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Sergio Scariolo, l’intervista: “Mi manca un club. In Italia? Meglio di no”

Sergio Scariolo, l’intervista: “Mi manca un club. In Italia? Meglio di no”

Il ct della grande Spagna del basket si confessa: “A Pozzecco ruberei Pajola”

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BARCELLONA – Da diverso tempo, oramai, Sergio Scariolo è diventato l’unica vera buona notizia del basket italiano a livello internazionale. Alla guida della Spagna, il tecnico bresciano ha vinto quattro Europei (l’ultimo nel 2022) e un Mondiale (2019), sfiorando l’oro olimpico a Londra e a Rio contro gli Stati Uniti. In Italia vinse lo scudetto del 1990 con la Scavolini Pesaro, in Nba l’anello con Toronto nel 2018, nei panni di vice di Nick Nurse. Il “miglior ct di sempre della nazionale spagnola” era tornato in A alla guida della Virtus Bologna, dal 2021 al 2023: due Supercoppe, ma non ha funzionato. Perché? “È ancora troppo presto per parlarne”.

Un’estate fa ha avuto offerte da club italiani?

“No, no, no. Per fortuna, no”.

Ha cambiato agente da poco, affidandosi a Misko Raznatovic, che, tra gli altri, ha scoperto Nikola Jokic. Cosa sta cercando?

“Non metterei in relazione necessariamente il cambio dell’agente con la ricerca di qualcosa. Tuttavia, è vero che c’è una perfetta possibilità di combinare l’incarico di ct con quello di allenatore di club e devo dire che, dopo una stagione e mezza mi manca un po’ quel tipo di dinamica quotidiana”.

Dopo aver lavorato con la miglior generazione di cestisti spagnoli della storia ha deciso di costruire la Spagna del futuro. Dove trova le motivazioni?

“È un lavoro diverso. Intanto perché è un po’ il coronamento della direzione tecnica di tutte le nazionali giovanili che ricopro dal 2015. E poi perché credo che avere obiettivi diversi comunque fa parte della necessaria versatilità di un allenatore. Chiaro che abbiamo fatto cose leggendarie in determinate condizioni con un determinato volume di talento. Adesso abbiamo un obiettivo diverso e l’idea di giocare per le medaglie ritornerà a essere nei nostri programmi dal successivo ciclo olimpico, dal 2029. In realtà sono sorpreso del fatto che siamo riusciti a mantenerci competitivi negli ultimi tornei, vincendo addirittura un Mondiale e un Europeo partendo dall’ottava o nona posizione nel ranking e in piena fase di fine ciclo”.

Suo figlio Alessandro ha giocato, a livello giovanile, con la Spagna: le piacerebbe allenarlo un giorno?

“Non credo che piacerebbe a lui (ride, ndr) perché è uno che fin da piccolissimo era molto, anche esageratamente, preoccupato che in nessun modo si mischiassero le cose. Da parte mia, invece, so separare le cose”.

Dove si sente a casa?

“A Marbella, dove vivo, e a Brescia, che è la mia città. Ci torno appena posso”.

Ha perso da poco sua madre. Ricorda cosa le disse quando, con una laurea in legge, le comunicò che avrebbe fatto l’allenatore?

“Non fu un momento semplice, lei insegnava al liceo e mio padre all’università. Insomma, era una famiglia un po’ tradizionale dal punto di vista della formazione e della scelta del lavoro, ma era una scelta già fatta che ormai era nell’aria, perché avevo già cominciato a lavorare in maniera professionistica anche nell’ultimo anno di Giusiprudenza. Mi dissero solo: intanto porta la laurea a casa e poi fai quello che ti pare, che comunque almeno ce l’hai lì e se dovesse andar male...”.

A 29 anni arrivò lo scudetto a Pesaro.

“Fu una bellissima avventura in un posto che era diventato casa mia perché erano quattro anni che ci stavo come assistente nelle giovanili. La famiglia Scavolini era stata capace di creare un ambiente unico per allenatori e giocatori. Ho dei ricordi bellissimi proprio dal punto di vista umano, soprattutto di tante persone che hanno un luogo importante nel mio cuore con Valerio Bianchini e Valter Scavolini sopra tutti”.

La Spagna arriva all’Europeo della prossima estate da campione in carica, ma in fase di ricostruzione. Un po’ come l’Italia.

“L’ultimo ranking mette noi all’ottavo posto e l’Italia al nono. Secondo me siamo molto simili, ma devo dire che da parte nostra, che abbiamo vinto tantissimo in questi ultimi anni, non c’è l’urgenza di fare risultato. Anche l’Italia ha iniziato, in un certo senso, un processo di rinnovamento anche se, magari, conserva più giocatori della generazione precedente che sono nel pieno della loro maturità”.

Chi ruberebbe a Pozzecco?

“Pajola, un ragazzo che potrebbe avere un ruolo importante in qualsiasi squadra”.

Cosa sono le Olimpiadi per lei?

“Qualcosa di unico rispetto a qualunque altra competizione. L’oro è il mio sogno nel cassetto che, però, rimarrà sicuramente lì. Andare così vicini a battere gli Usa e vincere una medaglia olimpica, per uno sportivo che fa il nostro lavoro, è veramente il massimo”.

Come l’anello a Toronto.

“Anche quella fu un’esperienza veramente unica. All’inizio ero un rookie che doveva imparare tutto e alla fine mi sono preso grandi soddisfazioni a livello di spazi e responsabilità”.

Tornerà in Nba?

“Diciamo che si dovrebbero verificare delle circostanze estremamente speciali per andare così lontano. La mia opportunità l’ho avuta e non si è concretizzata quando sono stato finalista nella scelta del capo allenatore di Toronto due anni fa. E non credo che ci sia onestamente un’altra franchigia che possa pensare di chiamarmi per quell’incarico. E per quanto riguarda il ruolo di primo assistente, non mi sento più attratto da questa possibilità”.

Altri desideri in lista?

“Sarebbe facile dire l’Eurolega, ma nel momento in cui l’Nba si prepara a sbarcare in Europa con una nuova competizione, mi incuriosisce sicuramente guardare anche in quella direzione. Ho ancora molta energia sia fisica che mentale. No, non visualizzo un punto finale a corto termine”.

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