Roma – È anche una partita di stile. Giovanni Malagò e Giancarlo Abete si giocano il vertice della Federcalcio con due programmi che parlano lingue diverse, non tanto nei contenuti quanto nella forma. La prima differenza? Grafica. Malagò punta molto sull’impaginazione, con tanto di copertina, schemi e colori (prevalgono il blu e l’oro): “Candidatura di Giovanni Malagò, uniti per il futuro del calcio italiano”. Abete sceglie la veste della tradizione, senza ornamenti: un testo essenziale, nero su bianco. “Dottor Giancarlo Abete: documento programmatico sulle attività della Figc”, si legge in apertura del programma del numero uno della Lega Dilettanti.
Dalla grafica alla scelta delle parole
La scelta delle parole non è mai casuale. Basta fermarsi all…
Roma – È anche una partita di stile. Giovanni Malagò e Giancarlo Abete si giocano il vertice della Federcalcio con due programmi che parlano lingue diverse, non tanto nei contenuti quanto nella forma. La prima differenza? Grafica. Malagò punta molto sull’impaginazione, con tanto di copertina, schemi e colori (prevalgono il blu e l’oro): “Candidatura di Giovanni Malagò, uniti per il futuro del calcio italiano”. Abete sceglie la veste della tradizione, senza ornamenti: un testo essenziale, nero su bianco. “Dottor Giancarlo Abete: documento programmatico sulle attività della Figc”, si legge in apertura del programma del numero uno della Lega Dilettanti.
Dalla grafica alla scelta delle parole
La scelta delle parole non è mai casuale. Basta fermarsi alla prima riga di ciascun documento per capirne la direzione: nel sottotitolo di pagina 1, Malagò preferisce il termine “discontinuità”, mentre Abete menziona subito il dimissionario presidente Gravina. “Tutte le componenti gli debbono gratitudine”, sentenzia, legandosi al recente passato della Federazione. Li accomuna soltanto il numero di pagine (una ventina), per il resto sono due mondi opposti per scelte lessicali, enfasi dei contenuti e ripetizioni. Malagò comincia il suo discorso parlando del “calcio”, ponendosi come figura unificatrice di un mondo diviso. Nel programma dell’ex numero uno del Coni, proprio la parola “calcio” è la più ripetuta: se ne contano 102; in quello di Abete sessanta.
La discontinuità con il passato invocata da Malagò
All’inizio del suo documento, il presidente della Lega Dilettanti la usa per sottolineare l’importanza della “relazione dello stato di salute del calcio italiano” fatta dal suo alleato Gravina. Abete non ha intenzione di rompere con il passato: nel programma non c’è spazio per quella “discontinuità” che invece Malagò rivendica come “necessaria” senza mai citare “Gravina”, quasi a volerlo archiviare. Ma non è solo una questione di numeri. La parola “calcio” viene declinata in modi diversi: Abete la usa spesso come sinonimo di governance, dandole una sfumatura più istituzionale. Non a caso, il presidente della Lega Dilettanti ripete 34 volte il termine “componenti”, riferendosi al Consiglio federale. Centrale anche la valorizzazione del “calcio femminile”: entrambi parlano di “maggiore sviluppo”. Le parole “donna” o “donne”, però, non compaiono nel programma dell’ex presidente del Coni.
La questione stadi
Poi la questione degli stadi, centrale nei piani di Malagò, che sceglie di metterne uno in copertina. Per tredici volte l’ex titolare di Palazzo H fa leva su questo concetto. Non certo il tema portante del programma di Abete, che invece menziona gli “stadi” o lo “stadio” non più di quattro volte. Di fatto, il programma di Malagò è più stadio-centrico. Poi si parla di “futuro” (sette ripetizioni per Malagò, una per Abete), ma in modo diverso: Giovanni fa riferimento al “talento” da valorizzare, termine che invece non compare mai nel programma rivale. Abete parla soprattutto della “formazione” dei tecnici. Senza dimenticare la riforma Zola, vicepresidente della Lega Pro, unica componente della Federcalcio che ancora non ha espresso una preferenza ufficiale per uno dei candidati (è qui che Abete spera di recuperare terreno sul rivale). Malagò, forte di largo consenso (anche nella stessa Lega Pro), non menziona la riforma neanche una volta. Sul fronte politico, Giovanni preferisce un tono più operativo: “Filiera, competitività, semplificazione”; Giancarlo adotta una posizione più moderata e sobria: “Responsabilità condivisa e interesse generale”.
L’influenza dell’inglese
Anche la scelta degli anglicismi fa la sua parte: Malagò parla di “brand” e “asset”, con riferimento alla Serie A e alle Nazionali; e ancora di “gentlemen's agreement”, un patto “tra professionismo e dilettantismo, tra vertice e base, tra club e calciatori, tra allenatori e arbitri, tra calcio maschile e femminile”, all’insegna dell’inclusione, altro termine di cui non c’è traccia nel programma di Abete. Le uniche parole straniere usate dal presidente della Lnd sono infatti “marketing” e “tax credit”. Entrambi parlano di “scommesse”, chiedendo una quota di risorse del betting da impiegare per lo sviluppo del calcio. Tornando ai risultati, la parola “Mondiali” – che l’Italia guarderà da casa per la terza edizione consecutiva – figura soltanto una volta: nel programma di Abete, non in quello di Malagò.
Nessuna promessa mondiale
Tra l'altro, il riferimento ai "Mondiali" è funzionale solo a ricordare il recente fallimento sportivo: nessuna promessa di "vittoria". Il termine “successo”, allo stesso modo, non va oltre le due ripetizioni per entrambi. Le differenze riemergono nelle conclusioni. Malagò parla di una nuova “Federcalcio, casa di tutti”. Abete rivendica “l’eccellenza mostrata dalla precedente struttura federale a livello di segreteria”, invocando, ancora una volta, “continuità e stabilità”. In fin dei conti, la partita tra i due si gioca qui.