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Franco Causio: “Boniperti mi chiese di tornare alla Juve. Il calcio di oggi? Mi annoia, i muscoli hanno sostituito il talento in campo e nella vita”

Franco Causio, 74 anni

 
Intervista al campione del mondo ‘82: “Ho avuto tutto e non rimpiango niente, ho capito di essere “il Barone” quando da bambino mi facevano giocare due volte a settimana contro i più grandi. Si è perso il gusto di dribblare, le scuole calcio a pagamento frenano la crescita del nostro movimento”
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La maglia numero sette, un paio di memorabili baffi, una divisa quasi sempre bianconera, le finte, il dribbling micidiale, i cross perfetti. Questo era Franco Causio detto “Brazil” ma anche “il Barone”, per l’eleganza del gesto oltre che per gli estri sudamericani. Campione del mondo a 32 anni con l’Italia di Bearzot, nel 1982, ma soprattutto campione di bellezza. Una perla del passato, un talento immortale.

Causio, le piace il calcio di oggi?

"Mi addormento. Ci sono giocatori che non so neanche da dove arrivino: ma l’ultimo mercato dove sono andati a farlo? Chiedo a mio figlio come si pronunciano quei nomi, e a volte nemmeno lui lo sa”.

Poi, però vanno in campo. Con quali risultati?

"Spesso, approssimativi. Non c’è più la sensibilità del piede, abbiamo perso un organo vitale. Io ho indossato le prime scarpette da calciatore a 15 anni, però giocavo già da cinque, a volte con calzature da passeggio. Le scarpette vere me le regalò mio padre all’Epifania, noi a Lecce si festeggiava la Be…

La maglia numero sette, un paio di memorabili baffi, una divisa quasi sempre bianconera, le finte, il dribbling micidiale, i cross perfetti. Questo era Franco Causio detto “Brazil” ma anche “il Barone”, per l’eleganza del gesto oltre che per gli estri sudamericani. Campione del mondo a 32 anni con l’Italia di Bearzot, nel 1982, ma soprattutto campione di bellezza. Una perla del passato, un talento immortale.

Causio, le piace il calcio di oggi?

"Mi addormento. Ci sono giocatori che non so neanche da dove arrivino: ma l’ultimo mercato dove sono andati a farlo? Chiedo a mio figlio come si pronunciano quei nomi, e a volte nemmeno lui lo sa”.

Poi, però vanno in campo. Con quali risultati?

"Spesso, approssimativi. Non c’è più la sensibilità del piede, abbiamo perso un organo vitale. Io ho indossato le prime scarpette da calciatore a 15 anni, però giocavo già da cinque, a volte con calzature da passeggio. Le scarpette vere me le regalò mio padre all’Epifania, noi a Lecce si festeggiava la Befana e non Babbo Natale. Erano nere, con i tacchetti. Che felicità”.

Eleganti le scarpette nere, non trova?

"Uniche, irripetibili. Oggi i calciatori portano ai piedi pennarelli fosforescenti. Ma io dico: si può giocare al football con scarpe rosa o azzurre? Al limite, se c’è la nebbia…”

Quando si è accorto di essere Causio?

"Ero piccolo, e mi facevano fare due partite a settimana contro i più grandi. Lì ho avuto il sospetto che qualcosa di particolare la possedevo”.

Cosa?

"La fantasia che ti insegna la strada. Oggi, se dei bambini si mettono a prendere a calci una palla all’aperto, le automobili li investono dopo due minuti. Esistono solo le scuole calcio a pagamento, chi non se le può permettere non va. Infatti, a calcio si gioca molto meno. Ai miei tempi era impensabile giocare a tennis o sciare se non avevi una famiglia ricca alle spalle, oggi è diverso”.

Franco Causio in Nazionale

 

Questi ragazzoni grandi e grossi, però, sono uno spettacolo.

"Hanno muscoli ma scarso talento, partono da un metro e 90 in su. Il risultato è uno sport ipertrofico, tutto fisico, non soltanto il calcio. Prendiamo il tennis: che noia queste partite con servizi a 200 all’ora e nessuno che si sposti dal fondo del campo. Io mi esaltavo guardando Panatta, Connors, Vilas”.

Forse lei non sta parlando solo di sport.

"Tutta la nostra vita è diventata una faccenda muscolare, se non sei potente e veloce non rendi, non ti considerano. Non c’è posto per la lentezza bella, quella della riflessione e della calma. Così viviamo peggio”.

Eppure, in campo la rapidità è tutto.

"Se non passi subito il pallone, ti saltano addosso in tre. Ma quanto era bello dribblare, saltare l’uomo! Il fuoriclasse si salva, gli altri affondano o menano”.

Causio in azione

 

È una deriva inarrestabile?

"A volte mi chiedo se il calcio non sia impazzito, se non si stia buttando via”.

Si riferisce ai soldi degli arabi?

"Beh, se queste offerte le avessero fatte a me a fine carriera, mi sa che sarei andato a Riad invece che a Trieste. Ma finché mi sono divertito e basta, ai soldi non ho pensato. E comunque non mi lamento, ho guadagnato bene anch’io. Certo, non cifre da sistemare tre o quattro generazioni dopo di me, come accade a certi miei colleghi di oggi”.

Magari, quelli nella lista del Pallone d’oro.

"L’ho letta. E penso che tra i primi venti di quell’elenco, ben pochi potrebbero competere con noi, faticherebbero a esserci. In Serie A, come stranieri avevamo Maradona, Zico, Platini, Falcao, Matthaeus, Rummenigge. Devo continuare?”

Zico, il suo compagno di squadra a Udine.

"Meraviglioso campione e amico, ci vediamo ancora, io ho una moglie brasiliana e ogni tanto vado a Rio. A quel tempo la provincia del calcio non era periferia, lo scudetto poteva vincerlo il Verona, a Udine c’erano Edinho e Zico, titolari del Brasile. Abbiamo sperperato una grande ricchezza”.

Causio, ma se adesso le diciamo Juve?

"Mi dite tutto. La mia vita meravigliosa. Arrivai a Villar Perosa che ero un bambino e mi misero in camera con Castano e Leoncini, il capitano e il vice: me la facevo sotto, però quei giganti mi hanno aiutato in tutto. Convinsi la Juve a riportarmi a Torino da Palermo, dov’ero in prestito, dopo una partita in cui il mio fraterno amico Cuccureddu non era tanto riuscito a prendermi, così mi rivolle. Lui mi ha insegnato a stare al mondo, mi ha spiegato la juventinità. E l’avvocato Agnelli mi telefonava all’alba. Il mio maestro è stato Helmut Haller, uno dei campioni più formidabili che siano mai venuti in Italia. Crossava da fondo campo di collo pieno, destro o sinistro senza differenze. Alla fine degli allenamenti, lo prendevo da parte e gli dicevo: “Tedescaccio, vieni qui e fammi vedere come fai”. Nessuno degli stranieri del nostro campionato, oggi, può essere paragonato ad Haller”.

Franco Causio con la maglia della Juventus

 

Era il titolare, all’inizio, e lei la riserva.

"Facevo la mezz’ala. A un certo punto dovevo essere ceduto, ma il povero allenatore Picchi mi fece entrare in un Juve-Milan, zero a due per loro, e mi disse: “Maestro, cambiati che da oggi non esci più”. Mancava un quarto d’ora alla fine, perdemmo ma quel giorno cominciò davvero Causio”.

E come finì, invece?

"Trapattoni non mi voleva più, preferiva Fanna e Marocchino. Così andai via e fu la mia fortuna. A Udine sono rinato perché non ero mai morto, nonostante le critiche di certa stampa. Oggi giocano fino a quarant’anni e io ero vecchio a trenta? Ma per favore… A Torino mi dissero arrivederci e grazie, loro fanno così da sempre e con tutti e hanno ragione, perché le persone passano mentre la Juve resta. Però, quando seppero che da Udine sarei andato all’Inter, mi telefonò Boniperti per chiedermi di tornare. Gli dissi “presidente, mi spiace, ma chi non mi vuole è ancora lì da voi”. Nove anni ho giocato, dopo avere lasciato Torino da dove non sarei andato via per niente al mondo”.

Come giocatore dell’Udinese, lei vinse la Coppa al Bernabeu. La gioia più grande?

"Senza dubbio. Quando andai a Udine, la prima telefonata me la fece il vecio Bearzot. Mi disse: “Mona, sei nella mia terra e fai vedere a quelli di Torino cosa sai ancora fare. E poi io ti porto in Spagna, anche se il titolare sarà Bruno Conti”. Andò proprio così. Gli risposi che insieme a lui sarei arrivato in capo al mondo. E poi quella partita a scopone in aereo con Pertini, e la Coppa del mondo sul tavolino come una bottiglia di acqua minerale. Il presidente, ma vi rendete conto? Gli incontri che ho fatto io, neanche in dieci vite una in fila all’altra. Forse è proprio questa la ricchezza più grande”.

18 giugno 1978. Causio è il primo in basso a sinistra

 

Quando conobbe Bearzot?

"Quando lui era il vice di Nereo Rocco al Torino. Ero in prova per i granata, ma il Paròn disse: “Quel Causio xè bravo ma non ga’ el fisico”. Fu proprio Bearzot a darmi la notizia della bocciatura, lui era dalla mia parte. Vabbè, è andata bene lo stesso”.

Quanto conta la felicità, in campo?

"In campo e fuori, è tutto. Come ha detto mister Claudio Ranieri, resto finché mi diverto. E io mi sono divertito proprio tanto”.

Rimpianti?

"Zero. Ho fatto tutto e ho avuto tutto. Oggi ho 74 anni e mi sento in forma, ho solo perso i capelli ma il resto c’è ancora, grazie al cielo. La gente ogni tanto mi ferma per strada e mi saluta, mi ringrazia, allora capisco che forse ho divertito qualcuno. È stata una buona vita e io credo di essere stato un buon giocatore”.

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