Mondiali basket, l’ex azzurro Renzo Bariviera: “Il mio gancio con gli Usa, così facemmo l’impresa”
di Cosimo CitoIl ct azzurro Gianmarco Pozzecco
Due volte l’Italia ha battuto gli Stati Uniti in un Mondiale di basket. La prima a Lubiana nel 1970, la seconda a Manila (proprio a Manila, dove oggi le due nazionali si affrontano nei quarti) nel 1978. Fratello di Vendramino, ciclista professionista con 6 tappe vinte al Giro, ciclista mancato a sua volta, Renzo Bariviera s’inventò un gancio nel cuore dell’area, proprio allo scadere. 66-64. Era il 21 maggio 1970. E fu una rivoluzione.
“Tutti ricordano quel tiro, ma la vera prodezza la fece Flaborea nel recuperare in tuffo una palla quasi persa. Dopo quel tiro ero frastornato, ricordo un rumore enorme e tutti i miei compagni che si abbracciavano. Io avevo fatto tutto quello? Io che ne sapevo più di ciclismo che di basket”.
Era la prima volta in assoluto che l’Italia batteva i maestri del gioco.
“Sì, ma allora non lo sapevo. Gli americani non avevano ovviamente la loro squadra migliore, ma c’era un giovanissimo Bill Walton. La Fiba non era contenta, gli Usa in quegli anni snobba il torn…
Due volte l’Italia ha battuto gli Stati Uniti in un Mondiale di basket. La prima a Lubiana nel 1970, la seconda a Manila (proprio a Manila, dove oggi le due nazionali si affrontano nei quarti) nel 1978. Fratello di Vendramino, ciclista professionista con 6 tappe vinte al Giro, ciclista mancato a sua volta, Renzo Bariviera s’inventò un gancio nel cuore dell’area, proprio allo scadere. 66-64. Era il 21 maggio 1970. E fu una rivoluzione.
“Tutti ricordano quel tiro, ma la vera prodezza la fece Flaborea nel recuperare in tuffo una palla quasi persa. Dopo quel tiro ero frastornato, ricordo un rumore enorme e tutti i miei compagni che si abbracciavano. Io avevo fatto tutto quello? Io che ne sapevo più di ciclismo che di basket”.
Era la prima volta in assoluto che l’Italia batteva i maestri del gioco.
“Sì, ma allora non lo sapevo. Gli americani non avevano ovviamente la loro squadra migliore, ma c’era un giovanissimo Bill Walton. La Fiba non era contenta, gli Usa in quegli anni snobba il torneo e mandavano regolarmente giocatori di college. Ma il nostro Mondiale vero erano gli Europei e le nazionali forti del tempo erano l’Urss e la Jugoslavia. L’Urss per la struttura dei giocatori, la Jugoslavia per il talento. Noi ce la giocavano, spesso perdevamo di pochi punti, a volte vincevamo”.
Renzo Bariviera
Quale fu il piano partita allestito dal ct Giancarlo Primo?
“Difendere, difendere tanto, alla morte. Era il suo credo e diventò il nostro”.
Nessuna paura.
“Io avevo più paura del maresciallo Tito, che spesso venne a Lubiana a vedere le partite di quel Mondiale. Sono nato nel 1949 e dalle mie parti, in Veneto, quando nominavi Tito tutti abbassavano lo sguardo. Trovarcelo in tribuna fu davvero impressionante”.
Otto anni dopo, a Manila, si ripeté il miracolo. E lei c’era anche allora.
“Vincemmo di un punto allora, e chiudemmo il Mondiale di nuovo al quarto posto per una sciocchezza su una rimessa nella finale per il bronzo contro il Brasile”.
Lei com’era arrivato alla pallacanestro?
“Alto due metri, avevo fatto tanti sport, dall’atletica al ciclismo. In bicicletta, su dieci gare da allievo, ero arrivato sempre nei primi dieci. In allenamento una volta caddi e mi feci molto male. Mio fratello Vendramino si spaventò molto. Tornato a casa non trovai più la bici. L’aveva venduta. Allora mi buttai sul basket. A un provino a Padova incontrai il mitico coach Aza Nikolic. Mi vide e mi disse: ‘Per dieci anni il tuo lavoro sarà giocare a basket’. Due giorni dopo avevo firmato. Ma in Serie A ci ho giocato vent’anni tra Padova, Milano, Forlì, Cantù, Desio”.
Com’era il vostro basket, senza il tiro da tre punti?
“E con i 30 secondi per ogni azione. Erano partite a scacchi, in cui la tattica prevaleva sulla tecnica e sul fisico. Un basket più bello di quello di oggi, in cui dominano i duelli uno contro uno e il tiro dalla distanza. Un basket più vicino allo spirito originario. Forse alla gente piace di più quello di oggi. Ma, forse, col tiro da tre punti ai nostri tempi avremmo vinto qualche medaglia in più”.
L’Italia che affronta gli Usa al Mondiale, a Manila, le piace?
“Mi piace tantissimo perché ha uno stile di basket simile al nostro di allora: tanta difesa e tanta capacità di coinvolgere tutti nel gioco, di trovare soluzioni logiche, di cercare sempre il punto debole dell’avversario. Come una goccia che scava la pietra. Pozzecco è stato bravissimo nel trasferire la sua carica a tutti. Si vede da come stanno in campo e da come si abbracciano durante e dopo”.
Sarà dura, oggi più di allora.
“Naturalmente. Però gli americani hanno perso con la Lituania. Non so se l’abbiano fatto per evitare la Serbia, ma una sconfitta fa sempre male, incide nel percorso in un modo o nell’altro. E trasmette alle squadre avversarie un segnale: se abbiamo perso una partita, possiamo perderne un’altra. È difficile, ma ricordo sempre le parole di Dan Peterson: ‘Non esiste una partita che non possa essere vinta’. Se lo ricordino gli azzurri, dalla palla a due al 40’”.