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Leonardo Bonucci: "La sua vittoria all'Europeo l'ultimo miracolo"

Il capitano della Nazionale e della Juventus: "Ogni volta che parlavamo uscivo arricchito: discutevamo della vita in campo e fuori"
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L'ultima grande impresa sportiva di Vialli la racconta con emozione e commozione Leonardo Bonucci. Quando l'Italia vinse l'Europeo nel 2021, l'attuale capitano della Nazionale e della Juventus era il vice di Chiellini e aveva già consolidato con Luca, capo delegazione dal 2019 al fianco di Mancini, un rapporto speciale. Quello che permette adesso a Bonucci un'affermazione priva di retorica: Vialli fu determinante per vincere quel titolo. 

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Bonucci, perché è lecito dire di un dirigente "determinante"?
"Perché la sua figura è stata fondamentale per ripartire e per ricostruire una mentalità vincente. Lo posso dire a chiare lettere e con cognizione di causa: lui ci ha dato qualcosa in più".

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Che cosa, in particolare? 
"La sua leadership. Il suo carisma. Con l'autorevolezza e nello stesso tempo con l'umiltà, quando faceva i discorsi alla squadra e quelli individuali ti lasciava sempre una sensazione che nessun altro avrebbe potuto trasmetterti. Lui era stato indubbiamente un grande giocatore. Però sentivi di trovarti di fronte anche a un grande uomo".

Quale ruolo gli attribuivate, al di là delle etichette?
"Quello di punto di riferimento. Dalle sue parole c'era sempre da imparare perché dentro c'era la sostanza di un esempio vivente. Ogni volta che parlavamo, ne uscivo arricchito. Ci trovavamo spesso a discutere della vita: del campo e di quello che un calciatore fa fuori. Delle analogie tra le due situazioni. Sei simile, in campo, a quello che sei nella vita: un bravo marito, un bravo padre, un bravo amico".

Amicizia è la parola che più ricorre in queste ore, associata a Vialli e Mancini.
"Gianluca, insieme al mister, era per noi un esempio. All'Europeo ha fatto cose uniche. Ha aiutato ad amalgamare il gruppo coi fatti. La dimostrazione di quanto fosse importante essere uniti e generosi la dava quotidianamente".

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Col suo modo di affrontare la malattia?
"Certamente il suo atteggiamento è stato un appiglio per tutti noi, lo stimolo a dare sempre qualcosa in più. Tutti sapevamo, tutti conoscevamo la battaglia che stava affrontando, ma non l'abbiamo mai visto mollare di un centimetro. Quando scendevamo per fare colazione, lui era già sul campo a fare la sua corsa, a lottare".

C'è un vostro dialogo che lei custodirà sempre nella memoria? 
"Sì, quello che mi ha colpito più di tutti è abbastanza recente. Meno di un anno fa, quando fallimmo la qualificazione al Mondiale, dovevamo andare in Turchia a giocare una partita dolorosa. La mattina dopo, al rientro da Palermo, mi si avvicinò e mi disse parole che non dimenticherò mai".

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Le può ricordare?
"Mi disse: Guarda, Leo, adesso siamo noi da soli di fronte alla realtà e nessuno ci può tirare su, se non lo facciamo da soli. Pensa alla mia vita: ho vissuto l'apice del successo e ora devo combattere la malattia. Ma io non mollo e così deve fare la Nazionale. Dipende solo da noi: dobbiamo guardare alla ricostruzione. Ora che Chiellini lascia, tu diventerai l'esempio che tutti dovranno seguire. E io sarò accanto a te, aiuteremo tutti a ricostruire, a riportare l'Italia dove merita di stare".

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In un video, a pochi giorni dalla finale di Wembley, Vialli vi legge le parole di Roosevelt: "L'onore spetta all'uomo nell'arena, che lotta con coraggio, che sbaglia ripetutamente, che dà tutto se stesso, che non avrà mai un posto accanto a quelle anime mediocri che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta".
"Dopo quel discorso è facile immaginare come ci sentissimo noi. Vialli sapeva trovare le parole giuste nel momento giusto: mai una frase scontata o detta a sproposito. La verità è che aveva un livello di intelligenza e di valori troppo elevato per avere fatto solo una carriera da calciatore. Era quasi l'eccezione che conferma la regola. Ognuno di noi può ricordare qualcosa di particolare. E poi era una persona divertente".

Un aneddoto?
"Quello che sapete tutti, la scaramanzia del pullman: dovevamo fingere di lasciarlo a terra. Arrivava per ultimo, in extremis, e quando saliva scattava l'applauso".

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Quanto contava nel suo essere un trascinatore il fatto che fosse stato un campione?
"Tantissimo. Per me lui era il capitano della mia unica Coppa Campioni, un simbolo della Juve, della leadership: il Campione. Da bambino, nel 1996, scesi in strada a Viterbo a festeggiare".

Qual è stato il vostro ultimo dialogo?
"A settembre, al raduno della Nazionale. Purtroppo si vedeva già che qualcosa era cambiato, dal modo in cui approcciava la giornata. Eppure dimostrò lo stesso grande senso di appartenenza, della disciplina, dei valori. Gli si leggeva in viso la sofferenza, ma si era presentato lo stesso. Forse eravamo inconsciamente preparati alla notizia, a dicembre gli avevo mandato un messaggio e non mi aveva risposto. Ma il dolore è comunque fortissimo".

Come lo saluteranno i campioni d' Europa?
"Io cercherò di andare ai funerali: è una cosa che sento, voglio esserci. Poi, certo, non sarà più la stessa cosa. Gianluca lascia un vuoto enorme. Sono sincero, chiunque arriverà al suo posto non potrà mai essere come lui: è stato un uomo unico".

 

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