Vialli e l'amore eterno con la Samp: il no al Milan, Mancini, lo scudetto e le lacrime per l'addio
di Stefano Zaino , di Stefano ZainoHai firmato? "Si". Per chi? "Per noi". Il giornalista, Franco Costa della sede Rai di Torino, corre lungo il campo, Gianluca Vialli di più, e ci mancherebbe, è un atleta, il bomber, il simbolo della Sampdoria, la speranza dell'Italia che sta per disputare gli Europei e fra due anni proverà a vincere il titolo Mondiale in casa. Costa insegue lo scoop e lo ha fatto, anche se forse subito non se ne rende conto. Noi è una chiara risposta, noi è il filo conduttore della vita di Gianluca Vialli, noi è la Sampdoria, il suo amore eterno, la bellissima fidanzata che mai si dimentica, il mondo a cui puoi aver detto addio fisicamente, passando alla Juventus, andando a vincere con i bianconeri, ma che mai hai lasciato con il cuore e dove, prima o poi, desideri tornare.
Vialli e il commovente discorso prima della finale degli Europei: "L'uomo che lotta con coraggio"
Vialli, che in qu…
Hai firmato? "Si". Per chi? "Per noi". Il giornalista, Franco Costa della sede Rai di Torino, corre lungo il campo, Gianluca Vialli di più, e ci mancherebbe, è un atleta, il bomber, il simbolo della Sampdoria, la speranza dell'Italia che sta per disputare gli Europei e fra due anni proverà a vincere il titolo Mondiale in casa. Costa insegue lo scoop e lo ha fatto, anche se forse subito non se ne rende conto. Noi è una chiara risposta, noi è il filo conduttore della vita di Gianluca Vialli, noi è la Sampdoria, il suo amore eterno, la bellissima fidanzata che mai si dimentica, il mondo a cui puoi aver detto addio fisicamente, passando alla Juventus, andando a vincere con i bianconeri, ma che mai hai lasciato con il cuore e dove, prima o poi, desideri tornare.
Vialli e il commovente discorso prima della finale degli Europei: "L'uomo che lotta con coraggio"
Vialli, che in quel momento della carriera deve rinnovare il contratto ed è desiderato da tutta l'Italia calcistica che conta, ha firmato, lo dice al giornalista, solo che omette la squadra, perché ha firmato per noi, la squadra è scontata, la Sampdoria, verso i cui tifosi sta correndo esultante, a torso nudo, per festeggiare un trionfo appena conquistato, la Coppa Italia, la seconda della sua carriera in blucerchiato, a Torino, stadio granata, il 20 aprile del 1988, sfida di ritorno, sotto la pioggia, decisa ai supplementari da un gol di Salsano.
Vialli e il no al Milan
In quel noi c'è tanto, c'è tutto. Fierezza, appartenenza, legame, affetto verso i colori, verso la gente, verso i compagni di squadra, verso la società, verso Paolo Mantovani, secondo padre per molti, anche per lui, e pure verso il territorio, Genova, Bogliasco, la Liguria, "perché a Milano 2 dove la trovo una villa con vista mare", amava ripetere, quando sistematicamente, lo fece più volte, rifiutava la corte di Berlusconi, Galliani e del club rossonero. La più clamorosa fu nel 1986, con uno di quei gesti che sapevano sciogliere un navigato capitano d'industria, un abile presidente, ma anche una persona sensibile come Paolo Mantovani. Già "ho firmato per noi" non è cosa da lasciarlo indifferente, Mantovani teneva molto all'unicità del proprio recinto e alla diversità con quello degli altri, ma quanto è accaduto due anni prima non ha eguali. Galliani ce l'ha fatta, ha convinto il presidente della Sampdoria a cedere un gioiello di 22 anni, l'attaccante emergente del campionato italiano. Gli resta da convincere il calciatore e quello sarà un gioco da ragazzi, la Sampdoria è reduce da un campionato anonimo (l'unico nell'era Mantovani), il Milan vuole vincere tutto, in Italia, in Europa e nel mondo.
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Mantovani gli sta dicendo addio con grande rammarico, ma non si può tarpare le ali ad un campione e ad un bravo ragazzo come lui. Non resta che convocarlo in sede e qui accade l'incredibile, un episodio che a conti fatti potrebbe essere considerato una delle basi dello storico scudetto che verrà. Vialli si presenta, Mantovani gli comunica che andrà al Milan, Galliani è pronto ad abbracciarlo e lui rimane di sasso. Chissà quali pensieri sono comparsi nella sua testa, forse la famosa villa di Milano 2, forse il mare, le moto d'acqua con cui si diverte con Mancini, lo storico ristorante che frequentano tutte le sere, a Quinto, suggestiva periferia est della città, a due passi dalle proprie abitazioni. Forse pensa a che fortuna ha in quel momento, tifosi che per lui stravedono, la maglia che lo affascina, compagni con cui sta benissimo, un'esistenza che ben concilia la fatica sul campo (dove però ha sempre giurato di divertirsi come un matto) e gli svaghi fuori. Riflette, ma poi nemmeno tanto. Perché in quei casi è l'istinto che conta e che, quasi sottovoce, gli fa dire al carismatico presidente: si potrebbe annullare tutto? Non lo avesse mai detto, Mantovani non aspettava altro: strappa tutto in un attimo, addio contratto firmato. Capisca Galliani, me lo chiede Luca. Galliani sbianca, per poco non sviene, impiegherà anni prima di farsene una ragione. Però capisce. Non si strappa uno scoglio al mare. Non si strappa Vialli alla Sampdoria.
Il patto: vincere lo scudetto con la Samp
Accadrà solo nel 1992, quando andrà alla Juventus, e per precisa volontà di Paolo Mantovani, il secondo padre, a cui non si può dire di no, soprattutto in quel momento. I suoi otto anni in blucerchiato, intensi e vincenti, sono pieni di atti d'amore e di corteggiamenti respinti. Molte avance non arrivano nemmeno a Mantovani, ci pensa Vialli a smorzarle sul nascere. Se qualcuno non se ne sta e prova a spingersi più in alto, ci pensa il presidente. Perché il rifiuto al Milan ha segnato un solco. Lì è nato il primo patto, si resta e qui si vince, altri ne seguiranno, uno per esempio nel 1989, prima della conquista della terza Coppa Italia, neutro di Cremona, quattro a zero al Napoli, un'intesa che coinvolge tutti i big e in quel momento come scopo principale ha quello di trattenere Vierchowod. Dalla Sampdoria non si va via sino a quando alla Sud e a tutto il popolo blucerchiato non si è regalato lo scudetto, gli amici, ancora belli e non più immaturi (definizione che i gioielli in blucerchiato non hanno mai gradito) alla fine ce la faranno, centreranno l'impresa storica, presidenti si fidi, vedrà. Mantovani annuisce e asseconda. Una volta l'avvocato Agnelli gli chiede sei giocatori per la sua Juventus, non solo Vialli. Respinto. Con garbo, ma in maniera decisa.
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E quelli che nel '91 diventeranno gli eroi del tricolore ogni volta esultano, sono contenti. La scelta del presidente è la loro scelta. Loro sono "noi", la Sampdoria, il mondo a cui sono indissolubilmente legati. E attenzione, Vialli non è il tipo, senza ipocrisie. Perché Luca ama dire quello che pensa, a volte imbarazza, come quando racconta che fare gol è come un orgasmo, si gode, si prova la stessa sensazione, altre volte spiazza, come quando esterna la propria soddisfazione nel procurarsi un rigore in situazioni al limite. Lo ha affermato anche di recente: "Ero bravo nel convincere gli arbitri". Simulazione, realtà, che importa? Ti danno il rigore, segni, vinci. Sei forte. Non irridi l'avversario, ma fai felice la tua gente. Che per Vialli sono "noi", quel tutt'uno che gli appartiene, quel mondo blucerchiato con cui si sente in perfetta simbiosi. Vialli dice la verità, sempre. E se qualcuno azzarda, peccato, stai alla Sampdoria, vinci poco, guadagni meno, lui convoca tutti a Bogliasco e, approfittando del rinnovo del Milan a Van Basten fa sapere: "se le cifre del contratto che ho letto sono vere, credo di essere ancora, dopo Maradona, il giocatore più pagato del campionato italiano".
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Vialli non mente. E sa benissimo quanto è bello, in tutti i sensi, stare alla Sampdoria. Dividere lo spogliatoio con un fratello come Mancini. I due si sono voluti un bene dell'anima, lo si è capito ancora di più negli ultimi tempi, con l'esperienza in nazionale, quell'intenso abbraccio a Wembley, dopo la vittoria nell'Europeo, nello stadio in cui con la Sampdoria erano arrivati in cima, finale di Coppa dei Campioni, ma poi erano caduti, punizione di Koeman, successo Barcellona e niente trofeo. Il destino spesso è bizzarro: il teatro è lo stesso, il verdetto è diverso. Piange l'Inghilterra, ridono Vialli e Mancini, 29 anni dopo, la quadratura del cerchio, di uno dei tanti che hanno disegnato assieme.
Vialli e Mancini, i gemelli del gol
Vialli e Mancini, anzi, Vialli&Mancini, tutto attaccato, come spesso, nei tempi blucerchiati, si diceva a Genova. I gemelli del gol, che Mantovani gestisce con cura, dribblando invidie e gelosie. Se dà a uno, deve elargire anche all'altro. Persino sui nomi dei cani. Stessa razza, uno Luca e l'altro Roberto. Per Boskov invece sono Sanchez e Butragueno, una coppia d'attaccanti che negli anni '80 furoreggiava nel Real Madrid. Il primo è Vialli, il secondo è Mancini. Quando Boskov nel 1986 approda alla Sampdoria, hanno 22 anni. Già forti, ma non ancora fenomeni. Lo diranno sempre: Boskov li ha trasformati. E fatti diventare campioni.
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Vialli e la Sampdoria. A Luca di questa società che lo ha folgorato vuole conoscere persino la storia. Segna tanto e comincia a venire fuori la storia che lui e Mancini possono superare le reti di Baldini e Bassetto, che hanno deliziato nei primi anni di vita del club, dal 1946 in poi. E chi sono questi due? Tranquilli, li conosce: chiuderà la sua avventura in blucerchiato con 85 gol in serie A. Batterà Baldini e non Bassetto, compito che più avanti spetterà a Mancini. Viene da ridere a pensarci, con tutto quello che ha vinto, in blucerchiato e altrove. Ma quelle reti in più di Bassetto per molto tempo non gli sono andate giù.
Il passaggio alla Juve
Purtroppo per i tifosi blucerchiati un giorno arrivò il 1992. E il momento del suo addio. Così voleva Paolo Mantovani, già malato e consapevole di dover mettere i conti a posto e lasciare la Sampdoria in totale sicurezza. La definì operazione testamento, aveva deciso e chi lo ha conosciuto bene sa che non amava tornare indietro. Lo aveva promesso ad Agnelli, alla Juventus e stavolta era pronto a cederglielo. Per un attimo, cedimento fatale, anche Vialli aveva dato il suo assenso. Si era prima di Wembley, la Sampdoria aveva lo scudetto al petto, ma a fine campionato se lo sarebbe scucito, la Juventus è la Juventus, lui a 28 anni aveva ancora parecchia strada davanti. Si era pentito subito e con quel sentimento giocò la finale di Wembley, dove, ancora adesso, con quella sua aria simpatica, da guascone, ha affermato: "Da quella finale ho imparato che un attaccante ogni tanto dovrebbe buttarla dentro". Lui c'era riuscito tantissime volte, ma in quella partita no, tre errori marchiani. E decisivi. La sconfitta, che brutto dirsi addio così. E allora il tentativo, di ritorno da Londra, all'aeroporto di Genova. Ci riprova, anni prima con il Milan era andata bene: "Presidente, che ne dice, non se ne fa niente? Annulliamo tutto?". No, Gianluca, tu che dormivi con il pigiama blucerchiato, questa volta no. Paolo Mantovani aveva già dato la sua parola ad Agnelli, è irremovibile. Appuntamento a S.Ilario, casa del presidente, nel pomeriggio. E poi lacrime. Tante. Il sabato a Bogliasco, vigilia dell'ultima di campionato, la domenica a Marassi. Si piange, senza vergogna. Come aveva fatto lui negli spogliatoi di Wembley, l'unica volta in cui si era mostrato in disaccordo con Boskov. "Uomini non piangono dopo una sconfitta" aveva tuonato lo zio Vujadin. No, zio, non c'è niente di male. Lo ha affermato anche di recente, con il conforto della moglie: "Se c'è da piangere, devi. Non avere pudore dei sentimenti e delle emozioni". E chissà, sapendo della sua terribile malattia, quanti pensieri c'erano nella sua testa.
L'ultimo sogno, tornare alla Samp da presidente
Lo scoglio viene portato via dal mare. E va a strappare applausi dappertutto, nella Juventus e in Inghilterra. Vince, tutti s'inchinano. Ma l'impronta, in quella Genova, la sua Genova, è rimasta. Accidenti, quanto è forte il richiamo. E prima di morire, e lui maledizione sa che purtroppo dovrà presto morire, lo scoglio deve ritrovare il suo posto, Vialli deve tornare alla Sampdoria. Da presidente. E' il suo ultimo grande sogno, non riuscirà ad esaudirlo. C'è andato vicinissimo nel 2019. Aveva convinto due ricchi americani, Dinan e Knaster, a comprare il club. Ferrero, proprietario della società, non lo ha permesso, con disperazione di tutti i tifosi sampdoriani, che in Gianluca vedono tutto, il bomber, il presidente, il leader carismatico, il noi, l'uno di noi. In quell'anno il sogno è morto. Poi, forse, si è ripresentato, nessuno lo sa, lui non lo ha mai confermato. In tanti lo hanno tirato per la giacca, qualcuno ha comunque cercato di coinvolgerlo, perché tanto Vialli alla Sampdoria di sicuro non dice di no. Ci ha pensato qualcun altro, stavolta il cerchio non si è chiuso, come a Wembley. Qualcuno ha detto no per lui. L'ospite indesiderato come lo definiva. La malattia. Il crudele destino.