Campioni e avventurieri, il Mondiale per club aspetta il Real Madrid
di Paolo Condò , di Paolo CondòPer arrivare stasera al confronto di Tangeri con gli egiziani dell’Al-Ahly, ouverture del Mondiale per club, l’Auckland City ha superato nell’ordine i campioni delle Isole Cook, delle Figi e della Nuova Caledonia (fase a gruppi), delle Isole Salomone (semifinale) e di Tahiti (finale contro una squadra che si chiama Venus, wow). Detto che la Champions dell’Oceania è il sogno di ogni giornalista — può esistere un mestiere migliore del cronista al seguito dell’Auckland City? — l’asimmetricità del Mondiale per club è testimoniata dal fatto che il Real Madrid, logico favorito del torneo, giocherà ancora due partite di Liga (domani col Valencia, domenica a Maiorca) prima di salire sull’aereo per il Marocco. I campioni d’Europa entreranno in scena per ultimi, mercoledì prossimo a Rabat, direttamente in semifinale. Il giorno prima il Flamengo, vincitore della coppa Libertadores e altro candid…
Per arrivare stasera al confronto di Tangeri con gli egiziani dell’Al-Ahly, ouverture del Mondiale per club, l’Auckland City ha superato nell’ordine i campioni delle Isole Cook, delle Figi e della Nuova Caledonia (fase a gruppi), delle Isole Salomone (semifinale) e di Tahiti (finale contro una squadra che si chiama Venus, wow). Detto che la Champions dell’Oceania è il sogno di ogni giornalista — può esistere un mestiere migliore del cronista al seguito dell’Auckland City? — l’asimmetricità del Mondiale per club è testimoniata dal fatto che il Real Madrid, logico favorito del torneo, giocherà ancora due partite di Liga (domani col Valencia, domenica a Maiorca) prima di salire sull’aereo per il Marocco. I campioni d’Europa entreranno in scena per ultimi, mercoledì prossimo a Rabat, direttamente in semifinale. Il giorno prima il Flamengo, vincitore della coppa Libertadores e altro candidato alla finale di sabato 11, giocherà la sua. Il Mondiale per club scrittura le “nobili” per due sole partite, semifinali e finale, generalmente quella per il primo posto: formula stantia che negli anni non è mai stata migliorata (sarebbe bastato aggiungere i campioni uscenti per salire da 7 a 8 squadre e partire da ordinati quarti di finale), forse per rendere inevitabile la rivoluzione in cantiere. Dal 2025, secondo il recente annuncio di Infantino — i dettagli organizzativi sono ancora da definire — il torneo per club diventerà un vero Mondiale, con 32 squadre e un mese (estivo) di partite come accade per le nazionali.
Mondiale per club, tra vecchio e nuovo
Detto che l’iniziativa della Fifa è molto più interessante e sensata di altre, ma per realizzarsi avrà bisogno di un compromesso con le leghe nazionali (che temono un ridimensionamento di date e quindi di squadre: per fare spazio a nuovi tornei è fatale che vengano compressi i vecchi), è bello che questa penultima edizione con la vecchia formula torni in Marocco, il Paese uscito entusiasta dal Mondiale del Qatar grazie allo storico quarto posto della squadra di Walid Regragui. Il Wydad Casablanca campione d’Africa venne guidato al successo sull’Al-Ahly proprio dal tecnico di origine magrebina nato in Francia.
Talenti e rivelazioni da scoprire
L’aspetto affascinante del Mondiale per club, almeno sino alle semifinali quando compaiono i contenuti tecnici importanti, è l’incrocio fra gli avventurieri del calcio internazionale, allenatori e giocatori che hanno dismesso le illusioni di scrivere la storia e vanno dove li porta l’ingaggio, magari “laggiù nel Paese dei tropici, dove il sole è più sole che qua”. Il tecnico dell’Al-Ahly, per esempio, è Marcel Koller, uno svizzero che è stato ct dell’Austria e ha allenato Colonia e Bochum in Bundesliga. Il pezzo pregiato doveva essere Bruno Savio, un brasiliano reduce da una brillante stagione in Bolivia, ma nelle ultime gare è stato il nazionale egiziano Sherif a reggere il centro dell’attacco. I neozelandesi sembrano le vittime predestinate di questo turno, che designerà la rivale dei Seattle Sounders, già qualificati ai quarti come campioni più che inattesi del Nordamerica. Entrati nel torneo continentale come quarti rappresentanti degli Usa, hanno fatto fuori i campioni di Honduras, Messico e appunto Stati Uniti (il New York City, stessa holding del Manchester City) prima di battere in finale un outsider come loro, i Pumas messicani. La star è Nicolas Lodeiro, trequartista uruguagio di buona fama, due Mondiali lontani (2010, 2014) alle spalle, dal 2016 tra gli agi di Seattle dopo aver imparato a vivere tra Botafogo, Corinthians e Boca Juniors, come dire i peggiori bar di Caracas.
Al Dawsari, da un Mondiale all'altro
Chi passa questo setaccio arriva alla semifinale col Real Madrid. Dall’altra parte il Flamengo aspetta la vincente fra il Wydad e i sauditi dell’Al-Hilal, campioni d’Asia. Un’occasione per rivedere Salem Al Dawsari, l’autore del gol da urlo che nella prima giornata in Qatar mandò ko i futuri campioni dell’Argentina. Salem ha segnato in due Mondiali e nella finale di Champions vinta sui coreani di Pohang. Fa un po’ sorridere ma, in attesa dell’offerta mostruosa a Messi di cui ogni tanto si favoleggia, è sua la faccia che l’Al-Hilal oppone a quella di Ronaldo, sventolata dai rivali dell’Al-Nassr. L’allenatore dei sauditi? Ramon Diaz. Sì, quel Ramon Diaz.
Vidal, Gabigol e Gerson: il Flamengo degli scarti italiani
Il casting del Flamengo merita. Agli ordini del tecnico portoghese Vitor Pereira, già sulle panchine di Porto (casa sua), Corinthians (Brasile), Al-Ahly (quello saudita), Monaco 1860 (Germania), Shanghai (Cina), Fenerbahce (Turchia) e Olympiacos (Grecia) — un passaporto da esporre al MoMa — gioca una banda di vecchi filibustieri come David Luiz, Arturo Vidal, Filipe Luis, innervata da un’impressionante serie di flop “italiani” come Gabigol (l’ex interista decisivo per la Libertadores), Pedro (Fiorentina), Gerson (Roma e viola), Pulgar (il meno peggio, Vidal a parte). Una volta il Flamengo ci mandava Zico, ora rivitalizza i cavalli di ritorno dall’Europa. La finale con il Real non è scontata, perché negli ultimi 12 anni è successo cinque volte che la sudamericana non avesse la forza di prevalere su un’esponente del mondo nuovo. Soltanto una volta però (Corinthians 2012) il titolo non è andato ai campioni d’Europa. Ancelotti ha bisogno della corona per aggiungerla alla Supercoppa e difendere la panchina dalle insofferenze di Florentino Perez se la Liga, come sembra, tornerà al Barcellona. La Champions non è programmabile, e se i miracoli sono la sua moneta corrente l’anno scorso il Real ne ha spesi per cinque stagioni. Meglio non tornare dal Marocco a mani vuote.