Mabèl è stata la prima Divina dello sport italiano. Libera, indipendente, femminista. Una Kessler spaiata. Una lottatrice sotto canestro, ma anche fuori. Non passava inosservata e non era mai banale. «Mi piacciono i bambini da zero a un anno, poi cominciano a rompermi le scatole». Una fuoriclasse come Paola Pigni, Novella Calligaris, Sara Simeoni. Prima che arrivassero le altre divine come Federica Pellegrini, è stata lei a spingere lo sport azzurro un po’ più in là e a fare capire che anche le donne potevano. Mabèl Bocchi, morta a 72 anni (tumore al polmone e problemi cardiaci), viveva a San Nicola Arcella in Calabria, ormai lontana da tutto, in una casa che guardava il mare, accanto alla sorella Ambra. In compagnia dei suoi tanti animali di cui si prendeva cura. Non aveva una colf e aveva imparato a fare il bagno a Cioppi, il merlo che ricambiava i suoi bacini. Mabèl nel ’78 trascinò il suo Geas al successo nella Coppa dei Campioni di basket (74-66 contro lo Sparta Praga), prima for…
Mabèl è stata la prima Divina dello sport italiano. Libera, indipendente, femminista. Una Kessler spaiata. Una lottatrice sotto canestro, ma anche fuori. Non passava inosservata e non era mai banale. «Mi piacciono i bambini da zero a un anno, poi cominciano a rompermi le scatole». Una fuoriclasse come Paola Pigni, Novella Calligaris, Sara Simeoni. Prima che arrivassero le altre divine come Federica Pellegrini, è stata lei a spingere lo sport azzurro un po’ più in là e a fare capire che anche le donne potevano. Mabèl Bocchi, morta a 72 anni (tumore al polmone e problemi cardiaci), viveva a San Nicola Arcella in Calabria, ormai lontana da tutto, in una casa che guardava il mare, accanto alla sorella Ambra. In compagnia dei suoi tanti animali di cui si prendeva cura. Non aveva una colf e aveva imparato a fare il bagno a Cioppi, il merlo che ricambiava i suoi bacini. Mabèl nel ’78 trascinò il suo Geas al successo nella Coppa dei Campioni di basket (74-66 contro lo Sparta Praga), prima formazione femminile italiana di qualsiasi sport a riuscire nell’impresa.
Dominatrice sotto canestro e donna-copertina
È stata una pioniera forte, aggressiva, tecnica. Dominava sotto canestro grazie al “passo e tiro” perfezionato con il ct Gianfranco Benvenuti e grazie alle sue capacità atletiche. Era alta 1.86, straripante, non le dispiaceva essere anche una vamp, una donna-copertina, una femme fatale: indossava le minigonne e portava i tacchi, lei già gigante di natura. Ma anche una che non sopportava le ingiustizie, per il sistema era una rompiscatole: la prima a lottare da sindacalista per i diritti delle atlete. Per avere medico, massaggiatore, diaria. Si beccò richiami, multe, squalifiche. La prima, in un momento in cui l’attività femminile era timida e dimessa ad alzarsi sulle punte e a mostrare il corpo. Le altre si nascondevano, lei inventava ogni settimana un taglio e un colore nuovo di capelli, le altre si oscuravano, lei diventava un volto in tv, le altre si facevano piccole, lei si prendeva la scena, girava con la spider (c’è una magnifica intervista di Beppe Viola), andava a ballare, aveva amori (molti), non rinunciava a dire la sua. «Odio il reggiseno che mi obbligano a portare, sono piatta, non ne ho bisogno». Otto scudetti in 9 anni, 113 presenze in nazionale, un bronzo agli europei del ’74. In più una laurea Isef. Fumava (sigari nell’ultimo periodo). Cresciuta senza bambole in una famiglia di campioni di bridge. Eccentrica, curiosa, votata al bello. E maniacale nelle pulizie di casa. Diede addio al basket a 28 anni per problemi fisici (schiena, ginocchio, tendine d’Achille, tre fratture al naso). Un po’ di tv, di giornalismo, incarichi di rappresentanza. Ma qualcosa non funzionava. «Non mi ritrovavo più nell’immagine esterna, non sopportavo più di essere quella che nel mondo dello spettacolo doveva comportarsi in un certo modo. Alla Domenica Sportiva mi dicevano: ridi, ridi di più. E io: perché se devo leggere i risultati del basket? Si arrabbiavano quando mi vestivo con i pantaloni, volevano le mini per vedere le gambe. Ero persa, avevo smesso di giocare, cercavo senza trovarle quelle emozioni che il campo non mi dava più».
La vita dopo il basket
Passò al buddismo, si appassionò alla reincarnazione ma suo padre, con cui si era riconciliata, si ammalò e morì, questo la devastò. Prese a frequentare la chiesa della parrocchia, si diede al volontariato, si occupò di bambini cerebrolesi e andò a dare una mano nei canili («a spalare merda»), convinta che fosse meglio impegnarsi fuori dalla politica. Cominciò a dipingere e a fare mostre: manipolazioni di corteccia, corallo, fibre vegetali. «Con la pittura butto fuori tutto quello che mi agita dentro». Rosi Bozzolo, regista della squadra e amica di Mabèl, rivela: «L’ho ospitata a Milano a fine agosto, quando il fratello Norberto l’ha convinta a fare esami medici. Camminava con difficoltà, dopo cinque passi aveva il fiatone. Non ha detto a nessuno della sua malattia, era fatta così, io le sono stata vicina, senza mai chiederle niente. Non telefonava mai, però rispondeva agli amici come Renzo Bariviera. Doveva essere operata, non ha fatto in tempo. Nel basket di oggi sarebbe stata un’ala perfetta, ma allora allontanarla dal canestro sarebbe stata un’eresia». Rita Bottiglieri, ex sprinter, con cui aveva condiviso gli anni di sport: «Sembrava essersi persa in un mondo tutto suo». Mabèl si era sposata con un tunisino, Ryadh, molto più giovane, conosciuto come portiere di notte dell’albergo dove soggiornava, avevano divorziato, e lei dopo non si era più impegnata. Al telefono sentivi che chiamava Ugo, Puci, Luna, Cippi, Miki, Patasciú. I suoi fidati partner animali (era molto gelosa). Ragazze che fate sport, oggi mandatele un pensiero: quello che avete (una tuta della vostra misura, un fisioterapista, assistenza) esiste perché c’è stata Mabèl. Che ha giocato e lottato contro l’idea che gli uomini fossero migliori delle donne. «Un’assurda convinzione». Benedetta rompiscatole.