo tempo del romanzesco Italia-Germania 4-3, e Gianni nel secondo: Mazzola lavorò sodo e uscì, Rivera prima distrusse e poi risolse.
In finale contro Pelè, il titolare fu ancora Mazzola, mentre a Rivera furono concessi solo gli ultimi 6 minuti, però al posto di Boninsegna. Uno storico pasticcio.
La dedica di Puskas
Talento puro su un corpo esile e agilissimo, istinto del gol e vocazione totale in anticipo sui tempi (Mazzola è stato, per questo, uno dei nostri campioni più moderni, al limite del profetico), agonista e artista insieme, altra rarità, Sandro assunse precoce e definitiva grandezza segnando una doppietta al Real Madrid in finale di Coppa dei Campioni, nel 1964, al Prater di Vienna. Alla fine della sfida, il leggendario ungherese Puskas si avvicinò al ragazzo e gli porse la sua bianca maglietta, dicendo: “Ho giocato contro tuo padre e tu sei degno di lui, tieni questa, è per te”.
Le pillole di HH
Il figlio del capitano del Grande Torino che diventa una leggenda della Grande Inter. Sulla grandezza di Sandro Mazzola non sono ammesse riserve. Fu con Helenio Herrera che i nerazzurri assunsero una dimensione internazionale assoluta, primo club italiano a riuscirci (dopo, soltanto il Milan), il “mago” che dava ai calciatori le pillole colorate dicendo che erano magiche e che li avrebbero fatti correre il doppio. Un placebo, non un doping a dispetto delle malelingue: “Erano palline colorate di zucchero e polvere di caffè, ma in effetti ci davano una bella carica”, racconterà Sandro, seduto sul divano della sua casa in periferia brianzola, nulla di eclatante, assistito da una badante amorevole e dai figli. Uno di loro si chiama Sandro.
Una volta, prima che varcassimo la soglia, Mazzola ci sorrise e disse: “Non sei mica della Juve? Perché altrimenti qui non entri”. Non avemmo il coraggio della verità.
Veleno, il papà che non ha avuto
Era stato un altro grande interista, Benito Lorenzi detto Veleno, ad occuparsi di Sandro e del fratello più piccolo, Ferruccio, anche lui destinato a diventare calciatore, dopo la tragedia di Superga. Fu Veleno a portare Sandrino all’Inter e a comprargli la prima divisa, e le scarpette. Cerchiamo padri dove ci sentiamo amati, quando il destino non ce li porta via. Fu così che i due orfani trovarono comunque una strada, imparando un’altra regola essenziale: se una collina ti fa soffrire, non smettere di guardarla e il dolore cambierà aspetto, non sarà più morbido ma diverso, quasi accettabile. Ed è così che Sandro Mazzola è diventato un mito del calcio e una persona perbene, assai gentile, molto acuta anche quando si trattava di lavorare come dirigente: se Ronaldo il fenomeno ha vestito la maglia dell’Inter, il merito è anche di Alessandro Mazzola detto Sandro.
E poi c’è quella fotografia. Un padre, Valentino, allaccia le scarpette da calcio al figlio, Sandro, che indossa il completo del Toro. Siamo allo stadio Filadelfia, il futuro è ancora intatto, la felicità incorruttibile e smisurata. Ci piace pensarli insieme.