TORINO - La Juve perde la sua finale in casa senza neppure arrivarci, e senza muoversi dalla casa medesima: una beffa doppia, ma non immeritata. Non bastano quasi cento minuti per segnare un piccolo, misero gol ad un Benfica rimasto in 10 per quasi venti minuti, e addirittura in 9 nel lunghissimo finale. Le cause di questa delusione non mancano, e non sono imputabili al destino. Innanzi tutto, la Juve paga la presunzione di Conte che all'andata aveva sbagliato formazione, pensando che Vucinic potesse bastare accanto a Tevez. E si pagano anche gli errori difensivi di Lisbona, quelle distrazioni che si sarebbero dimostrate fatali.
Comunque la si giri, è la conferma che questa Juventus non ha vero spessore europeo. Fuori dalla Champions League al primo turno, malissimamente, e fuori anche dall'irripetibile occasione di una finale di Europa League nel proprio stadio. A ben guardare, però, neppure in questa coppa di consolazione i bianconeri si sono dimostrati veramente all'altezza: hanno superato la Fiorentina non proprio di slancio, hanno balbettato a tratti persino contro il modesto Lione e hanno sbagliato mezza partita a Lisbona. Sono infine arrivati stanchi e sfasati alla gara decisiva, creando ben pochi pericoli ad un avversario che ha giocato per distruggere ogni trama altrui, facendo passare il tempo con ogni mezzo possibile, comprese scenate e trucchetti. Però, al netto di tutto questo, una Juve all'altezza di se stessa sarebbe comunque riuscita ad abbattere il muro. Così non è stato, e le responsabilità vanno divise in parti uguali. Cominciando, come detto, dall'allenatore: i suoi limiti nella gestione di tutto quanto non sia il campionato (mettiamoci anche la Coppa Italia, sprecata per un turnover all'Olimpico non necessario) si sono confermati anche quest'anno, condotto peggio dello scorso, quando almeno la Juve era uscita dalla Champions nei quarti di finale contro il Bayern, assoluto padrone dell'Europa. Il Benfica è una buona squadra, ma non c'è paragone.
Nella sera che le decideva tutte, ai campioni d'Italia sono mancate soprattutto le punte. Poco incisivo Tevez, del tutto fuori partita Llorente; poi sono entrati, invano, anche Giovinco (in pratica, ha sbagliato ogni cosa) e Osvaldo (che non ha avuto la possibilità di sbagliare niente, a parte il gol annullato per evidente fuorigioco). I bianconeri possono recriminare per il colpo di testa a porta vuota di Luisao, che ha salvato il Benfica alla fine del primo tempo su incornata di Vidal. Ma c'è stato davvero troppo poco, quasi nulla, per conquistare una finalissima evaporata nel nulla.
Il finale è stato confuso, convulso e rissoso, con scene da saloon tra le panchine (espulsi Vucinic e Markovic con la tuta addosso) e con quel recupero che non finiva mai. Conte avrebbe voluto dieci minuti di extra time, faceva appunto il segno 10 con le mani al quarto uomo, ma di minuti ne ha avuti soltanto 6 e non sono bastati.
Dunque, il Benfica tornerà a Torino il 14 maggio per giocarsi l'Europa League contro il Siviglia, che ha strappato la finale all'ultimo secondo, impresa che non è riuscita alla Juventus. La quale si consolerà con il suo terzo scudetto consecutivo, forse già domenica e senza neppure giocare se la Roma non vincerà a Catania, al più tardi lunedì sera, conquistando almeno un punto contro l'Atalanta, dentro il suo stadio: cioè il luogo che sembrava una tana invalicabile e che invece per una notte, la più importante, è diventata una casa stregata come quelle dei luna park.
Comunque la si giri, è la conferma che questa Juventus non ha vero spessore europeo. Fuori dalla Champions League al primo turno, malissimamente, e fuori anche dall'irripetibile occasione di una finale di Europa League nel proprio stadio. A ben guardare, però, neppure in questa coppa di consolazione i bianconeri si sono dimostrati veramente all'altezza: hanno superato la Fiorentina non proprio di slancio, hanno balbettato a tratti persino contro il modesto Lione e hanno sbagliato mezza partita a Lisbona. Sono infine arrivati stanchi e sfasati alla gara decisiva, creando ben pochi pericoli ad un avversario che ha giocato per distruggere ogni trama altrui, facendo passare il tempo con ogni mezzo possibile, comprese scenate e trucchetti. Però, al netto di tutto questo, una Juve all'altezza di se stessa sarebbe comunque riuscita ad abbattere il muro. Così non è stato, e le responsabilità vanno divise in parti uguali. Cominciando, come detto, dall'allenatore: i suoi limiti nella gestione di tutto quanto non sia il campionato (mettiamoci anche la Coppa Italia, sprecata per un turnover all'Olimpico non necessario) si sono confermati anche quest'anno, condotto peggio dello scorso, quando almeno la Juve era uscita dalla Champions nei quarti di finale contro il Bayern, assoluto padrone dell'Europa. Il Benfica è una buona squadra, ma non c'è paragone.
Nella sera che le decideva tutte, ai campioni d'Italia sono mancate soprattutto le punte. Poco incisivo Tevez, del tutto fuori partita Llorente; poi sono entrati, invano, anche Giovinco (in pratica, ha sbagliato ogni cosa) e Osvaldo (che non ha avuto la possibilità di sbagliare niente, a parte il gol annullato per evidente fuorigioco). I bianconeri possono recriminare per il colpo di testa a porta vuota di Luisao, che ha salvato il Benfica alla fine del primo tempo su incornata di Vidal. Ma c'è stato davvero troppo poco, quasi nulla, per conquistare una finalissima evaporata nel nulla.
Il finale è stato confuso, convulso e rissoso, con scene da saloon tra le panchine (espulsi Vucinic e Markovic con la tuta addosso) e con quel recupero che non finiva mai. Conte avrebbe voluto dieci minuti di extra time, faceva appunto il segno 10 con le mani al quarto uomo, ma di minuti ne ha avuti soltanto 6 e non sono bastati.
Dunque, il Benfica tornerà a Torino il 14 maggio per giocarsi l'Europa League contro il Siviglia, che ha strappato la finale all'ultimo secondo, impresa che non è riuscita alla Juventus. La quale si consolerà con il suo terzo scudetto consecutivo, forse già domenica e senza neppure giocare se la Roma non vincerà a Catania, al più tardi lunedì sera, conquistando almeno un punto contro l'Atalanta, dentro il suo stadio: cioè il luogo che sembrava una tana invalicabile e che invece per una notte, la più importante, è diventata una casa stregata come quelle dei luna park.