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Wembanyama e Bellingham, due fuoriclasse oltre le fazioni

Victor Wembanyama

 
La rubrica “È sempre domenica”. “Wemby” e “Belli”, i due campioni di basket e calcio come fossero eroi dei cartoni animati
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Wemby e Belli. Come fossero due eroi dei cartoni animati: Wembanyama e Bellingham. Quelli che ancora leggono su carta e hanno un telefono fisso si stupiscono che i loro discendenti non seguano la Serie A di calcio o basket, non abbiano mai visto una trasmissione sportiva locale, non tifino contro ma per questi due, di cui sanno tutto. Li seguono sui social, ne condividono gli highlight. Non il Real Madrid, non i San Antonio Spurs: Wemby e Belli. È un’altra stagione, bisogna arrendersi, mettersi una sciarpa e allontanarsi lungo il viale delle rimembranze. Ogni consacrazione di un idolo offusca una generazione. È una successione: da Hemingway a Marquez, da Kennedy a Obama. La nostalgia non è una forma di resistenza, è istinto di conservazione. Al passaggio di testimone chi c’era prima smette di correre. L’ultimo pallone d’oro a Leo Messi è come l’ultima sigaretta di Zeno: ancora una poi smetto. È un rifiuto di abdicare alla regia del tempo, divenuto improprio. Per questo, a specchio, i …

Wemby e Belli. Come fossero due eroi dei cartoni animati: Wembanyama e Bellingham. Quelli che ancora leggono su carta e hanno un telefono fisso si stupiscono che i loro discendenti non seguano la Serie A di calcio o basket, non abbiano mai visto una trasmissione sportiva locale, non tifino contro ma per questi due, di cui sanno tutto. Li seguono sui social, ne condividono gli highlight. Non il Real Madrid, non i San Antonio Spurs: Wemby e Belli. È un’altra stagione, bisogna arrendersi, mettersi una sciarpa e allontanarsi lungo il viale delle rimembranze. Ogni consacrazione di un idolo offusca una generazione. È una successione: da Hemingway a Marquez, da Kennedy a Obama. La nostalgia non è una forma di resistenza, è istinto di conservazione. Al passaggio di testimone chi c’era prima smette di correre. L’ultimo pallone d’oro a Leo Messi è come l’ultima sigaretta di Zeno: ancora una poi smetto. È un rifiuto di abdicare alla regia del tempo, divenuto improprio. Per questo, a specchio, i fuoriclasse diventano fuoriquota: per consentire a chi sta al di là della linea d’ombra di continuare a proporre come i più grandi LeBron James o Cristiano Ronaldo, rimpiccioliti già all’esordio in quel che fu il loro tempio da Wemby e Belli.

I nostri predecessori avevano Pelé e Larry Bird, che magnificavano sebbene, data la tecnologia d’allora, li avessero visti in poche apparizioni internazionali. Nello sport come in politica era più importante avere un’opinione che giustificarla. I nostri successori hanno occhi e telecamere ovunque. Ogni affermazione è appesa a big data che finiscono spesso per confondere l’intenzione principale. Ma Wemby e Belli sono inconfutabili. È l’esito prodotto a definirli. Il modo, quello è ibrido. Come può segnare tanto da tre un giocatore di 224 centimetri? E come si permette di essere capocannoniere della sua squadra un centrocampista, per giunta alto? Sono, in modo diverso, rotture di uno schema che aveva trovato nella similitudine la sua perpetuazione: da Maradona a Messi, da Mike a Kobe.

Jude Bellingham

 

Il francese in Texas, l’inglese in Spagna sembrano i ragazzi che fanno l’Erasmus, poi il master in qualche università straniera, cercando da subito sfide più alte, il brivido del dentro o fuori, l’emancipazione da un modello invecchiato nella quiete della ripetizione, interrotta da qualche strillo nel pollaio. Viene da sperare che l’ammirazione pura li renda meno faziosi, non diventino carne da derby e non sappiano mai che, su un canale lontano, a Casa Biscardi, il senatore Gasparri tiene la rubrica Diverso parare.

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