Romeo Anconetani, il presidente del Pisa dei miracoli: il sale in campo per scaramanzia, la scoperta di Dunga e Simeone, le sparate in tv
di Furio Zara , di Furio ZaraVentisei dicesi ventisei chili di sale. E chi si prenderebbe oggi la briga di spargerli per il campo prima di una partita, come rito propiziatorio a favor di vento? Ogni manciata un boato, per quello che nelle cronache degli Anni 80 veniva definito "l'abituale gesto scaramantico di un presidente vulcanico". Cento anni fa - 27 ottobre 1922 - nasceva Romeo Anconetani, mancato vescovo (era il suo sogno da bambino), esponente avventuriero di una razza padrona che non c'è più, perché il tempo ha ripulito gli eccessi, il villaggio-calcio è diventato global e no, non vedremo mai un Friedkin o un qualsiasi ceo di un fondo azionario arrotolarsi fino ai gomiti le maniche della giacca e correre sotto la curva dopo una vittoria, con gli occhiali appannati dalla libidine e la giugulare a palla.
Chi era Romeo Anconetani
Romeo Anconetani - triestino di nascita - è stato a capo del Pisa dal 1978 al 1994. Sedici anni, i più belli: rilev&ogr…
Ventisei dicesi ventisei chili di sale. E chi si prenderebbe oggi la briga di spargerli per il campo prima di una partita, come rito propiziatorio a favor di vento? Ogni manciata un boato, per quello che nelle cronache degli Anni 80 veniva definito "l'abituale gesto scaramantico di un presidente vulcanico". Cento anni fa - 27 ottobre 1922 - nasceva Romeo Anconetani, mancato vescovo (era il suo sogno da bambino), esponente avventuriero di una razza padrona che non c'è più, perché il tempo ha ripulito gli eccessi, il villaggio-calcio è diventato global e no, non vedremo mai un Friedkin o un qualsiasi ceo di un fondo azionario arrotolarsi fino ai gomiti le maniche della giacca e correre sotto la curva dopo una vittoria, con gli occhiali appannati dalla libidine e la giugulare a palla.
Chi era Romeo Anconetani
Romeo Anconetani - triestino di nascita - è stato a capo del Pisa dal 1978 al 1994. Sedici anni, i più belli: rilevò il club in C e (1982) lo portò in A, categoria che frequentò per sei stagioni. Molto fece, molto disfece: se sbagliò fu per eccesso di generosità, mai per difetto. Morì il 3 novembre del '99, portandosi dietro mezzo secolo di calcio, svariate gioie, più di un dolore, una laurea in economia honoris causa alla Columbia University, poche amicizie vere e un mondo che non c'era più, era finito con lui. Nel 1955 - poco più che trentenne - venne squalificato a vita perché - da dirigente del Prato - aveva aggiustato un Poggibonsi-Pontassieve. Il Pisa lo comprò utilizzando come prestanome il fratello Adolfo, a graziarlo fu poi l'amnistia dopo il Mundial vinto dagli azzurri nel 1982.
Anconetani scoprì Dunga e Simeone
All'epoca era uno spericolato smistatore di calciatori, lo chiamavano "Mister 5%" perché quella era la percentuale della commissione che pretendeva per ogni trattativa chiusa. Sapeva di calcio, nel suo ufficio teneva decine e decine di faldoni con le relazioni dei giocatori, che aveva scritto egli stesso, a mano. Leggenda vuole che avesse un archivio - alla faccia di internet - con 40.000 schede. Fu un favoloso talent scout. Scoprì campioncini in mezzo mondo: "El Cholo" Simeone, il danese Bergreen acquistato per 280 milioni di lire e venduto alla Roma per quattro miliardi, e poi l'argentino Chamot, il cannoniere olandese Kieft, il brasiliano Dunga che alzò la coppa del mondo nel '94, l'enfant prodige Piovanelli preso gratis e ceduto alla Juve per sei miliardi.
Anconetani e un calcio che non c'è più
Nel circo dei beneamati presidenti di quegli anni di passaggio in cui il Calcio cambiò pelle, Anconetani - con Costantino Rozzi dell'Ascoli e Antonio Sibilia dell'Avellino - rappresentava l'emisfero ruspante della categoria, a fronte dell'aplomb di Mantovani, al contegno sabaudo di Boniperti o al politichese di Dino Viola. Licenziò più di venti allenatori - il record fu di Boniek che durò un paio d'ore - tra il fracasso di porte che sbattevano e giornalisti che gli ficcavano microfoni e taccuini sotto il naso per strappargli un titolo, peraltro mai negato. Il giornalista l'aveva pure fatto, da giovane, per una decina d'anni. Trattava i giocatori come figli e il Pisa come una moglie. In ritiro cucinava lui e serviva a tavola i suoi giocatori, col tovagliolo steso sull'avambraccio come i camerieri che ne hanno viste tante. Alla prima sconfitta costringeva la squadra ad espiare le sue colpe con un pellegrinaggio. Meta preferita: la Madonna del Montenero. Invitava arbitri e giornalisti critici a "mettersi gli occhiali". Commisso l'altro giorno ha "bussato in maniera energica" alla porta dell'Inter, lui l'avrebbe buttata giù con una manata, quella porta.
Romeo Anconetani e lo stadio di Pisa
Era indubbiamente un visionario: organizzava i treni speciali per i tifosi e li andava ad accogliere alla stazione, agitando il braccio e urlando "Forza Pisa". Fu uno dei primi presidenti a capire la forza delle tivù, condusse persino - con il piglio del tribuno della plebe - una trasmissione su Canale 50: prego, andarsi a ripescare i suoi show nelle emittenti private toscane. La voce roca, gli occhiali fumè, la retorica a fiumi. Usava la prima persona singolare, ma parlava per tutti. Fu amatissimo. Sentenziò: "In Italia comanda l'Avvocato Agnelli, ma qui comando io". Pisa gli ha intitolato lo stadio - dal 2001 è l'Arena Garibaldi - Stadio Romeo Anconetani - e ai pisani quando sentono il nome di "Romeo" viene il groppo in gola e i ricordi si rincorrono come cani senza guinzaglio su un prato. Intrappolato nel vortice dell'onnipotenza disse: "Il Pisa sono io". Lo fu.