Inter-Roma: Lukaku, il giudizio universale
di Gabriele Romagnoli“Alle 18 comincia il giudizio universale”. Come in un vecchio film di Vittorio De Sica. Non oggi, domani. Non a Napoli, a Milano. Non per tutti i peccati e i peccatori, ma per uno solo e per un’unica colpa. In nome e per conto. Una sineddoche. Ancora tu, l’incorreggibile. Un tribunale di trentamila senza macchia scaglierà il primo fischio nell’arena. Torna Lukaku, niente è perdonato. Per chi si fosse chiesto dove stesse il confine tra l’indifferenza e l’indignazione e quando ma quando mai la coscienza di un popolo potesse ribellarsi allo sgarbo, ecco la risposta. Di tutti i tradimenti conta e va esecrato quello del centravanti belga. Ci sono politici che hanno cambiato bandiera, col favor delle tenebre e di un posto al sole. Opinionisti che hanno sostenuto tutto e il suo contrario, senza nemmeno sapere che cosa significhi esser sofisti, individuando la parte scoperta in commedia o nel talk. Uomini e donne che sono svaniti (l’abbiam fatto in tanti) dentro una bolla di non detto, spegne…
“Alle 18 comincia il giudizio universale”. Come in un vecchio film di Vittorio De Sica. Non oggi, domani. Non a Napoli, a Milano. Non per tutti i peccati e i peccatori, ma per uno solo e per un’unica colpa. In nome e per conto. Una sineddoche. Ancora tu, l’incorreggibile. Un tribunale di trentamila senza macchia scaglierà il primo fischio nell’arena. Torna Lukaku, niente è perdonato. Per chi si fosse chiesto dove stesse il confine tra l’indifferenza e l’indignazione e quando ma quando mai la coscienza di un popolo potesse ribellarsi allo sgarbo, ecco la risposta. Di tutti i tradimenti conta e va esecrato quello del centravanti belga. Ci sono politici che hanno cambiato bandiera, col favor delle tenebre e di un posto al sole. Opinionisti che hanno sostenuto tutto e il suo contrario, senza nemmeno sapere che cosa significhi esser sofisti, individuando la parte scoperta in commedia o nel talk. Uomini e donne che sono svaniti (l’abbiam fatto in tanti) dentro una bolla di non detto, spegnendo il telefono e bloccando i contatti. Anche per loro paga Lukaku. Anche per noi, giacché il modo migliore di non riconoscere le proprie responsabilità è quello di individuarle in un altro.
Lukaku, il presunto colpevole
Il presunto colpevole torna sul luogo del presunto delitto. Quale esattamente? Lukaku ha lasciato l’Inter. Fin lì, era già successo, esattamente due estati prima. Conquistato lo scudetto ha salutato, come aveva fatto anche l’allenatore Conte. Come fece il suo attuale allenatore, Mourinho (domani per coincidenza squalificato e assente dal campo). Al tempo sembrava che la separazione potesse convenire a tutti: l’Inter risanava in parte il bilancio e Lukaku aveva una seconda chance al Chelsea. Non avendo funzionato per nessuno, Lukaku era tornato alla base, di nuovo con vantaggio economico per l’Inter. Ma lui, che ne aveva tratto? L’abbiamo sostenuto qui in tempi non sospetti: Lukaku ha bisogno d’affetto, per così dire. Per rendere deve sentirsi accettato senza riserve e senza essere riserva di nessuno. Il dualismo con Dzeko, la preferenza concessa al bosniaco quando il gioco si faceva duro lo mandavano fuori giri. Non è un subentrante. O gli credi o no. È un suo limite, ma lo diventa anche per chi lo gestisce. Lukaku è un giocatore semplice e una personalità confusa. Gli si devono garantire spazio e spazi. Negli ultimi metri è più facile si riveli un terzo palo che un opportunista. L’oro nello sprint lo va a prendere nei corridoi, ma devi crearglieli. Si affida ancora alla mamma lontana, a un’agenzia che gli procura relazioni improbabili con donne famose o squadre inaccessibili. È fanciullesco e permaloso. La somma delle due caratteristiche produce l’incapacità di esprimere che cosa abbia ferito la sua suscettibilità. E così, invece di fare polemica per la mancata titolarità nella finale di Champions, per i meme che irridevano la sua involontaria respinta di un quasi gol, per il progetto che lo vedeva di nuovo in ballottaggio con qualcun altro, Thuram, questa volta più giovane, si è avvolto nel cruccio, ha trattato con il nemico e spento il telefonino.
L’estate bizzarra di Romelu
Un’estate bizzarra la sua, priva di coerenza e lucidità. Con effetti contagiosi: chi lo aspettava giurando amore condizionato, lo ha odiato senza più remore. Chi lo voleva, ma non troppo, non lo ha più preso. Perfino i media lo hanno considerato diversamente a seconda che rispondesse o meno al futuro che per lui avevano trattato da notizia. È finito non dove ha voluto, ma dove ha potuto: alla Roma, consegnandosi a quella forma di affetto debordante quanto provvisoria con cui viene accolto ogni possibile portatore di svolte.
La storia del generale Benedict Arnold
I tifosi dell’Inter lo aspettano agitando la bandiera fantasma dell’etica calcistica, dimenticando quel che può aver dato alla causa quando l’amore era reciproco e assoluto. Con le dovute proporzioni, viene in mente un solo paragonabile esempio: Benedict Arnold. Generale statunitense durante la guerra d’indipendenza, diede nei primi anni un contributo decisivo, conducendo il suo esercito alla vittoria in una campagna che cambiò le sorti del conflitto. Troppo ambizioso, troppo polemico con colleghi e capi politici che non riconoscevano il suo valore, tradì la causa e passò all’esercito britannico, guidandone le truppe contro i suoi ex compagni. La sua demonizzazione fu immediata e ancora dura. Benjamin Franklin scrisse: “Giuda vendette un sol uomo, Arnold tre milioni”. Nelle odiografie fu descritto come doppiogiochista fin da bambino, fedifrago dall’adolescenza. Perfino in un episodio dei Simpson appare fra i dannati. Quando il cestista LeBron James lasciò Cleveland il prezzo dei suoi poster fu abbassato a 17,41 dollari: 1741 era l’anno di nascita di Arnold. Può un tradimento sportivo essere paragonato a uno tanto più rilevante? Lukaku è del ’93. Vada in pace al 93’.