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Lazio, Stefano Re Cecconi: “Mio padre Luciano era un campione saggio, non è morto per uno scherzo”

Luciano Re Cecconi con in braccio il figlio Stefano e la moglie Cesarina
Luciano Re Cecconi con in braccio il figlio Stefano e la moglie Cesarina 
Parla il figlio del calciatore della Lazio del primo scudetto e della Nazionale, ucciso nel 1977 a Roma, a 28 anni, dal colpo di pistola di un gioielliere: “Un’infamia essere ricordati per quello che non si è”. L’amicizia con Riva e D’Amico, la tragedia, il veloce processo. “Nella sua foto vedo un ragazzo che potrebbe essere mio figlio, e torno bambino”. Il libro sui 50 anni dello scudetto della Lazio tornerà in edicola l'11 maggio
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“Nessuna memoria. Che so, un’immagine, un suono, un profumo…niente. Qualche volta spunta una piccola sensazione, ma magari è solo la voglia di ricordare a farmela provare”. Stefano Re Cecconi non ha una madeleine come Proust o un “attimo di luce” come Monet, che lo riporti indietro nel tempo, a quasi cinquant’anni fa, quando lui ne aveva due e suo papà Luciano ventotto. Luciano Re Cecconi era un calciatore della Lazio scudettata e della Nazionale. Un campione. Il 18 gennaio 1977, nel quartiere Fleming di Roma, fu ucciso da un colpo di pistola del gioielliere Bruno Tabocchini che, spiegò, lo aveva scambiato per un rapinatore. Nelle prime ore dopo la tragedia si raccontò che Re Cecconi aveva fatto uno scherzo dicendo “fermi tutti questa è una rapina”, ma il processo che nel giro di diciotto giorni avrebbe portato all’assoluzione dell’orafo (“legittima difesa putativa”), non stabilì mai questa versione. Dibattimento che si chiuse sorprendentemente al primo grado di giudizio, in un contesto sociale (terrorismo e criminalità degli anni di piombo), nel quale le armi circolavano copiose anche come difesa personale.

“Essere ricordati per quello che non si è mi sembra un’infamia”, dice Stefano che combatte ancora per cancellare la vulgata distorta di Luciano Re Cecconi uomo irresponsabile morto per gioco. Proprio lui che per tutti era “il saggio” e che, racconta Stefano, “era diventato un campione partendo dal duro lavoro nella carrozzeria di Nerviano da dove ogni sera, tirata giù la saracinesca, faceva in bicicletta quindici chilometri ad andare e quindici a tornare per allenarsi con la Pro Patria di Busto Arsizio. Quanti sacrifici…altro che un calciatore viziato e superficiale. Vorrei gridarlo ai quattro venti chi è stato mio padre davvero, ma poi preferisco tacere”.

Perché?

“Quando incontro persone che, sentendo il mio cognome, mi chiedono se sono parente di Luciano Re Cecconi, rispondo che è un’omonimia per evitare di dover parlare soltanto di come è morto. E anche mamma ogni volta che si avvicina un anniversario o qualcuno parla di papà, sta sulle spine. Il loro matrimonio è durato poco, erano giovanissimi, ma lei non si è risposata perché ha voluto portare avanti da sola il disegno di vita che aveva immaginato insieme a lui a me e a mia sorella”.

Senza ricordi diretti come ha ricostruito la figura di suo padre?

“Grazie a mio zio Piero che ha riempito un album con ritagli di giornale e fotografie. E poi i racconti dei compagni di squadra della Lazio che ho conosciuto in questi anni, come Gigi Martini e Giancarlo Oddi, o i figli di Wilson, Chinaglia e gli altri. È come se avessimo formato una seconda famiglia, con Oddi e Massimo Maestrelli che sono i nostri punti di riferimento. E poi zio Vincenzo…”

Zio Vincenzo…?

“Sì, Vincenzo D’Amico. Lui e papà erano diventati grandi amici condividendo in una stanza di ospedale la convalescenza dai rispettivi infortuni. Zio dalla morte di mio padre in poi è stato sempre vicinissimo alla mia famiglia, di persona o con telefonate frequentissime. Pensi che il secondo nome di suo figlio è Luciano. Mi sento fortunato ad avere questa famiglia allargata, e anche per l’enorme affetto dei tifosi della Lazio che dimostra come papà abbia lasciato un segno nella vita di tantissima gente regalando emozioni. Altri orfani non possono contare su un risarcimento così bello”.

Luciano Re Cecconi era amico anche di Gigi Riva…

“Sì, è così, me lo ha raccontato mamma. Legnano, la città di Riva, è vicina a Nerviano e con la Pro Patria è ancora un derby molto sentito. Quando Riva era in clinica a Roma dopo un infortunio, papà lo andava a trovare ogni giorno ed è stato anche a casa nostra. Io non l’ho mai cercato per sapere di papà, ma un giorno, da ragazzo, mentre ero alla fermata dell’autobus a Legnano dove andavo a scuola, me lo sono visto davanti: per un attimo ho pensato di fermalo e dirgli chi ero, poi ho preferito solo fargli un sorriso, lui l’ha ricambiato e mi tengo per me questa straordinaria coincidenza. Tante volte non serve parlare, la vita è fatta anche di emozioni”.

Che calciatore era Luciano Re Cecconi?

“Un centrocampista forte, moderno e generoso. Leale con tutti, specialmente con Tommaso Maestrelli che lo aveva allenato fin dai tempi del Foggia. Papà era così attaccato a lui e alla Lazio che, un giorno, si precipitò in macchina con il fratello a Milano, nell’hotel del calciomercato, per evitare che il presidente Lenzini lo vendesse al Milan: Buticchi aveva messo sul tavolo un assegno in bianco”.

E che uomo era?

“Ci vorrebbe un libro intero per spiegarlo… Tra le tante cose che mi hanno raccontato di lui, c’era la grande passione per i bambini: da Lenzini si era fatto promettere che, finita la carriera, avrebbe allenato le giovanili della Lazio. Andatevi a vedere le immagini del suo gol importantissimo al Milan, appena segna corre ad abbracciare i raccattapalle. Ecco, cerco di immaginare quanto sarebbe stato bello, da bambino, avere un padre così. Ed è anche per questo che mi fa rabbia l’immagine distorta, anzi penso che si tratti di un aspetto che aiuta a capire cosa è successo veramente dentro quella maledetta gioielleria”.

Cosa intende?

“La bottega era piccolissima e quella sera c’erano due bambini, papà non avrebbe mai messo a rischio la loro vita e quella delle altre persone che stavano lì dentro”.

Che idea si è fatto della tragedia?

“Penso ad un colpo partito inavvertitamente. È successo tutto troppo in fretta”.

E sul fatto che il processo si sia fermato al primo grado?

“In quegli anni difficili c’era la lobby dei gioiellieri che spingeva per tutelare la categoria esposta alle rapine, e credo che sulla scia dell’opinione pubblica si sia preferito chiudere lì la storia. Penso anche che se papà avesse giocato in una squadra del Nord, sarebbe stato più tutelato. Lenzini era una brava persona ma, in fondo, un presidente con poco potere economico e politico”.

Nella gioielleria con suo padre c’era anche il compagno di squadra Pietro Ghedin: ha parlato con lui di quella sera?

“Non l’ho mai cercato, ma mi è capitato di incontrarlo nel 2002 alla Pinetina durante un ritiro della Nazionale, quando era il vice di Trapattoni. Gli dissi chi ero, lui sbiancò e mi trattò in modo sfuggente, limitandosi a chiedermi se volevo i biglietti della partita. Persino Trapattoni fu più espansivo. L’amico che mi aveva accompagnato e che non sapeva chi fosse Ghedin, mentre ce ne andavamo mi chiese cosa avessi fatto di male a quell’uomo”.

Lei ha giocato a calcio nelle categorie minori lombarde, scendendo in campo anche nello stadio di Nerviano intitolato a Luciano Re Cecconi. È servito a sentirsi più vicino a suo papà?

“Un po' sì, ma in realtà è un altro il momento nel quale sento papà vicino. Ogni domenica vado al cimitero, guardo la sua fotografia e vedo un ragazzo che oggi potrebbe essere mio figlio. Lui è per sempre giovane e io, in quegli attimi, torno ad essere il suo bambino”.

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