BARCELLONA - Tutto come sempre, in apparenza. Finisce la partita e gli altoparlanti sparano a tutto volume l'inno del Barça, come sempre qualunque sia il risultato, e il pubblico si alza in piedi e canta. Ci sono solo due dettagli. Il risultato, appunto, che vede il Barcellona sconfitto e per 3-0. E il pubblico, che ha occhi e voce pieni di malinconia: capisce benissimo che finisce un ciclo che ha portato una squadra unica e irripetibile a una quantità di trofei clamorosa e a sei semifinali consecutive di Champions League con un gioco che coniugava tecnica e tattica sopraffine. Nella partita di ritorno col Bayern Monaco anziché la remuntada è arrivata la tramuntada. E potrà essere un tramonto ancora poetico e variopinto come tutti i tramonti, avere di nuovo cose belle, a partire da una Liga ormai vinta in carrozza (forse già domenica, in casa). Ma tramonto. Non tramonteranno ancora per un po' i suoi campioni, su tutti Messi che paradossalmente è il più giovane di tutti coi suoi 26 anni. Però è chiaro che molto dovrà cambiare, e cambierà, durante l'estate. Per cui questo canto - su questa marcetta un filo sgangherata in catalano che a un certo punto dice "sono molti anni pieni di affanni" e sembra scritta adesso, poi aggiunge "si è dimostrato che mai nessuno potrà piegarci" e sembra scritta ere geologiche fa - diventa il canto dell'addio. Una rivendicazione di orgoglio e appartenenza come saluto a chi se ne va lasciando ricordi dolcissimi.
Più che prevedibile, dopo lo 0-4 di Monaco, che al Camp Nou andasse in scena proprio una cerimonia degli addii, resa più serena dalla sconfitta del Real Madrid della sera prima (al fischio finale al Bernabeu, a Barcellona sono partiti anche dei fuochi d'artificio). A parole tutti credevano al miracolo, a cominciare dai giornali sportivi locali. Dopodiché bastava girare per la città ieri per trovarla invasa di molti più tedeschi (ubriachi e canterini, ma pacifici) dei 6mila che avevano avuto il biglietto ufficialmente. Senza contare i soliti giapponesi e parecchi altri neutrali venuti solo per lo spettacolo. E siccome l'ingresso va quasi in automatico agli abbonati al Camp Nou e ai soci del Barcellona, che sono circa 180mila, è ovvio che molti lo hanno comprato e poi rivenduto. La crisi economica (un tagliando per un match così è quasi un investimento, va dai 104 ai 359 euro di prezzo ufficiale, ma può essere piazzato anche a cinque volte tanto). O la sfiducia nella rimonta. O entrambe le cose.
Qualcuno che ci credeva c'era: quelli che al gol di Robben iniziano a sfollare, avviliti e furiosi. Quasi tutti quelli che restano erano però convinti che il Barcellona avrebbe almeno salutato la Champions in casa con una vittoria inutile ma simbolica. E ci sono rimasti male nel vedere i propri idoli brutalizzati dal Bayern, sballottati come vecchietti da una banda di giovinastri. Quel che colpisce tutti è la rapidità, la perentorietà di quello che in fondo è stato un (ri)cambio. Non tanto generazionale (il Monaco non è un gruppo di ragazzini, anche se è più giovane del Barça), ma calcistico: le armi dei tedeschi sono in fondo simili a quelle dei blaugrana, cioè pressing, tecnica, corsa ragionata, però ora usate molto meglio. Insomma, un'evoluzione del gioco ammirato in questi anni usato contro chi, anche per il naturale logorio del tempo, va sempre più lento. Un Barça 2.0, ecco cosa sembra qua e là il Bayern, forse per questo adesso lo andrà ad allenare Guardiola.
Lo capiscono benissimo i tifosi di casa, che pure hanno fama di schizzinosi e troppo abituati al bel gioco. Invece stavolta non contestano mai una squadra che tra andata e ritorno ha perso con un umiliante 7-0, anzi forse il risultato è paradossalmente un'attenuante: proprio non si poteva fare nulla, e forse è meglio un trauma così per salutarsi, che un lento peggioramento fatto di dolorini e scricchiolii sempre crescenti. Al massimo il pubblico chiede l'ingresso di Messi almeno per una passerella finale che neppure gli sarà concessa. Ma per tutti sono applausi, per le vittorie e le godurie di questi anni. È stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati, diceva De Andrè. La massima della serata, in fondo.
Più che prevedibile, dopo lo 0-4 di Monaco, che al Camp Nou andasse in scena proprio una cerimonia degli addii, resa più serena dalla sconfitta del Real Madrid della sera prima (al fischio finale al Bernabeu, a Barcellona sono partiti anche dei fuochi d'artificio). A parole tutti credevano al miracolo, a cominciare dai giornali sportivi locali. Dopodiché bastava girare per la città ieri per trovarla invasa di molti più tedeschi (ubriachi e canterini, ma pacifici) dei 6mila che avevano avuto il biglietto ufficialmente. Senza contare i soliti giapponesi e parecchi altri neutrali venuti solo per lo spettacolo. E siccome l'ingresso va quasi in automatico agli abbonati al Camp Nou e ai soci del Barcellona, che sono circa 180mila, è ovvio che molti lo hanno comprato e poi rivenduto. La crisi economica (un tagliando per un match così è quasi un investimento, va dai 104 ai 359 euro di prezzo ufficiale, ma può essere piazzato anche a cinque volte tanto). O la sfiducia nella rimonta. O entrambe le cose.
Qualcuno che ci credeva c'era: quelli che al gol di Robben iniziano a sfollare, avviliti e furiosi. Quasi tutti quelli che restano erano però convinti che il Barcellona avrebbe almeno salutato la Champions in casa con una vittoria inutile ma simbolica. E ci sono rimasti male nel vedere i propri idoli brutalizzati dal Bayern, sballottati come vecchietti da una banda di giovinastri. Quel che colpisce tutti è la rapidità, la perentorietà di quello che in fondo è stato un (ri)cambio. Non tanto generazionale (il Monaco non è un gruppo di ragazzini, anche se è più giovane del Barça), ma calcistico: le armi dei tedeschi sono in fondo simili a quelle dei blaugrana, cioè pressing, tecnica, corsa ragionata, però ora usate molto meglio. Insomma, un'evoluzione del gioco ammirato in questi anni usato contro chi, anche per il naturale logorio del tempo, va sempre più lento. Un Barça 2.0, ecco cosa sembra qua e là il Bayern, forse per questo adesso lo andrà ad allenare Guardiola.
Lo capiscono benissimo i tifosi di casa, che pure hanno fama di schizzinosi e troppo abituati al bel gioco. Invece stavolta non contestano mai una squadra che tra andata e ritorno ha perso con un umiliante 7-0, anzi forse il risultato è paradossalmente un'attenuante: proprio non si poteva fare nulla, e forse è meglio un trauma così per salutarsi, che un lento peggioramento fatto di dolorini e scricchiolii sempre crescenti. Al massimo il pubblico chiede l'ingresso di Messi almeno per una passerella finale che neppure gli sarà concessa. Ma per tutti sono applausi, per le vittorie e le godurie di questi anni. È stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati, diceva De Andrè. La massima della serata, in fondo.