Gianluigi Buffon: “Un anno senza calcio, nuovi progetti e un po’ di malinconia. Per due volte vicino alla Roma, mi hanno tenuto Conte e Pirlo”
di Matteo PinciUna giacca azzurro Italia, “ma è davvero solo un caso”. In mano un accendino con cui gioca passandoselo tra le dita, quasi fosse uno sport. “Ma di sport c’è da raccontar poco nel mio ultimo anno”. Gianluigi Buffon sta per chiudere i primi dodici mesi della sua vita senza partite, senza calcio giocato, senza agonismo.
Buffon, come lo ha vissuto questo primo anno senza pallone?
“L’ho vissuto bene, era come me lo immaginavo. I vuoti che inevitabilmente incontri passando dall’avere per trent’anni una vita scadenzata devi cercare di riempirli in modo più proficuo possibile. E credo di averlo fatto molto bene”.
C’è qualcosa di sé che ha scoperto in questo anno?
“No, per me il dopo calcio si sta manifestando con entusiasmi che immaginavo e alcune volte delle malinconie. Sono inevitabili, dopo gli anni vissuti. Non bisogna abiurare il proprio passato: va ricordato, è qualcosa di importante. Ma la verità è che la proiezione deve essere sempre positive, su presente e futuro”.
E il futuro come l…
Una giacca azzurro Italia, “ma è davvero solo un caso”. In mano un accendino con cui gioca passandoselo tra le dita, quasi fosse uno sport. “Ma di sport c’è da raccontar poco nel mio ultimo anno”. Gianluigi Buffon sta per chiudere i primi dodici mesi della sua vita senza partite, senza calcio giocato, senza agonismo.
Buffon, come lo ha vissuto questo primo anno senza pallone?
“L’ho vissuto bene, era come me lo immaginavo. I vuoti che inevitabilmente incontri passando dall’avere per trent’anni una vita scadenzata devi cercare di riempirli in modo più proficuo possibile. E credo di averlo fatto molto bene”.
C’è qualcosa di sé che ha scoperto in questo anno?
“No, per me il dopo calcio si sta manifestando con entusiasmi che immaginavo e alcune volte delle malinconie. Sono inevitabili, dopo gli anni vissuti. Non bisogna abiurare il proprio passato: va ricordato, è qualcosa di importante. Ma la verità è che la proiezione deve essere sempre positive, su presente e futuro”.
E il futuro come lo vede?
“Diciamo da direttore sportivo? Dirigente? Metto il punto di domanda, ancora. Ma comunque all’altezza della situazione nelle cose che mi piacciono. Di sicuro voglio essere operativo, non mi piace essere passivo”.
Quindi, Buffon direttore sportivo.
“Ho fatto il corso. Da gennaio poi ho cominciato un master in business and administration alla Bocconi che finirà a maggio, immaginando di lavorare per una società calcistica. Da gennaio ho ricominciato una full immersion di inglese e sto cominciando a seguire giornalmente corsi di macro economia, di analisi tecnica finanziaria. Tutto molto, molto stimolante”.
Come capire qual è il momento per dire: smetto?
“Me lo sono chiesto per anni. E ci sta che qualcuno possa dirti “smetti”. Ma io, fino all’ultimo giorno, a livello di prestazione mi sentivo forte come i migliori. Il problema era che se prima ti facevi male una volta ogni due anni, nell’ultimo anno mi ero fatto male quattro volte allo stesso punto. Sono segnali che la natura ti manda, devi essere bravo a coglierli, e ad accettarli. Ma io a 45 anni se andavo in porta ero sicuro che davo alla squadra quello che davo a 30 o a 20. Magari sotto altre forme: cresci in esperienza, in leadership: se perdi qualcosa dal punto di vista fisico, lo recuperi in altro”.
Ha visto Nadal? Pensa che sia in quel momento in cui è difficile accettare che sia finita?
“Penso che Nadal, vedendosi tutti i giorni, sappia di poter cogliere ancora grandi prestazioni. Magari il suo obiettivo è: se riesco ad avere continuità per 3-4 mesi, ci sta che se poi imbrocco in quel mese uno Slam lo possa vincere. Lui non ha bisogno di conquistare altro, come non ne avevo bisogno io: avrei potuto smettere cinque anni prima, sarebbe stato uguale. Ma al di là dei discorsi che fanno gli altri, che non stanno con te tutto il giorno, tu sai che se ti viene chiesta la prestazione massima la puoi dare. Altro discorso è la continuità”.
Diciamo la verità: i calciatori soffrono del complesso di onnipotenza?
“Io sono molto atipico. Ho sempre parlato col Gigi bambino e ho sempre avuto la sensazione di essere un fortunato. Partendo da lì hai una sorta di timore reverenziale della vita e del lavoro che stai svolgendo. Una sorta di rispetto per chi ha puntato su di te, chi ha creduto in te, che non mi ha mai fatto sentire così speciale. Mi sono sentito un fortunato che ha saputo lavorare bene su se stesso, su doti naturali che il destino ha voluto donarmi”.
In questi casi conta la famiglia?
“Nella mia famiglia avevo: lo zio di mia madre capitano della nazionale di pallavolo. Il fratello di mia madre che ha giocato a basket con Cantù e Milano, mio padre e mia madre hanno fatto atletica e in nazionale, mia madre ha detenuto il record di lancio del disco per 17 anni, il cugino di mio nonno è stato portiere del Milan, dell’Inter e della Nazionale, ho due sorelle che hanno vinto la Champions e giocato in nazionale, una nipote che ha vinto il campionato under 17. Io non vedo nulla di speciale in ciò che ho fatto”.
Gianluigi Buffon e la compagna Ilaria D'Amico
A proposito del Gigi bambino: qual è il primo ricordo legato al calcio?
“Avrò avuto quattro anni. L’inverno i miei facendo i professori e avendo due figlie più grandi mi mandavano in esilio in Friuli da nonni, zii e cugini. Quando tornavo parlavo solo friulano, avevo scordato l’italiano. Era una famiglia di juventini, avevano queste maglie vecchie, di una volta, bianconere. Mio cugino una volta mi disse: dai, voglio farti una foto. Mi mise questa magliettona, con i pantaloncini, calzettoni e la bandiera. Ma io non capivo: non avevo ancora questa fascinazione del calcio”.
E quando le è venuta?
“Penso nell’82: mi ricordo queste serate d’estate. Tutti si riunivano a guardare le partite, io restavo in terrazzo, era un terrazzo molto grande, a giocare a calcio. Ogni tanto sentivo urlare, urlare, e allora entravo. E da quel mondiale lì è cambiato qualcosa. Mi regalarono una maglia di Paolo Rossi presa chissà dove, alle porte di Algeri. E quando la mettevo avevo l’impressione di avere poteri sovrannaturali. Lui è stato il primo dei miei tre miti. Poi c’è stato Zoff, che mi ha affascinato”.
E il terzo?
“Trapattoni. Da bimbo lo amavo. Per me bambino era una figura sui generis, fischiava, richiamava i giocatori, era accattivante”.
Tra nomi e fotografie, viene da pensare avesse già una passione per la Juventus.
“Inevitabilmente me l’avevano trasferita i miei cugini e i miei zii. Ma a sette-otto anni ero già un bastian contrario, mi piacevano le cose difficili. La Juve vinceva sempre e quella cosa lì un po’ mi infastidiva. A me piacevano le squadre di provincia: l’Avellino, l’Empoli di Jhonny Ekström, il Como di Dan Corneliusson”.
Poi il Camerun del 1990 del suo mito N’Kono.
“Di quella squadra conoscevo a memoria tutta la delegazione: ogni tanto vado a riguardarmi le loro storie, un paio di personaggi sono anche morti. Pensate che il premio per quel mondiale lo hanno preso solo un anno fa, 33 anni dopo. Dai dodici ai venti anni ho amato il Genoa, per i colori, il tifo. Ma prima la squadra che ho seguito con più passione per 3-4 anni è stato il Pescara di Rebonato, di Sliskovic, squadra radiata, ripescata e poi promossa. Mi piaceva anche il Campobasso. L’idea che queste realtà si fossero guadagnate questa ribalta con fatica, col sudore mi commuoveva, mi faceva pensare che lo spirito e il coraggio di certi uomini fosse superiore ad altri. Gli uomini che ho ammirato di più sono quelli che hanno fatto scelte coraggiose, non chi ha fatto scelte convenienti”.
E chi sono gli uomini che la ispirano?
“Quelli sono venuti dopo crescendo, leggendo. Leggi la storia di Alekos Panagulis: a suo modo, anche nella follia dell’uomo, è stato un eroe. E poi gente come Montanelli, la Fallaci, Gianni Mura: giornalisti che non mi lasciavano indifferente. Magari non sono modelli, ma sono persone che ti passano qualcosa di forte, che può condizionare spero in meglio la tua vita”.
E qualcuno dei suoi miti, sportivi o no, lo ha conosciuto?
“Mai conoscere i propri idoli. Quasi sempre rischi una delusione bruciante”.
Cambiamo argomento: lei ha accompagnato Zaniolo e Tonali a consegnare i propri telefoni agli inquirenti che indagavano sulle scommesse illegali. Cosa si dice in quel momento che immagino di tensione, anche di paura, a due ragazzi poco più che ventenni?
“La cosa che puoi fare, vista la serietà della situazione, è sdrammatizzare. Ho detto due cagate delle mie, che non posso ripetere perché non sarebbe educativo. Ma io ci sono passato, quelle sono cose che – se hai sempre rispettato le regole – ti colpiscono nel profondono, che ti offendono nel profondo. E già il fatto che uno si offenda è importante: ti rassicura di essere vivo e di avere ancora qualche valore”.
Negli anni hanno provato ad attaccarle etichette terribili: fascista, nazista, scommettitore. Se lo è spiegato?
“Quando uno pensa che il mondo ce l’abbia con lui la prima domanda da farsi è perché. E la seconda è se c’è una ragione, se hai prestato il fianco. Io sicuramente a volte sono stato leggero. Ma mi rassicurava il fatto di sapere chi sono. E a volte mi prendevo licenze per questo”.
Era voglia di trasgredire?
“Sì, anche. Ho tanto paura quando vedo persone che conducono vite sempre ordinate, scandite: penso che prima o poi arrivino a un punto di rottura. Come essere umano hai bisogno di trasgredire. Di momenti in cui decomprimi. Se non lo fai mai, il botto poi è più grande: quante volte avete letto di persone modello che dal giorno alla notte fanno una strage?”.
Quali sono state le tue trasgressioni nella vita?
"La mia più grande trasgressione è stata quella di non scegliere mai la strada scontata. Ho sempre preferito i percorsi più difficili, a costo anche di sembrare quasi un “bastian contrario”. Ho deciso cioè di rimanere coerente con quelli che sono i miei valori, anche a costo di pagarne le conseguenze. Nel calcio ho sempre cercato di far conciliare le ambizioni personali con quella che è la mia visione “romantica” di questo sport, alla base di alcune decisioni più importanti della mia carriera, come quella di rimanere alla Juventus anche nell’anno della Serie B o quella di tornare poi al Parma, sempre in Serie B. Nella vita invece ho trasgredito molto meno. Ho cercato di ricomporre quella mia natura "guascona", concedendomi delle trasgressioni più di posizione che nei fatti concreti. Mi piacciono le persone che rispettano le regole senza però rinunciare all'originalità del loro pensiero”.
Lei invece sembra impetuoso.
“Da ragazzo ero fatto e finito per società e ambienti del sud. Tipo Roma, Napoli, Bari. Per il tipo di carattere, per l’impatto nello spogliatoio, con le persone: mi alimentavo con la vicinanza della gente, anche quando diventava morbosità. Ma alla fine non sono mai approdato in una di quelle piazze . Mi hanno guidato mio padre e il mio procuratore. Torino e la Juve mi hanno permesso di ritrovarmi in equilibrio. In una piazza incasinata, per come ero fatto, rischiavo che la bilancia tirasse solo da una parte”.
Quindi anche per Cassano alla Juve sarebbe andata diversamente?
“Antonio è nato fuoriclasse e lo è stato sempre. Credo lui avesse bisogno di entrare in un contesto di spogliatoio e di compagni particolari. Insieme abbiamo fatto Europei, un Mondiale, sono stato benissimo con lui. E con Gattuso, ci siamo divertiti da morire. Ma alla fine gli dicevo: Anto’, per fortuna che dura solo un mese, tenerti un anno così… Io ho vissuto solo la parte bella di Antonio. Poi chiaramente qualcosa che usciva c’era, glielo dovevi concedere. Ma devi capire con cosa hai a che fare, non puoi reprimere sempre tutti, andare dietro a un decalogo”.
Quali sono le sliding doors della sua carriera?
“Nel 2001, dal Parma, avevo quasi fatto con la Roma. Era questione di dettagli. Poi anche col Barcellona. Alla fine però sono andato alla Juve. Poi nel 2005 c’è stata una grandissima società straniera che mi voleva, ma non l’ho presa in considerazione. Finito il Mondiale, potevo andare ovunque. Nel 2007 c’erano almeno due squadre italiane. E nel 2011 stavo di nuovo andando alla Roma, perché con la Juve s’era rotto qualcosa: mi chiamò Montali, mi piaceva. Poi però arrivò Conte e impose la mia presenza. Quando dal Psg sono tornato alla Juve stavo per andare al Porto. Avevo già visto i voli, la città. E altre due volte sono stato vicinissimo all’Atalanta. La seconda avevo già deciso. Ma siccome alla Juve mi conoscono come le loro tasche fecero una riunione in cui eravamo io, Paratici, Pirlo. Che mi disse: Gigi, cavolo, è il primo anno che alleno, sono venuto sapendo che c’eri tu… Cosa potevo dirgli?”.
Può rigiocare una partita sola della sua carriera. Quale le viene in mente? Lo spareggio per i Mondiali, le finali di Champions…
“No. Rigioco Italia-Spagna, la finale dell’Europeo del 2012. Siamo sembrati dei paracadutati, perdendo in quel modo, 4-0. Non meritavamo quella figura. Io non cerco mai alibi. Ma abbiamo giocato una partita in condizione psico-fisica impossibile, eravamo stremati. Se ci avessero dato un giorno in più di risposo avremmo potuto fare una partita diversa, invece così non potevamo opporre nulla a una Spagna giù forte di suo, mentre nei gironi eravamo stati gli unici a fermarli”.
Ora è iniziata la sua seconda vita in Nazionale: che Italia ha trovato?
“I ragazzi li avevo sottovalutati. Hanno uno spessore incredibile dal punto di vista umano e non lo avrei detto. E anche dal punto di vista tecnico sono più bravi di quanto si pensi fuori: siamo un’ottima squadra. Con un allenatore così, che insieme a qualche giocatore è il nostro punto forte, la Nazionale non sfigurerà. Dire oggi che vinceremo con certezza sarebbe ridicolo. Ma avremo cuore e logica”.
Spalletti è come lo immaginava?
“Un carattere molto forte, carismatico, a modo suo. Il leader della squadra. È difficile andare in contrapposizione con lui . Ma quando lo conosci, cogli aspetti umani che ti fanno capire la sofisticatezza dei suoi ragionamenti e quindi delle decisioni che prende. E poi è stato sempre un grandissimo allenatore. Per anni gli hanno rotto le scatole perché non aveva vinto. Ma lui la squadra più forte non l’ha mai avuta: sempre squadre dalla terza alla quinta, e così vincere non è mai facile. Semmai ha avuto il merito di connotare le sue squadre. E di rendere interessanti campionati che si sarebbero altrimenti conclusi con largo anticipo, tipo contro l’Inter di Mancini. Ed esprimendo sempre un calcio godibile. Sapevi che contro la squadre di Spalletti la vittoria non te la portavi da casa. Poi c’è un altro aspetto: chiunque lo ha avuto come allenatore, dice che lui è eccezionale. Tutti. Vuol dire che c’è qualcosa di speciale in lui”.
Vedo che gioca con l’accendino: mi dice un tabù nel calcio?
“Più che tabù, direi luoghi comuni, stupidi, da sfatare. Molte volte ci sottovalutiamo come uomini. In Italia un allenatore non può dire sei mesi prima che va via sennò succede un disastro. Ma perché? All’estero succede, e la squadra vince uguale. Oppure se uno si comporta male in modo scorretto, si dice: vabbè, nel calcio è così. Ma no, nel tuo calcio, nel mio no. Quello che vorrei portare nel calcio è una lealtà e serenità di rapporti. Se non c’è malafede hai la libertà di qualsiasi scelta e qualsiasi opinione”.
Il calcio le è mai entrato dentro casa? Attraverso sua moglie, i suoi figli…
“Il calcio entra spesso dentro casa, spesso attraverso i figlioli: loro sono figli del tempo, sempre collegati live. A volte accadono cose che a casa sei costretto ad affrontare anche se non avresti voglia, o non avresti l’umore. Ma serve a metabolizzare. Ma almeno sai che quelle persone non godono di quello che ti è successo di negativo”.
Una cosa che ha dovuto spiegare a casa?
“Le scelte. Tipo Parigi, tipo tornare alla Juve, tipo accettare di fare il secondo alla Juve per due anni, tipo andare in B per il Parma. Ai miei figli ho spiegato il motivo per cui le facevo, mi auguro che per loro sia un patrimonio a cui attingere qualcosa d buono”.
Ecco, perché ha fatto la riserva alla Juve?
“È una lezione. Avevo il desiderio di provare ad arrivare alla Champions con i ragazzi con cui avevamo speso tanto tempo insieme. L’anno prima, al Psg, ho avuto la sensazione forte di poterla vincere, poi l’abbiamo buttata via. L’idea di vincere la Champions senza i miei amici della Juve mi avrebbe fatto piacere, sì, ma non sarebbe sato ciò che avrei voluto. Volevo provare a viverla con loro. Poi c’era un altro motivo: mi sono detto che restando nel calcio, magari come dirigente, presidente, o allenatore, avrei avuto la forza di riprendere un giocatore per un comportamento non corretto dicendogli: se ho fatto panchina io credimi che puoi farla anche tu”.