ROMA - Carlo Recalcati ne ha viste tante nella sua lunga (oltre 30 anni) carriera in panchina. Ha vinto (unico a riuscirci insieme a Bianchini) tre scudetti con tre squadre diverse (Varese, Fortitudo e Siena), ha guidato la nazionale ad uno storico argento olimpico e negli ultimi due anni a Montegranaro ha fatto praticamente di tutto, dal sindacalista al portavoce. Quella che inizierà domenica alla guida dell'ambiziosa Venezia sarà per lui la 23esima stagione in serie A. "Sinceramente il conto non lo avevo tenuto, certo 23 stagioni sono tante e da contare ci sono anche gli anni in nazionale".
Come si fa a stare sempre sul pezzo?
"La base è la voglia di continuare a fare questo mestiere, perché gli anni passano e le forze non possono essere le stesse. Divertirsi, avere sempre nuove motivazioni, sono questi gli aspetti che ti consentono di trovare quell'energia che magari pensavi di non avere più".
E' la stessa energia che l'ha convinta a dire sì a Venezia?
"Mi hanno prospettato un progetto interessante, legato sicuramente all'immediato ma soprattutto alla possibilità di costruire qualcosa che possa durare nel tempo".
La parola progetto nello sport ad alto livello funziona sempre meno.
''Dipende da cosa si intende per progetto. E' chiaro che un allenatore non può pensare di iniziare un percorso e portarlo sempre a termine. Serve tempo e le variabili sono tante. Però è molto gratificante per un allenatore - e io l'ho già provato in altre realtà - essere colui che mette i primi mattoni e poi perché no vedere anche un collega raccogliere i frutti del lavoro fatto. E' successo anche a me di portare a termine un progetto iniziato da altri. Regala grande soddisfazione, così come è altrettanto gratificante nel tempo poter dire di aver partecipato a creare qualcosa di importante".
Parte un nuovo campionato. Come sarà?
"Ormai ci siamo abituati ad avere sistematicamente dei tornei con una favorita assoluta, è stato così con Siena, lo è adesso con Milano. Essendo arrivati tantissimi giocatori nuovi sarà bello scoprire le squadre strada facendo e le novità capaci di imporsi. Proprio per questo motivo dietro Milano ci sarà grande equilibrio. Sassari e Reggio Emilia, dovendo affrontare le coppe, hanno completato ulteriormente le loro squadre. Poi c'è un gruppo che può fare bene in cui metto noi, Brindisi, Avellino e Cantù. Chi mi intriga? Negli ultimi anni le neopromosse hanno sempre fatto bene, Trento potrebbe essere la Pistoia dello scorso anno''.
Mai come quest'anno i club italiani hanno fatto incetta di rookie. Che segnale è per il nostro basket?
"Non un bel segnale, ma più che una scelta è diventata una necessità. Dal punto di vista della competitività economica il nostro campionato ha perso parecchio rispetto ad altre realtà. Prima la concorrenza arrivava da Spagna, Russia e Grecia, poi si è aggiunta la Turchia, ora anche la Germania ci strappa i giocatori migliori. Questo ha costretto molti club a percorrere altre strade, a guardare ad un livello un po' più basso. Sia chiaro, puntare sui rookie non significa prendere giocatori scarsi, significa costruire una squadra con giocatori che devono ancora dimostrare di essere adatti alla pallacanestro europea. Sono rischi che però in mancanza di risorse devi correre".
Tanti stranieri, pochi italiani. Siamo alle solite.
"E' un problema dal quale non siamo ancora venuti fuori. Abbiamo una buona competitività ad alto livello, ci manca un po' la quantità. Abbiamo un buon numero di giocatori di fascia alta, ma non tantissimi. Rispetto ad altre nazionali soffriamo questo fatto. Per essere al top dobbiamo esserci tutti. La Francia ha fatto un grande mondiale eppure gli mancava gente come Noah e Parker. Lo sforzo che dobbiamo fare è formare ancora più giocatori di livello internazionale. Non è semplice però perché il nostro campionato è zeppo di stranieri''.
Che squadra è la sua Reyer?
"Abbiamo cercato giocatori in grado di dare solidità dal punto di vista del fare squadra, giocatori che avessero già maturato un'esperienza importante - mi riferisco ai tre di Siena - in una realtà che li ha anche "costretti" a diventare qualcosa di più di un numero, giocatori che pensano a cosa è necessario fare per vincere non soltanto allenandosi e che potessero trasferire un certo metodo di lavoro a giocatori nuovi, con meno esperienza. Abbiamo avuto qualche problema come l'infortunio di Goss e il cambio in corsa del play. Stone è un giocatore un po' diverso da Brown, un play vecchio stampo ma alto due metri. Sarà una bella novità per il campionato. Obiettivi? I play off e fare la Final Eight di coppa Italia, dove fare significa non accontentarsi di esserci".
Pozzecco ha detto che vorrebbe avere la sua stessa capacità di gestire il gruppo e che l'unico genio della panchina sta a Venezia.
''Con Gianmarco c'è grande feeling, sono felice di trovarlo in serie A. Dal punto di vista tecnico è pronto, bisognerà vedere come sarà capace di reagire dal punto di vista emozionale a questa prima esperienza. Può dare l'impressione di essere menefreghista, in realtà a Varese si sente molto coinvolto e obbligato a fare bene".
Come si fa a stare sempre sul pezzo?
"La base è la voglia di continuare a fare questo mestiere, perché gli anni passano e le forze non possono essere le stesse. Divertirsi, avere sempre nuove motivazioni, sono questi gli aspetti che ti consentono di trovare quell'energia che magari pensavi di non avere più".
E' la stessa energia che l'ha convinta a dire sì a Venezia?
"Mi hanno prospettato un progetto interessante, legato sicuramente all'immediato ma soprattutto alla possibilità di costruire qualcosa che possa durare nel tempo".
La parola progetto nello sport ad alto livello funziona sempre meno.
''Dipende da cosa si intende per progetto. E' chiaro che un allenatore non può pensare di iniziare un percorso e portarlo sempre a termine. Serve tempo e le variabili sono tante. Però è molto gratificante per un allenatore - e io l'ho già provato in altre realtà - essere colui che mette i primi mattoni e poi perché no vedere anche un collega raccogliere i frutti del lavoro fatto. E' successo anche a me di portare a termine un progetto iniziato da altri. Regala grande soddisfazione, così come è altrettanto gratificante nel tempo poter dire di aver partecipato a creare qualcosa di importante".
Parte un nuovo campionato. Come sarà?
"Ormai ci siamo abituati ad avere sistematicamente dei tornei con una favorita assoluta, è stato così con Siena, lo è adesso con Milano. Essendo arrivati tantissimi giocatori nuovi sarà bello scoprire le squadre strada facendo e le novità capaci di imporsi. Proprio per questo motivo dietro Milano ci sarà grande equilibrio. Sassari e Reggio Emilia, dovendo affrontare le coppe, hanno completato ulteriormente le loro squadre. Poi c'è un gruppo che può fare bene in cui metto noi, Brindisi, Avellino e Cantù. Chi mi intriga? Negli ultimi anni le neopromosse hanno sempre fatto bene, Trento potrebbe essere la Pistoia dello scorso anno''.
Mai come quest'anno i club italiani hanno fatto incetta di rookie. Che segnale è per il nostro basket?
"Non un bel segnale, ma più che una scelta è diventata una necessità. Dal punto di vista della competitività economica il nostro campionato ha perso parecchio rispetto ad altre realtà. Prima la concorrenza arrivava da Spagna, Russia e Grecia, poi si è aggiunta la Turchia, ora anche la Germania ci strappa i giocatori migliori. Questo ha costretto molti club a percorrere altre strade, a guardare ad un livello un po' più basso. Sia chiaro, puntare sui rookie non significa prendere giocatori scarsi, significa costruire una squadra con giocatori che devono ancora dimostrare di essere adatti alla pallacanestro europea. Sono rischi che però in mancanza di risorse devi correre".
Tanti stranieri, pochi italiani. Siamo alle solite.
"E' un problema dal quale non siamo ancora venuti fuori. Abbiamo una buona competitività ad alto livello, ci manca un po' la quantità. Abbiamo un buon numero di giocatori di fascia alta, ma non tantissimi. Rispetto ad altre nazionali soffriamo questo fatto. Per essere al top dobbiamo esserci tutti. La Francia ha fatto un grande mondiale eppure gli mancava gente come Noah e Parker. Lo sforzo che dobbiamo fare è formare ancora più giocatori di livello internazionale. Non è semplice però perché il nostro campionato è zeppo di stranieri''.
Che squadra è la sua Reyer?
"Abbiamo cercato giocatori in grado di dare solidità dal punto di vista del fare squadra, giocatori che avessero già maturato un'esperienza importante - mi riferisco ai tre di Siena - in una realtà che li ha anche "costretti" a diventare qualcosa di più di un numero, giocatori che pensano a cosa è necessario fare per vincere non soltanto allenandosi e che potessero trasferire un certo metodo di lavoro a giocatori nuovi, con meno esperienza. Abbiamo avuto qualche problema come l'infortunio di Goss e il cambio in corsa del play. Stone è un giocatore un po' diverso da Brown, un play vecchio stampo ma alto due metri. Sarà una bella novità per il campionato. Obiettivi? I play off e fare la Final Eight di coppa Italia, dove fare significa non accontentarsi di esserci".
Pozzecco ha detto che vorrebbe avere la sua stessa capacità di gestire il gruppo e che l'unico genio della panchina sta a Venezia.
''Con Gianmarco c'è grande feeling, sono felice di trovarlo in serie A. Dal punto di vista tecnico è pronto, bisognerà vedere come sarà capace di reagire dal punto di vista emozionale a questa prima esperienza. Può dare l'impressione di essere menefreghista, in realtà a Varese si sente molto coinvolto e obbligato a fare bene".