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Marocco-Francia, la rivincita della battaglia di Poitiers

Il 25 ottobre 732 Carlo Martello fermò l'avanzata dei Mori in Europa. Dopo 1290 anni, la semifinale mondiale è solo il secondo tempo di quello scontro fra europei e arabi
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Ci vorrebbe la macchina del tempo. Una di quelle col calendario sul cruscotto, in cui fissi la data sul display, tiri una leva  e in un battibaleno arrivi a destinazione. Ad avercela, uno potrebbe andare indietro di 1290 anni, un mese e 20 giorni, al 25 ottobre dell’anno 732. Quella è la data, presunta, in cui Carlo Martello fermò l’avanzata dei Mori in Europa.

Già prese per intero Spagna e Portogallo, in quei giorni le armate ai comandi di un generale dal nome infinito, Abd al-Rahman ibn Abd Allah al-Ghafiqi, puntavano dritte al Regno dei Franchi per estendere il loro dominio sull’intera Europa Occidentale. La battag…

Ci vorrebbe la macchina del tempo. Una di quelle col calendario sul cruscotto, in cui fissi la data sul display, tiri una leva  e in un battibaleno arrivi a destinazione. Ad avercela, uno potrebbe andare indietro di 1290 anni, un mese e 20 giorni, al 25 ottobre dell’anno 732. Quella è la data, presunta, in cui Carlo Martello fermò l’avanzata dei Mori in Europa.

Già prese per intero Spagna e Portogallo, in quei giorni le armate ai comandi di un generale dal nome infinito, Abd al-Rahman ibn Abd Allah al-Ghafiqi, puntavano dritte al Regno dei Franchi per estendere il loro dominio sull’intera Europa Occidentale. La battaglia fatale avvenne a Poitiers, che contrariamente a quel che si potrebbe pensare non è da qualche parte nei Pirenei ma in Aquitania, nella Francia centrale, più o meno alla stessa latitudine di Bolzano. A vincerla fu il Re Francese, e per i Mori cominciò una lunga e dolorosa ritirata che li riporterà in Africa e anzi peggio, visto che per buona parte del Novecento (inteso come mille-e-novecento) il Marocco sarà sottomesso al potere coloniale francese.

 

Fast forward. Sarà pure solo un fatto simbolico, ma in quella guerra per procura che è il Mondiale di calcio, nel giro di due settimane il Marocco si è ripreso tutto quel che un tempo legittimamente gli apparteneva. Prima ha matato la Spagna, poi il Portogallo. E ora, a dimostrazione del fatto che a redigere il tabellone è stato un docente di Storia, tocca alla Francia.

Il tifo (ci torneremo tra poco) è una delle massime espressioni delle libertà personali, quindi lungi da noi il voler suggerire che parte prendere. Ma comunque la si veda, e comunque vada a finire, Francia- Marocco sarà inevitabilmente una rivisitazione della Battaglia di Poitiers. Se a vincere sarà la Francia, Olivier Giroud verrà elevato al rango di nuovo Carlo Martello, eroe dell’imperitura resistenza cristiana contro l’infedele invasore. Au contraire, se dovessero spuntarla Hakimi e Amrabat, sarebbe la Vendetta della Storia, una Poitiers rovesciata, il compimento del sogno di Abd al-Rahman ibn Abd Allah al-Ghafiqi e il contemporaneo ribaltamento di tredici secoli di angherie.

Perché tocca essere onesti: adesso per gli Europei è facile fare i superiori, ma nell’ottavo secolo noi si brancolava nel buio del Medioevo mentre gli Arabi erano la stella polare delle arti, delle lettere, della filosofia e dell’architettura. E sì, farsi conquistare non è bello per nessuno, quindi viva i Franchi, ma neanche genuflettersi al tricoloeur che sventola sul palazzo del governatore a Rabat è una passeggiata di salute. Quindi un inchino postumo se lo merita pure Re Mohammed V, primo sovrano del Marocco indipendente dopo la cacciata dei Francesi.

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“Diaspora” è una parola ambivalente: tristissima e bellissima insieme, perché indica chi è costretto a lasciare il proprio Paese e a recidere una parte importante delle proprie radici, ma allo stesso tempo celebra il fascino incomprimibile del “moto a luogo”, dell’apertura all’ignoto, del contaminare e del farsi contaminare. Diaspora è anche sinonimo di una delle caratteristiche più intriganti del mondo contemporaneo: le identità multiple, per cui puoi essere  insieme africano ed europeo, asiatico e americano, sentendoti pienamente l’una e l’altra cosa e risolvendo dentro di te ogni eventuale conflitto di appartenenza.

E nessun Paese, tra quelli che si contendono la Coppa del mondo di calcio, può vantare una diaspora più significativa di quella del Marocco, una nazione di 37 milioni di abitanti con 5 milioni di  cittadini emigrati all’estero, soprattutto attorno al Mediterraneo: un milione e due in Francia, 750 mila in Spagna, poco meno di mezzo milione in Italia, 350 mila in Olanda, 300 mila in Belgio… E quasi 400 mila in Israele.

Quest’ultima è una diaspora un po’ particolare, nata quasi di colpo tra gli anni ’50 e ’60 quando gli ebrei marocchini hanno cominciato a sentire l’ostilità dei loro compatrioti generata dalle guerre arabo-israeliane. In vent’anni sono scappati quasi tutti, hanno preso la cittadinanza israeliana, ma non per questo hanno ripudiato le loro origini (anche perché integrarsi in un Paese fondato perlopiù da russi e polacchi non è stato affatto banale). Ebbene, in questi giorni del Mondiale, in Israele si sta verificando un fenomeno strepitoso, con le bandiere del Marocco che vengono sventolate per le strade da israeliani e palestinesi insieme, gli uni mossi dall’amor di patria - ancorché perduta -, gli altri dal legittimo orgoglio per l’ingresso nell’élite del calcio di una nazione araba. Persone abituate a detestarsi, o perlomeno a diffidare gli uni degli altri, che all’improvviso trovano in un pallone che rotola un comun denominatore fin qui impensabile.

La prima pagina di Yedioth Ahronot dopo la vittoria del Marocco sul Portogallo 

“Il mondo sta impazzendo”, titolava compiaciuto l’altro giorno – sotto una fotografia dei giocatori marocchini in trionfo – Yedioth Ahronot, il più mainstream tra i quotidiani israeliani. Impazzendo in senso buono, ovviamente, nel solco dell’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam. Miracoli da Mondiale.