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Romeo Anconetani, il presidente del Pisa dei miracoli: il sale in campo per scaramanzia, la scoperta di Dunga e Simeone, le sparate in tv

Romeo Anconetani cosparge il campo del Pisa di sale per scaramanzia 
Cento anni fa nasceva il "vescovo", morto nel 1999. Guidò il club nerazzurro dal '78 al '94 con passione, innovazione e metodi che lo hanno reso un personaggio. Fu radiato al calcio per una combine, poi l'amnistia del Mundial a rimetterlo in carreggiata. Simbolo di un calcio che non c'è più
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Ventisei dicesi ventisei chili di sale. E chi si prenderebbe oggi la briga di spargerli per il campo prima di una partita, come rito propiziatorio a favor di vento? Ogni manciata un boato, per quello che nelle cronache degli Anni 80 veniva definito "l'abituale gesto scaramantico di un presidente vulcanico". Cento anni fa - 27 ottobre 1922 - nasceva Romeo Anconetani, mancato vescovo (era il suo sogno da bambino), esponente avventuriero di una razza padrona che non c'è più, perché il tempo ha ripulito gli eccessi, il villaggio-calcio è diventato global e no, non vedremo mai un Friedkin o un qualsiasi ceo di un fondo azionario arrotolarsi fino ai gomiti le maniche della giacca e correre sotto la curva dopo una vittoria, con gli occhiali appannati dalla libidine e la giugulare a palla.

Chi era Romeo Anconetani

Romeo Anconetani - triestino di nascita - è stato a capo del Pisa dal 1978 al 1994. Sedici anni, i più belli: rilev&ogr…

Ventisei dicesi ventisei chili di sale. E chi si prenderebbe oggi la briga di spargerli per il campo prima di una partita, come rito propiziatorio a favor di vento? Ogni manciata un boato, per quello che nelle cronache degli Anni 80 veniva definito "l'abituale gesto scaramantico di un presidente vulcanico". Cento anni fa - 27 ottobre 1922 - nasceva Romeo Anconetani, mancato vescovo (era il suo sogno da bambino), esponente avventuriero di una razza padrona che non c'è più, perché il tempo ha ripulito gli eccessi, il villaggio-calcio è diventato global e no, non vedremo mai un Friedkin o un qualsiasi ceo di un fondo azionario arrotolarsi fino ai gomiti le maniche della giacca e correre sotto la curva dopo una vittoria, con gli occhiali appannati dalla libidine e la giugulare a palla.

Chi era Romeo Anconetani

Romeo Anconetani - triestino di nascita - è stato a capo del Pisa dal 1978 al 1994. Sedici anni, i più belli: rilevò il club in C e (1982) lo portò in A, categoria che frequentò per sei stagioni. Molto fece, molto disfece: se sbagliò fu per eccesso di generosità, mai per difetto. Morì il 3 novembre del '99, portandosi dietro mezzo secolo di calcio, svariate gioie, più di un dolore, una laurea in economia honoris causa alla Columbia University, poche amicizie vere e un mondo che non c'era più, era finito con lui. Nel 1955 - poco più che trentenne - venne squalificato a vita perché - da dirigente del Prato - aveva aggiustato un Poggibonsi-Pontassieve. Il Pisa lo comprò utilizzando come prestanome il fratello Adolfo, a graziarlo fu poi l'amnistia dopo il Mundial vinto dagli azzurri nel 1982.

Anconetani scoprì Dunga e Simeone

All'epoca era uno spericolato smistatore di calciatori, lo chiamavano "Mister 5%" perché quella era la percentuale della commissione che pretendeva per ogni trattativa chiusa. Sapeva di calcio, nel suo ufficio teneva decine e decine di faldoni con le relazioni dei giocatori, che aveva scritto egli stesso, a mano. Leggenda vuole che avesse un archivio - alla faccia di internet - con 40.000 schede. Fu un favoloso talent scout. Scoprì campioncini in mezzo mondo: "El Cholo" Simeone, il danese Bergreen acquistato per 280 milioni di lire e venduto alla Roma per quattro miliardi, e poi l'argentino Chamot, il cannoniere olandese Kieft, il brasiliano Dunga che alzò la coppa del mondo nel '94, l'enfant prodige Piovanelli preso gratis e ceduto alla Juve per sei miliardi.

Anconetani e un calcio che non c'è più

Nel circo dei beneamati presidenti di quegli anni di passaggio in cui il Calcio cambiò pelle, Anconetani - con Costantino Rozzi dell'Ascoli e Antonio Sibilia dell'Avellino - rappresentava l'emisfero ruspante della categoria, a fronte dell'aplomb di Mantovani, al contegno sabaudo di Boniperti o al politichese di Dino Viola. Licenziò più di venti allenatori - il record fu di Boniek che durò un paio d'ore - tra il fracasso di porte che sbattevano e giornalisti che gli ficcavano microfoni e taccuini sotto il naso per strappargli un titolo, peraltro mai negato. Il giornalista l'aveva pure fatto, da giovane, per una decina d'anni. Trattava i giocatori come figli e il Pisa come una moglie. In ritiro cucinava lui e serviva a tavola i suoi giocatori, col tovagliolo steso sull'avambraccio come i camerieri che ne hanno viste tante. Alla prima sconfitta costringeva la squadra ad espiare le sue colpe con un pellegrinaggio. Meta preferita: la Madonna del Montenero. Invitava arbitri e giornalisti critici a "mettersi gli occhiali". Commisso l'altro giorno ha "bussato in maniera energica" alla porta dell'Inter, lui l'avrebbe buttata giù con una manata, quella porta.

Romeo Anconetani e lo stadio di Pisa

Era indubbiamente un visionario: organizzava i treni speciali per i tifosi e li andava ad accogliere alla stazione, agitando il braccio e urlando "Forza Pisa". Fu uno dei primi presidenti a capire la forza delle tivù, condusse persino - con il piglio del tribuno della plebe - una trasmissione su Canale 50: prego, andarsi a ripescare i suoi show nelle emittenti private toscane. La voce roca, gli occhiali fumè, la retorica a fiumi. Usava la prima persona singolare, ma parlava per tutti. Fu amatissimo. Sentenziò: "In Italia comanda l'Avvocato Agnelli, ma qui comando io". Pisa gli ha intitolato lo stadio - dal 2001 è l'Arena Garibaldi - Stadio Romeo Anconetani - e ai pisani quando sentono il nome di "Romeo" viene il groppo in gola e i ricordi si rincorrono come cani senza guinzaglio su un prato. Intrappolato nel vortice dell'onnipotenza disse: "Il Pisa sono io". Lo fu.