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Il messaggio di Inzaghi: nessuna paura dei campioni. L’unico pericolo per l’Inter è la Juve di Allegri

Il commento alla giornata di campionato: il ko al Maradona fa uscire il Napoli dal giro scudetto
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Anche se è presto per definirlo un passaggio di consegne, il 3-0 dell’Inter in casa dei campioni — ormai davvero uscenti — è un risultato che racconta molte cose. La prima è che, a differenza della Juve che è stata guardata a distanza per esorcizzare la fregatura in contropiede, l’Inter non aveva paura del Napoli. L’ha attaccato, si è difesa, ha ottenuto molto da Sommer (un plus impensabile nel cambio con Onana) ma altrettanto dalla sua modalità offensiva, alimentata sulle fasce e sostenuta da un centrocampo che ha firmato in pura bellezza i primi due gol. Un’Inter fresca, grazie al turnover completo di Lisbona: un merito esserselo potuto permettere. Il Napoli di Mazzarri resta migliore di quello di Garcia, ma al terzo big match di fila ha mostrato la corda: bel ritorno di fiamma con l’Atalanta, dignitosa resistenza a Madrid, sensazione di impotenza con l’Inter. Perché la sponda della versione di Spalletti torni in vista — sul raggiungerla abbiamo qualche dubbio — occorre attendere ch…

Anche se è presto per definirlo un passaggio di consegne, il 3-0 dell’Inter in casa dei campioni — ormai davvero uscenti — è un risultato che racconta molte cose. La prima è che, a differenza della Juve che è stata guardata a distanza per esorcizzare la fregatura in contropiede, l’Inter non aveva paura del Napoli. L’ha attaccato, si è difesa, ha ottenuto molto da Sommer (un plus impensabile nel cambio con Onana) ma altrettanto dalla sua modalità offensiva, alimentata sulle fasce e sostenuta da un centrocampo che ha firmato in pura bellezza i primi due gol. Un’Inter fresca, grazie al turnover completo di Lisbona: un merito esserselo potuto permettere. Il Napoli di Mazzarri resta migliore di quello di Garcia, ma al terzo big match di fila ha mostrato la corda: bel ritorno di fiamma con l’Atalanta, dignitosa resistenza a Madrid, sensazione di impotenza con l’Inter. Perché la sponda della versione di Spalletti torni in vista — sul raggiungerla abbiamo qualche dubbio — occorre attendere che Osimhen torni a essere la minaccia che per ora si intuisce soltanto. Nel frattempo, occhio: dalla Roma in poi molta gente ha adocchiato il suo posto Champions.

La Juve sfrutta al meglio l’assenza dalle coppe

La 14ª giornata veniva dopo un importante turno di coppe, il penultimo prima del salto a febbraio. Il tema è reso forte dalla marcia della Juve, che pur non possedendo lo stesso organico di alcune rivali — specie dal punto di vista quantitativo — ha interpretato al meglio l’autunno libero da impegni europei. Allegri ha usato le settimane “piene” per costruire un meccanismo difensivo difficile da scardinare. Bremer e Gatti non possiedono la scienza che rese celebri Chiellini e Bonucci, ma sono vicini a replicare il rendimento dei due totem in entrambe le aree. Nella loro marcano quasi come Chiellini e più di Bonucci — che era un regista difensivo — in quella avversaria si avviano a ricalcare l’alta efficacia realizzativa dei due campioni d’Europa. Il terzo elemento, che sia Danilo, Rugani o il revenant Alex Sandro, equilibra soprattutto gli slanci di Gatti, la cui energia è risultata provvidenziale nel recupero della gara di Monza. È chiaro che una filosofia di gioco così corazzata sviluppi al 110 per cento le qualità dei difensori e solo al 50 quelle degli attaccanti: le prestazioni in Nazionale ci dicono che il Chiesa juventino ha grandi margini di miglioramento, mentre Vlahovic continua a oscillare fra giocate e languori. Di certo Rabiot, che nell’estate 2022 tutti a Torino avrebbero accompagnato a Manchester infiocchettato, è stato trasformato nel perno della squadra. A una Juve così accesa, così inserita nella lotta scudetto, conviene che le rivali vivano una lunga primavera europea.

Milan, il risveglio passa per Theo e Jovic

Fra queste il Milan è quella che rischia l’uscita totale dalle coppe — vincere a Newcastle non sarà uno scherzo — e il giorno dopo il ko col Dortmund sono partiti i calcoli su cosa convenga. La risposta non può che essere ambiziosa, perché la rosa rossonera è strutturata per più impegni. Non a caso in questa settimana di frustrazione europea ha sfruttato in campionato il doppio turno casalingo, superando una congiuntura complicata dagli infortuni. Come già in passato, nel momento più delicato Pioli si è fatto venire un’idea e l’ha sviluppata: Theo Hernandez centrale è stato il migliore in campo, con un secco salto di qualità rispetto alla versione un po’ svogliata che stiamo vedendo da quando è stato licenziato il suo mentore Maldini. Detto questo, è giusto ammettere che anche Jovic — nel quale ormai stentavamo a credere — tra gol e assist ha emesso un deciso segnale di vita.

Lo show di Mourinho, Roma in orbita Champions

L’altro risultato forte di giornata è stato il successo della Roma, il sesto nelle ultime otto gare, che aggancia la squadra di Mourinho all’orbita Champions. Dopo il pesante ko col Genoa di fine settembre, ha messo a punto un metodo che funziona contro le avversarie di livello medio-basso, vedremo da qui a Capodanno contro le medio-alte: è basato sulla coppia Lukaku-Dybala, sull’impeto dei finali nei quali gioca con l’orologio meglio di chiunque altro, e sul clima che Mou crea. Nello show montato prima e dopo il Sassuolo c’è un regolamento di conti con Berardi — inseguito a lungo sul mercato, chissà com’è andata — , un lamento arbitrale preventivo andato a segno (intervento borderline di Mancini non sanzionato) e il colpo di scena dell’intervista in portoghese da parte di uno che 15 anni fa, alla prima conferenza stampa in Italia, se ne uscì con "non sono un pirla”. No, non lo è davvero.

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