L'angoscia di Shevchenko: "La mia famiglia è in pericolo"
di Enrico Currò , di Enrico CurròMILANO - Fino a mercoledì sera Andriy Shevchenko, simbolo dello sport ucraino e del Paese, Pallone d'oro da calciatore del Milan e poi ct della nazionale dal 2016 al 2021, sperava ancora che l'incubo della guerra si potesse scacciare: "Come è possibile tutto questo? Il nostro popolo vuole la pace": lo aveva scritto in un tweet, lo aveva ripetuto agli intimi, alla moglie Kirsten e ai quattro figli. L'incredulità è rimasta tale anche ieri, ma le immagini televisive e le notizie da Kiev lo hanno fatto precipitare nello sconforto: la sensazione dell'irreparabile si è fatta strada quando ha visto che la guerra era entrata nei luoghi della sua infanzia e della sua adolescenza. Obolon, il quartiere a nord della capitale in cui è cresciuto, e il lago Vrbne, dove giocava a hockey su ghiaccio da ragazzino, sono diventati due nomi sinistri, nei dispacci governativi, che invitavano i cittadini di quel distretto a rimanere in casa…
MILANO - Fino a mercoledì sera Andriy Shevchenko, simbolo dello sport ucraino e del Paese, Pallone d'oro da calciatore del Milan e poi ct della nazionale dal 2016 al 2021, sperava ancora che l'incubo della guerra si potesse scacciare: "Come è possibile tutto questo? Il nostro popolo vuole la pace": lo aveva scritto in un tweet, lo aveva ripetuto agli intimi, alla moglie Kirsten e ai quattro figli. L'incredulità è rimasta tale anche ieri, ma le immagini televisive e le notizie da Kiev lo hanno fatto precipitare nello sconforto: la sensazione dell'irreparabile si è fatta strada quando ha visto che la guerra era entrata nei luoghi della sua infanzia e della sua adolescenza. Obolon, il quartiere a nord della capitale in cui è cresciuto, e il lago Vrbne, dove giocava a hockey su ghiaccio da ragazzino, sono diventati due nomi sinistri, nei dispacci governativi, che invitavano i cittadini di quel distretto a rimanere in casa "per evitare operazioni militari attive".
La famiglia d'origine di Shevchenko vive oggi in un altro quartiere, ma i racconti della mamma Lyubov, della sorella Olena, della nipote e del cognato non sono stati diversi da chi a Kiev è paralizzato dall'angoscia e dal terrore: "La casa trema spesso, non sappiamo che cosa possa succedere". L'angoscia dell'ex fuoriclasse, che era pronto a raggiungere la famiglia dall'Inghilterra ma come tutti non può farlo per via dello spazio aereo chiuso, è contenuta negli eloquenti messaggi già consegnati al web: "L'Ucraina e il suo popolo vogliono la pace e l'unità territoriale. Per favore, vi chiedo di sostenere il nostro Paese e di chiedere al governo russo di fermare questa aggressione e violazione del diritto internazionale. La guerra non è necessaria. La guerra non è la risposta". Parole ponderate sulla "guerra su vasta scala, iniziata dalla Russia: la mia gente e la mia famiglia sono in pericolo".
Sheva ha sempre manifestato il forte legame col proprio Paese, che nel 2012 lo spinse a entrare in politica per un breve periodo: "Ma non era cosa mia. Io appartengo al calcio", spiegò a Repubblica, senza smettere di sentirsi e di essere un simbolo dell'Ucraina.