Le notti romane del divo Pelé, e quel rigore parato da Ginulfi
di
Luigi Panella
Pelè con Alberto Ginulfi
O Rei e il Santos vennerò spesso nella Capitale tra il 1961 e il 1972, e l'accoglienza fu sempre da star. Tre vittorie brasiliane, quattro portieri. Ma solo a uno, romanista e romanissimo, il fuoriclasse non fece mai gol: "Tempo dopo venni a sapere che chiese di me, mi voleva portare in Brasile"
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Quel fascino particolare di Roma: suadente, arrogante, irresistibilmente seduttivo. Molte star del cinema americano vi trovarono una seconda vita. Era la Hollywood sul Tevere degli anni cinquanta, dei kolossal che gli americani venivano a girare a costi stracciati. Divi di tutti i tipi, accolti con un entusiasmo popolare degno di un capo di stato: attori, attrici, ma anche star dello sport. ''Pelé a Roma: 1961, 1967, 1972'', è un romanzo in tre atti. Tre partite spalmate nel tempo: la prima con il fuoriclasse acerbo ammirato al mondiale in Svezia, l'ultima con l'uomo carico di gloria, appagato ma non imbolsito, che sta dando l'addio alla nazionale dopo essersi preso per sempre la Coppa Rimet in Messico.
Il 3 marzo del 1972, Pelé non deve dimostrare più niente a nessuno. Il Santos invece non riesce più a dimostrare lo splendore di un tempo. Lo stesso 10 sta regalando le ultime stagioni al club paulista prima di esportare il calcio negli Usa con l'esperimento precursore del fantacalcio dei Cosmos. Quel giorno che bussa alla primavera Pelé ha già vinto tutto, e da tempo il suo gol numero 1000 è diventato un quadro nella storia. È planetario, è il piede di Neil Armstrong sulla luna, è il gancio sinistro di Joe Frazier alla mascella ed alle certezze di Muhammad Ali. Lo ha segnato su rigore, in un Santos-Vasco da Gama del 1969, mentre tutto il mondo era dietro la porta di Andrada, il portiere della squadra carioca. Anche se Pelé gli avesse tirato addosso, lui si sarebbe scansato. Non avrebbe interrotto il corso di una storia che, sia pure come attore non protagonista, stava celebrando anche lui.
Rigore per il Santos. Anche il 3 marzo del 1972. Roma-Santos atto III, sono passati 36 minuti. I tempi di Coppa dei Campioni sono ancora lontani, i tifosi romanisti sono fermi alla Coppa delle Fiere vinta nel 1961 e ad una monetina beffarda che li ha privati della finale della Coppa delle Coppe del 1970 dopo una infinita trilogia di sfide con il Gornik Zabrze. A Roma c'è tanta voglia di calcio stellare, sono in 70mila sugli spalti: quasi tutti paganti. Il quasi lo scrive l'allora presidente Anzalone: a partita iniziata da pochissimo, ai cancelli è ressa selvaggia. Lui dà l'ordine di aprirli per evitare una tragedia. In tribuna c'è un altro sudamericano illustre, ma del Santos gliene frega poco. È un argentino dallo sguardo impenetrabile: Carlos Monzon a Roma torna spesso per allenarsi con Mario Romersi, pugile del rione Monti. Sta preparando la difesa della corona mondiale dei medi strappata a Nino Benvenuti: il mese successivo, al Palazzo dello Sport, Denny Moyer gli resisterà 5 round.
Rigore per il Santos. Pelé ne ha tirati una infinità fino a quel momento. Tutti gol, tranne tre: con il Corinthians nel '59, con il Guarani nel '67 e con il Municipal de Lima l'anno seguente. Tira e un ragazzo del quartiere San Lorenzo, romanissimo e romanista, Alberto Ginulfi, lo para. "Fa una finta a destra e tira a sinistra, rasoterra: paro in tuffo, con una sola mano'', ci racconta il portiere. Poi il Santos vince 2-0: segnano Oberdan ed Edu, ma non lui. ''Mi diede la sua maglia, la custodisco gelosamente. Il giorno dopo quel rigore l'ho anche incontrato, fui invitato ad un rinfresco all'ambasciata brasiliana''. Ma di incontro ce n'era stato un'altro, nell' estate del 1967, al Flaminio. Dopo 42 minuti Pelé si presenta davanti al portiere, pallonetto, gol. Già, però il portiere è Pierluigi Pizzaballa, l'uomo senza volto, almeno nelle figurine Panini visto che è passato alla storia come introvabile. Nella ripresa entra Ginulfi, Pelè va al tiro più volte, ma niente. ''Gli ho parato tutto, tanto che un po' di tempo dopo un famoso mediatore brasiliano, l'uomo che aveva portato in Italia Jair, disse che Pelé aveva chiesto di me. Quando gli fu risposto che ero solo una riserva, domandò se non fosse il caso di portarmi al Santos...". A distanza di tanti anni Ginulfi, che come allenartore dei portieri e osservatore del Napoli si è goduto le prodezze di Maradona, non cade nel più scontato dei giochini: "Il più forte? Ogni fuoriclasse caratterizza la sua epoca. Diciamo che Messi è molto simile a Maradona, mentre una punta come Pelé, visto che lui ha arretrato la posizione solo sul finire della carriera, non c'è più stata. Scattava da fermo e ti lasciava sul posto, e poi aveva uno stacco di testa come pochi pur non essendo altissimo. Sembrava un giocatore di basket che fa il terzo tempo, capace di colpire di testa restando per aria mezz'ora...".
Andò decisamente peggio a Panetti e Labella, che si alternarono in porta nel giugno del 1961, Pelé atto I. Era la Roma del 'vecchio' Schiaffino e di Chiggia (sì, proprio di due uruguaiani del Maracanazo del 1950 che aveva fatto piangere il Brasile), del gladiatore Losi, del potente Lojacono, di Piedone Manfredini. Eppure fu 0-5, doppietta del giovanissimo O Rei. Tre anni prima aveva stupito il mondo insieme ad un ragazzo dal dribbling impossibile, anche lui in qualche modo stregato dal fascino di Roma. Nel 1970 Garrincha venne in Italia al seguito della sua donna (una show girl dell'epoca) e sponsorizzato da un consorzio di caffè. Per lui non si riempì lo stadio Olimpico, ma l'amore per il pallone era rimasto immutato. Giocava con tutti: nei parchi, nelle strade, lo fece anche con una squadra dilettantistica, il Sacrofano. Solo così provava solllievo e scacciava per qualche ora i demoni dell'alcol che stavano distruggendo la sua anima.