REGGIO EMILIA - Condurre uno a zero la finale per lo scudetto non significa esserci già vicino, però un tratto di strada Max Menetti l'ha fatto, più di Meo Sacchetti, vedendo pure, al di là dell'1-0, la sua Reggio mostrare un senso e un gioco, mentre di fronte il collega poteva solo allargare braccia sconsolate, non riconoscendo la sua Sassari che aveva soggiogato Milano nella banda di ragazzacci pigri e spocchiosi che in gara 1 non c'era nemmeno entrata. Si ricomincia stasera, martedì, sempre a Reggio Emilia, ma intanto Menetti è l'allenatore in vetrina, quello che ha apparecchiato meglio la tavola coi cibi tolti dalla sua cambusa e cucinati a dovere.
Chef diplomato alla scuola alberghiera di Salsomaggiore, sia ai fornelli che in ogni altro ruolo di hotellerie, Menetti scelse il basket da professionista tanti anni fa, appena gli fu possibile campare del solo salario di coach di ragazzini, senza dovervi più unire le serate da barman, al caffè o in discoteca. 42 anni compiuti, reggiano purissimo, anche se nato per volontà materna a Palmanova, perché la signora, friulana e già maritata in Emilia, volle partorirlo vicino a casa, testa pelata, da anni, più che "testa quadra", come la dicitura popolare effigia i reggiani, Menetti ha avuto quasi solo Reggio come posto di lavoro. Solo un anno lasciò la casa madre, per seguire Fabrizio Frates, di cui era stato vice, a Montegranaro. Vice a Reggio, del resto, lo è stato di tanti, da Dado Lombardi, il primissimo, stagione '97-98, in poi. Finché diedero a Max la squadra, e questa è la quarta stagione piena ai comandi. Le più belle: il 2011-12, promosso dalla A2 e miglior tecnico dell'anno, il 2013-14, con conquista dell'Eurochallenge, la terza coppa europea, primo storico trofeo del basket reggiano, e questo 2014-15, insperatamente in finale scudetto.
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A Menetti poi la Grissin Bon s'è sbriciolata in mano giorno dopo giorno e gestirla centellinando le energie, di giganti non tutti freschissimi, è oggi la sua alchimia più delicata, dovendo pure rinunciare a due come Diener e Mussini, rotti, ossia ritrovandosi con un centrocampo all'osso. Anche l'altra sera, in retta d'arrivo, la squadra era parsa stanca e afona, ma un +24 aveva già messo intorno al grissino tanto prosciutto e tanto grasso da poterci passar l'inverno. Si vedrà, se ricapiterà, quanto può incidere questo fattore. Di sicuro, Menetti si fida di chi c'è: con Cinciarini, il play azzurro, ha un filo diretto che va oltre il rapporto play-coach. Di Kaukenas, il veteranissimo lituano con attributi cubici, sa che farà tutto, e di più, per vincere. Deve dosare col bilancino le fatiche di Darjus Lavrinovic, il gigante baltico che queste finali non doveva manco giocarle, e se Cervi non rende si fa bastare anche Pini. Tanti, del posto, perché a Reggio la via italiana al basket non è uno slogan, ma gente che sta in campo, coi Polonara e i Della Valle, la meglio gioventù indigena ben adocchiata e reclutata altrove.
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Reggiano a Reggio, sarebbe, arrivando al titolo, profeta in patria, e come tale anche discusso, se tante volte, pure quest'anno, gli erano stati evocati sulla crapa nomi di imminenti sostituti (soprattutto Stefano Sacripanti, ex Cantù). Menetti ha resistito a ogni mareggiata di malumori, forte dell'asse con l'amministratore delegato Alessandro Dalla Salda e della fiducia che Stefano Landi, il patron, non gli ha fatto mancare nelle ore meno luminose. Così, il reggiano che è rimasto nel recinto dello sport pure quando ha scelto moglie, Maria Pia Romanò, argentina, giocatrice di volley e ora mamma di Alessia Nives, e un po' pure di Miki, il loro golden retriever, è arrivato sulla porta del paradiso. Vincesse, la Città del Tricolore ne avrebbe uno nuovo da festeggiare, meno stinto di quello storico, il primo d'Italia, conservato in municipio. Perdesse, non sarebbe lo stesso un dramma.
Tratto da Repubblica Sera del 15/06/2015
Chef diplomato alla scuola alberghiera di Salsomaggiore, sia ai fornelli che in ogni altro ruolo di hotellerie, Menetti scelse il basket da professionista tanti anni fa, appena gli fu possibile campare del solo salario di coach di ragazzini, senza dovervi più unire le serate da barman, al caffè o in discoteca. 42 anni compiuti, reggiano purissimo, anche se nato per volontà materna a Palmanova, perché la signora, friulana e già maritata in Emilia, volle partorirlo vicino a casa, testa pelata, da anni, più che "testa quadra", come la dicitura popolare effigia i reggiani, Menetti ha avuto quasi solo Reggio come posto di lavoro. Solo un anno lasciò la casa madre, per seguire Fabrizio Frates, di cui era stato vice, a Montegranaro. Vice a Reggio, del resto, lo è stato di tanti, da Dado Lombardi, il primissimo, stagione '97-98, in poi. Finché diedero a Max la squadra, e questa è la quarta stagione piena ai comandi. Le più belle: il 2011-12, promosso dalla A2 e miglior tecnico dell'anno, il 2013-14, con conquista dell'Eurochallenge, la terza coppa europea, primo storico trofeo del basket reggiano, e questo 2014-15, insperatamente in finale scudetto.
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A Menetti poi la Grissin Bon s'è sbriciolata in mano giorno dopo giorno e gestirla centellinando le energie, di giganti non tutti freschissimi, è oggi la sua alchimia più delicata, dovendo pure rinunciare a due come Diener e Mussini, rotti, ossia ritrovandosi con un centrocampo all'osso. Anche l'altra sera, in retta d'arrivo, la squadra era parsa stanca e afona, ma un +24 aveva già messo intorno al grissino tanto prosciutto e tanto grasso da poterci passar l'inverno. Si vedrà, se ricapiterà, quanto può incidere questo fattore. Di sicuro, Menetti si fida di chi c'è: con Cinciarini, il play azzurro, ha un filo diretto che va oltre il rapporto play-coach. Di Kaukenas, il veteranissimo lituano con attributi cubici, sa che farà tutto, e di più, per vincere. Deve dosare col bilancino le fatiche di Darjus Lavrinovic, il gigante baltico che queste finali non doveva manco giocarle, e se Cervi non rende si fa bastare anche Pini. Tanti, del posto, perché a Reggio la via italiana al basket non è uno slogan, ma gente che sta in campo, coi Polonara e i Della Valle, la meglio gioventù indigena ben adocchiata e reclutata altrove.
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Reggiano a Reggio, sarebbe, arrivando al titolo, profeta in patria, e come tale anche discusso, se tante volte, pure quest'anno, gli erano stati evocati sulla crapa nomi di imminenti sostituti (soprattutto Stefano Sacripanti, ex Cantù). Menetti ha resistito a ogni mareggiata di malumori, forte dell'asse con l'amministratore delegato Alessandro Dalla Salda e della fiducia che Stefano Landi, il patron, non gli ha fatto mancare nelle ore meno luminose. Così, il reggiano che è rimasto nel recinto dello sport pure quando ha scelto moglie, Maria Pia Romanò, argentina, giocatrice di volley e ora mamma di Alessia Nives, e un po' pure di Miki, il loro golden retriever, è arrivato sulla porta del paradiso. Vincesse, la Città del Tricolore ne avrebbe uno nuovo da festeggiare, meno stinto di quello storico, il primo d'Italia, conservato in municipio. Perdesse, non sarebbe lo stesso un dramma.
Tratto da Repubblica Sera del 15/06/2015