Basket, Boniciolli: “L’Italia non investe sui giovani, nello sport come nella politica. La salvezza di Scafati vale una serie su Netflix”
di Cosimo CitoDa dicembre, quando è subentrato a Pino Sacripanti sulla panchina della Givova Scafati, Matteo Boniciolli ha visto susseguirsi vittorie, sconfitte, l’improvvisa partenza di David Logan, giorni belli, brutti, bruttissimi, infine la salvezza, una sorta di scudetto honoris causa per come è arrivata.
Cinque mesi, una vita, Boniciolli.
“Arrivare all’obiettivo che aveva la società era fondamentale. Sicuramente la perdita di Logan e l’infortunio di Gentile nel momento più importante ci hanno fatto perdere l’abbrivio”.
A inizio febbraio l’addio di David Logan, all’improvviso: che spiegazione si è dato?
“È arrivato al momento no mas, come il pugile Roberto Duran. Giocatore molto serio, professionale, ha dato una mano a tutti fino all’ultimo. Lo capisco: fare sport di alto livello fino a 40 anni è complicato. Zero avvisaglie però. Mi sarebbe piaciuto salutarlo”.
Lei aveva già allenato al Sud, ad Avellino. Che piazza è Scafati?
“Pubblico super, molto vicino alla squadra. Ho scoperto che a Scafat…
Da dicembre, quando è subentrato a Pino Sacripanti sulla panchina della Givova Scafati, Matteo Boniciolli ha visto susseguirsi vittorie, sconfitte, l’improvvisa partenza di David Logan, giorni belli, brutti, bruttissimi, infine la salvezza, una sorta di scudetto honoris causa per come è arrivata.
Cinque mesi, una vita, Boniciolli.
“Arrivare all’obiettivo che aveva la società era fondamentale. Sicuramente la perdita di Logan e l’infortunio di Gentile nel momento più importante ci hanno fatto perdere l’abbrivio”.
A inizio febbraio l’addio di David Logan, all’improvviso: che spiegazione si è dato?
“È arrivato al momento no mas, come il pugile Roberto Duran. Giocatore molto serio, professionale, ha dato una mano a tutti fino all’ultimo. Lo capisco: fare sport di alto livello fino a 40 anni è complicato. Zero avvisaglie però. Mi sarebbe piaciuto salutarlo”.
Lei aveva già allenato al Sud, ad Avellino. Che piazza è Scafati?
“Pubblico super, molto vicino alla squadra. Ho scoperto che a Scafati l’abitudine è andare al mare la domenica pomeriggio. Il calore non è mai mancato. Ma in alcune partite avrei sperato di vedere qualche tifoso in più”.
Questa salvezza, in queste condizioni, quanto vale?
“Nel campionato di Olimpia, Virtus, Brescia, Venezia, dei grandi investimenti, una piccola città del Sud che resiste e si salva varrebbe una serie su Netflix. In A2 ci sono grandissime piazze, tra Fortitudo, Trieste, Torino. Scafati l’anno prossimo sarà al terzo anno di Serie A invece, e questo è davvero straordinario”.
Sacripanti che lascia per motivi di salute, come lei alla Fortitudo nel 2018.
“Una cosa è subentrare a un allenatore che non stava andando bene, un’altra è sostituire uno come Pino, che stava ottenendo ottimi risultati. Io svenni nello spogliatoio di Forlì dopo aver accelerato i tempi di rientro per un intervento alla gola. La fogna del web scrisse di tutto, parlò di un tumore. E questo è un mondo che non ci perde molto a mettere dei timbri: quando interrompi per motivi di salute hai paura di venire bollato come uno che non sta bene e di perdere occasioni per l’anno successivo. Al momento del nostro avvicendamento con Pino c’è stata una lunghissima telefonata e mi ha spiegato quello che pensava della squadra. E ho tenuto moltissime delle cose che aveva lui”.
Ha trovato Alessandro Gentile.
“E l’ho spostato nel ruolo di playmaker. Alessandro l’avevo allenato per 5 minuti a Udine l’anno scorso. Un allenamento dopo sono stato esonerato. Era destino che ci rincontrassimo: lo reputo una brava persona e un giocatore formidabile. Alessandro ama molto il basket, credo che abbia ancora molto da dare e credo che questo spostamento di ruolo possa allargargli degli orizzonti”.
Cos’ha imparato da questa esperienza?
“L’estate scorsa, dopo Udine, il mio agente ha chiamato un paio di squadre di Serie A che cercavano un allenatore e loro risposero che non mi prendevano perché non allenavo in A da quattro anni. Ho imparato che ora posso di nuovo allenare qui anche con un certo successo. Lo sapevo, ma l’ho imparato di nuovo. Io lo sapevo, altri no e sono contento che l’anno prossimo, se qualcuno vorrà prendermi, non potrà dire che non alleno in A da quattro anni. Con venti finali in carriera non sentivo il bisogno di confermare di essere un allenatore che può allenare in A”.
L’anno prossimo sarà ancora a Scafati?
“La prima cosa importante è che sarà il proprietario a decidere, sarà lui a decidere la strategia. Non ha nemmeno senso parlarne. Concentriamoci per finire al meglio la stagione e poi, con la solita sintonia, ci sederemo al tavolo e ne parleremo”.
Campionato pieno di sorprese, questo, ma alla fine le grandi stanno tornando.
“Una A piena di sorprese di giornata, ora le forze si stanno riallineando. Quest’anno la sorpresa è stata Pistoia. In genere i play-off li giocano le squadre che spendono di più e al momento manca solo Tortona. La fatica sta dominando sulla tecnica. Tanti anni fa alla Fortitudo arrivammo a gara-3 di finale scudetto contro Treviso, ed era la nostra 82ª partita. Con l’allargamento del format delle coppe, è impossibile che le grandi abbiamo sempre la stessa freschezza. È inevitabile che i giocatori selezionino. Mentre in Nba i giocatori giocano l’ultimo quarto, dato che i primi tre sono finti, se qui vai sotto al primo quarto rischi l’esonero ed è un massacro, anche fisico per i giocatori. Il format va ridiscusso. Sono i giocatori a rendere lo spettacolo bello e così non si fa un buon servizio al basket. Più giochi più guadagni, più guadagni più devi giocare. È una spirale impossibile. E la legge primaria dello sport dice che il recupero è parte integrante dell’allenamento”.
L’Eurolega si è inventata i play-in.
“E l’Nba si è inventato l’InSeason Tournament. Bisogna giocare per andare in tv, i diritti, i giocatori guadagnano di più, ma corrono un maggior rischio di farsi male”.
Intanto però Milano e Bologna sono già fuori dall’Eurolega.
“Milano ha pagato gli infortuni, Bologna l'età dei suoi giocatori chiave. Ma nessun’altra squadra italiana ha fatto strada nelle coppe, su questo dobbiamo riflettere. Negli anni 70 la Federazione decise per l'istituzione della A2 e fu uno dei segreti dell’esplosione del basket italiano a cavallo dei Settanta-Ottanta. Oggi lancio una mia proposta: potremmo istituire un periodo di blocco delle retrocessioni, di cinque anni, per far sì che una società possa finalmente programmare e mettere i ragazzi italiani al centro del progetto. Non è un caso se nessuna squadra italiana ha fatto strada in Europa. Ne parlavo con Claudio Crippa, che è nel board dei San Antonio Spurs. Loro hanno preso Wembanyama e qualche altro ragazzo e hanno continuato a perdere, ma sono comunque felicissimi. Gli ho detto: ‘Caro Claudio, se anche in Nba ci fossero le retrocessioni, avreste continuato a giocare con David Robinson e Ginobili’”.
Il risultato è tiranno, da noi.
“La necessità di fare risultato immediato, ammesso e non concesso che non si possa con i giovani, spinge a cercare l’usato sicuro: sei americani e sei a posto”. Fontecchio è dovuto andare all’estero e ora è in quintetto in Nba: come si spiega?.“L’Italia non è un paese per giovani, non soltanto nello sport. In Italia non esiste il concetto di programmazione, non c’è nello sport, non c’è nella politica. E i risultati si vedono. Procida e Spagnolo non hanno trovato una squadra italiana che li facesse giocare in Eurolega. Successe a Melli, a Polonara. L’unico che se n’è andato da stella è stato Gigi Datome”.
Lei, triestino, innamorato di Bologna: quanto le manca?
“Io ho allenato sia la Virtus e la Fortitudo, non sono tanti quelli che possono dirlo: il derby di Bologna manca moltissimo alla Serie A. Ho avuto la fortuna di allenarle entrambe. Con la Fortitudo ho fatto una finale scudetto e ho poi sfiorato la Serie A, con la Virtus ho vinto una coppa europea. Ora il Bologna del calcio sta facendo un grande campionato, ma lì il calcio viene dopo il basket. A Bologna vorrei prima o poi andare a vivere”.
E Roma quanto manca alla Serie A?
“Roma senza basket è un fatto gravissimo. L’autoretrocessione fu una cosa molto significativa del tempo che stiamo vivendo in una città monopolizzata dal calcio. Il PalaEur era pieno solo nei grandi eventi. Tutti i paesi europei hanno la capitale nel basket che conta. Ma è splendida la realtà della Luiss Roma, che lotta per salvarsi con una squadra universitaria”.
Dopo la partita di Bologna lei disse al termine della conferenza stampa: “Vi saluto e vi ringrazio, forza Roma e abbasso Lazio”.
“Io sono tifoso della Roma, anche se non sono appassionato. Il tifo della Roma è clamoroso: io sono appassionato della passione, la passione mi coinvolge, anche quella degli altri nei confronti di qualsiasi oggetto d’amore. Il saluto me l’aveva insegnato mio figlio. Ogni tanto cerco di sdrammatizzare nelle conferenze stampa e me ne sono uscito con questa battuta. Mi è venuta istintiva. La cosa incredibile di questo mondo sempre in rete e sempre connesso è che una radio romanista mi ha intervistato, ma i laziali hanno telefonato in sede a Scafati insultandomi. Lo sport in Italia travalica i confini della logica e della serenità”.
Come prova a sdrammatizzare?
“Con la lettura, con la buona tavola. E poi, dal momento che vivo a Pompei, sono anche stato agli scavi archeologici. Ho fatto una lunga passeggiata in questa enorme città morta. Era una bella giornata invernale di sole con l’obiettivo di ridimensionare una sconfitta. Quando vedi una tale grandezza, allora metti tutto al proprio posto, anche una sconfitta nel basket”.
Chi lo vince lo scudetto?
“Bologna e Milano sono le più forti, ma quest’anno vedo le due possibili contendenti, Brescia e Venezia, molto vicine. Anche per l’inevitabile logoramento delle due grandi, quest’anno forse potrà esserci uno scudetto a sorpresa”.