Quando gioca la Croazia gli stadi si riempiono di calottine a scacchi biancorossi. È l'omaggio del suo popolo alla pallanuoto, uno degli sport più amati. E un giovanissimo allenatore nato a Dubrovnik in un anno appena sulla panchina della Pro Recco ha già vinto tutto: scudetto, Champions League, Coppa Italia, Supercoppa europea. A 32 anni Sandro Sukno incarna anche a bordo vasca lo "Hrvatski duh", lo spirito che ha portato la nazionale balcanica per la terza volta nelle sue sei partecipazioni totali in semifinale al Mondiale di calcio.
Quattro milioni scarsi di abitanti ne hanno battuti cinquanta volte tanti: Croazia-Brasile è stato l'ennesimo esempio della vostra singolare forza.
"Essere croati significa avere dentro un fuoco, una voglia di vincere innata, che ti viene inculcata da bambini. Siamo uno stato piccolissimo e molto giovane, nato negli anni Novanta dalla guerra, abbiamo all'incirca gli stessi abitanti di Roma. Ma abbiamo qualcosa che potremmo definire un misto tra cuore e talento, che si sommano e si esaltano soprattutto negli sport di squadra".
Due cose innate o due cose che si possono allenare?
"Vengono da Dio, certamente, ma anche quando facevamo parte della Jugoslavia abbiamo sempre avuto un'attitudine enorme al lavoro, al migliorarci costantemente. Il talento da solo non basta, è una buona base, poi devi metterci il sudore, la fatica, la dedizione. Nella nostra piccola storia abbiamo avuto almeno due esempi grandissimi. Uno è Ratko Rudic, che ha fatto la storia della pallanuoto, anche con la nazionale italiana. E l'altro è il povero Drazen Petrovic".
Il Mozart dei canestri: l'anno prossimo saranno trent'anni dalla sua tragica morte.
"Un giocatore indimenticabile, diventato star anche in Nba, e argento olimpico a Barcellona dietro il primo Dream Team di Magic e Jordan. Ci ha insegnato a guardare lontano, ha aperto la strada del grande sport anche a noi, piccoli e spauriti, usciti da poco da una guerra devastante".
E poi è arrivato il calcio: Boban, Suker, e ora Luka Modric.
"Talento e una grande testa. Luka è un simbolo del nostro paese, un'ispirazione per tutti gli sportivi croati. Un leader assoluto".
Lei ha vinto la Champions League con la Pro Recco a Belgrado, ai rigori contro il Novi Beograd. Dei quattro in un anno, è stato quello il trionfo più bello?
"A quello affiancherei anche lo scudetto. Ero una scommessa del presidente Felugo, sono passato in poco tempo dall'acqua alla panchina. Una pazzia forse, ma ha pagato subito".
Lei ha lasciato nel 2019 per un problema cardiaco, dopo un'operazione negli Stati Uniti.
"Avevo vinto un oro olimpico e un titolo mondiale, ero nel momento più bello della carriera. Un esame di routine mi ha aperto un baratro sotto i piedi. Ho provato a tornare, mi sono fermato ancora e a quel punto ho deciso di accettare il mio destino. Ho impiegato mesi a farlo, è stata molto dura".
Ha pensato all'impianto di un defibrillatore, come Eriksen?
"No, ho pensato alla vita, alla mia famiglia, agli anni che avevo davanti, e ho preferito non rischiare. Ho due figli. Ho letto quello che è capitato anche a Sonny Colbrelli e trovo che anche lui abbia fatto la scelta giusta. Non abbiamo un corpo e soprattutto un cuore di riserva. Ho avuto la fortuna di poter proseguire nel mio mondo, lo stesso".
Fare l'allenatore l'appaga?
"È la cosa più vicina a fare il giocatore. Stare a bordo vasca è quasi come stare dentro. Dopo aver diretto il primo allenamento me ne sono innamorato. Ho diversi giocatori più anziani di me, ho appena 32 anni, ma non è stato difficile. Ho trasferito loro alcuni miei principi e un po' dello spirito croato, e loro mi hanno restituito tutto sottoforma di lavoro, di applicazione, di volontà. I risultati ci danno ragione. E abbiamo una cittadina, Recco, che vive con noi e ci trascina. Recco è piccola come la Croazia, in rapporto ad altre grandi potenze. Ma tutti sanno che giocarci contro è molto dura. Giochi contro una storia, quando giochi contro di noi".