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Danilo Gallinari, l’intervista: “Italia mia, dammi una medaglia da tatuarmi sulla schiena”

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L’ala torna in azzurro per l’Europeo di basket: “Con Belinelli e Bargnani la grande occasione nel 2015, ora sogno il 3x3 con loro alle Olimpiadi. Mia moglie Eleonora morsa da uno squalo è rimasta negli Usa. La mia vita è là, anche se sogno ancora l’Olimpia”
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«La nostra generazione, con Belinelli e Bargnani, non ha raccolto quello che poteva. L’occasione vera è stato l’Europeo 2015 ma non l’abbiamo sfruttata». Da quel momento per Danilo Gallinari sono state più le assenze che le presenze in azzurro. Dieci anni senza Europei, infortuni, estati saltate, ma anche il trionfo recente a Porto Rico. Ora, a 37 anni, si prepara a vivere l’ultimo grande torneo con l’Italia: l’Europeo che inizia il prossimo 28 agosto. Il Gallo non ha mai conquistato una medaglia con l’Italia e stavolta vuole provarci «anche giocando poco o niente. Sono qui per aiutare in tutto quello che posso».

Non gioca un Europeo da dieci anni. È davvero l’ultima occasione?

«Sì. La Nazionale è sempre stata un sogno, da bambino guardavo in tv i miei idoli e poi sono diventati compagni di squadra. Qui non ci sono contratti né stipendi: giochi solo per rappresentare l’Italia. È un’emozione diversa da ogni club».

Che impressione ha di questo gruppo?

«Mi piace molto: c’è fisicità, tale…

«La nostra generazione, con Belinelli e Bargnani, non ha raccolto quello che poteva. L’occasione vera è stato l’Europeo 2015 ma non l’abbiamo sfruttata». Da quel momento per Danilo Gallinari sono state più le assenze che le presenze in azzurro. Dieci anni senza Europei, infortuni, estati saltate, ma anche il trionfo recente a Porto Rico. Ora, a 37 anni, si prepara a vivere l’ultimo grande torneo con l’Italia: l’Europeo che inizia il prossimo 28 agosto. Il Gallo non ha mai conquistato una medaglia con l’Italia e stavolta vuole provarci «anche giocando poco o niente. Sono qui per aiutare in tutto quello che posso».

Non gioca un Europeo da dieci anni. È davvero l’ultima occasione?

«Sì. La Nazionale è sempre stata un sogno, da bambino guardavo in tv i miei idoli e poi sono diventati compagni di squadra. Qui non ci sono contratti né stipendi: giochi solo per rappresentare l’Italia. È un’emozione diversa da ogni club».

Che impressione ha di questo gruppo?

«Mi piace molto: c’è fisicità, talento, buone chimiche. Li ho seguiti nelle amichevoli, è bello vederli giocare».

Se l’Italia dovesse vincere una medaglia, ci sarebbe anche la firma di quella generazione d’oro che non è mai riuscita a centrare l’impresa?

«Non parlerei di riscatto. Io, Andrea e Beli abbiamo giocato insieme pochissime estati rispetto a quelle che avremmo potuto. L’occasione vera è stato l’Europeo 2015, lì potevamo raccogliere di più, ma ci fermammo ai quarti. Ora l’età pesa: stagione regolare e Nazionale insieme sono difficili da reggere».

A Porto Rico ha vinto il primo titolo in carriera, emozioni?

«È stata un’esperienza nuova, livello alto, ritmo da Nba. Giocavo più di 35 minuti a partita, non succedeva da anni. Il corpo ha risposto bene e vincere è stata la ciliegina».

Quindi torna in Europa?

«Difficile, la mia vita è dall’altra parte dell’Oceano»

Neanche a Milano?

«È un sogno da sempre, ma più passa il tempo e più diventa difficile».

Quanto è cambiata l’America da quando è arrivato a oggi?

«Era il 2008, in Nba si giocava ancora con due lunghi sotto canestro. Ora è un altro sport, molto più globale. Allora c’era lo stereotipo del bianco europeo soft, oggi non esiste più: c’è rispetto per il basket europeo».

Jokic lo ha coccolato a Denver. Si aspettava diventasse così forte?

«È il migliore al mondo. E io ho un debole per i giocatori che dominano con testa e mani più che con atletismo».

Belinelli si è ritirato: un aggettivo per descrivere la sua carriera?

«Leggendaria. Ha saputo ritagliarsi un ruolo preciso, quello di tiratore. Non è facile accettare di fare solo una cosa. È stato umile e intelligente e ha vinto. Avrebbe potuto fare una carriera da top in Europa, ma ha scelto la strada più dura».

Fontecchio ha detto che in Italia i giovani non li fanno giocare.

«È la verità. Ed è assurdo. Abbiamo l’Under 20 campione d’Europa e nessuno di quei ragazzi gioca davvero nei club. Il problema c’era anche quando ero giovane io: manca il coraggio di presidenti e allenatori. Alcuni di quei ragazzi li ho visti in raduno, possono comodamente giocare in Serie A».

Sua moglie ha vissuto un’esperienza drammatica, l’attacco di uno squalo: come state affrontando questo percorso di recupero?

«Eleonora sta meglio, ma è stata dura. Non solo fisicamente: a livello mentale è un colpo che ti resta dentro. Non poterle stare accanto ogni giorno è complicato, con due bambini e il terzo in arrivo. È rimasta in America perché non poteva viaggiare e la distanza non aiuta. Ma siamo abituati ormai».

E il futuro? Allenatore, dirigente?

«Allenatore no, non ho quelle qualità. Mi vedo più nel front office: è un ruolo che mi stimola e che ho già iniziato a studiare».

Giocare il 3x3 all’Olimpiade nel 2028 è un obiettivo?

«Io, Belinelli e Bargnani ci sentiamo spesso: condividere ancora qualcosa con loro sarebbe bellissimo. Ma è lontano, solo pensarci mi fa venire mal di testa».

Kelly Doualla è di Sant’Angelo Lodigiano come lei.

«A 15 anni fa cose mai viste. Può diventare una leggenda per l’Italia. Deve restare concentrata».

Cosa è disposto a fare per un trionfo con l’Italia?

«Voglio tatuarmi tutta la schiena con un riassunto della mia vita. Magari ci metto anche una medaglia».

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