ROMA - Un mito come Nereo Rocco aveva riassunto così i lavoro degli allenatori: "Dal lunedì al venerdì i xe olandesi, poi la domenica tutti indrìo e si salvi chi può". La ricetta del Paròn, rinnegata persino dall'Italia che ne era maestra dopo la lezione di Sacchi e del Milan degli olandesi, sembra tornata a fare proseliti non solo tra le Ali e lo Ionio, ma anche in giro per l'Europa. "Un autobus in area", ha titolato il quotidiano sportivo madrileno As, "Né calcio, né gol", l'eco dei catalani di Sport: fotografie inequivocabili del match giocato dal Chelsea di Mourinho al Vicente Calderòn. "La rinascita del catenaccio", ha già iniziato a sentenziare qualcuno, rinascita che casualmente coincide proprio con l'anno in cui si celebra il funerale - lungamente agognato e invocato da molti - del tiqui taca di Xavi-Iniesta-Messi. E magari, spera più d'uno, anche della Spagna invincibile degli ultimi sei anni.
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In attesa dell'altra semifinale Real Madrid - Bayern (stasera alle 20,45) e che i Mondiali brasiliani si pronuncino, corte suprema sulle sorti del possesso palla alla catalana, certo la stagione europea ha raccontato la riscoperta di un calcio speculativo, conservatore, nostalgico di fortissima tradizione italiana: così tanti allenatori da queste parti, da Rocco a Trapattoni, collezionarono trofei internazionali fino agli anni Ottanta. E così Mourinho riportò l'Inter sulla vetta d'Europa, parcheggiando "un aereo davanti alla porta" nell'inferno del Camp Nou per far fuori il Barça campione dalla semifinale 2010. Il portoghese ha replicato la scena martedì in un'altra semifinale contro un'altra spagnola, ma di fronte non c'erano gli indemoniati palleggiatori del Guardiola che fu, ma una banda di onesti "obreros" come i giocatori dell'Atletico Madrid. Un gruppo di manovali del calcio con qualche punta di eccellenza che hanno costruito sulla capacità difensiva e la grinta del tecnico Diego Simeone la propria forza, rovesciando l'ordine costituito della Liga. Un Atletico per nulla diverso, nelle attitudini, dal Chelsea di Mou: muro contro muro, inevitabile che a Madrid non segnasse nessuno. Ma la tendenza mourinhana ereditata dal "cholo" Simeone è un movimento strisciante che trova spazio in ogni paese: in Italia la Roma ha costruito la sua fortuna su una difesa impenetrabile e una capacità scientifica di sfruttare l'arma del contropiede, vincente in 10 occasioni (come per il Napoli), e la Juve fa della forza agonistica e della tenuta difensiva l'arma del triplice successo nazionale. Come gli avversari europei del Benfica, che dell'impenetrabilità (15 gol subiti in 28 gare) ha fatto l'arma del 33esimo successo in campionato e dell'emozionante percorso europeo.
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Insomma, il Chelsea ha fatto scuola. In fondo, proprio il Chelsea, prima del ritorno di Mourinho, aveva scritto la più nobile pagina della prorpia storia grazie al catenaccio: la Champions 2012, vinta infilando vittorie sofferte e sudatissime grazie a una difesa feroce, quasi disperata, e a un contropiede sistematico, arrivando a superare ai rigori il Bayern padrone di casa nella finale di Monaco. Non a caso, forse, a guidarlo si era trovato un italiano come Di Matteo: a molti quel trionfo aveva infatti ricordato il Mondiale 2006 di Lippi, quello dei gol di Materazzi, dei miracoli di Buffon e del Pallone d'Oro a Cannavaro. La fotografia di una squadra più brava a difendere che a far gol, ma capace comunque di battere tutti.
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In attesa dell'altra semifinale Real Madrid - Bayern (stasera alle 20,45) e che i Mondiali brasiliani si pronuncino, corte suprema sulle sorti del possesso palla alla catalana, certo la stagione europea ha raccontato la riscoperta di un calcio speculativo, conservatore, nostalgico di fortissima tradizione italiana: così tanti allenatori da queste parti, da Rocco a Trapattoni, collezionarono trofei internazionali fino agli anni Ottanta. E così Mourinho riportò l'Inter sulla vetta d'Europa, parcheggiando "un aereo davanti alla porta" nell'inferno del Camp Nou per far fuori il Barça campione dalla semifinale 2010. Il portoghese ha replicato la scena martedì in un'altra semifinale contro un'altra spagnola, ma di fronte non c'erano gli indemoniati palleggiatori del Guardiola che fu, ma una banda di onesti "obreros" come i giocatori dell'Atletico Madrid. Un gruppo di manovali del calcio con qualche punta di eccellenza che hanno costruito sulla capacità difensiva e la grinta del tecnico Diego Simeone la propria forza, rovesciando l'ordine costituito della Liga. Un Atletico per nulla diverso, nelle attitudini, dal Chelsea di Mou: muro contro muro, inevitabile che a Madrid non segnasse nessuno. Ma la tendenza mourinhana ereditata dal "cholo" Simeone è un movimento strisciante che trova spazio in ogni paese: in Italia la Roma ha costruito la sua fortuna su una difesa impenetrabile e una capacità scientifica di sfruttare l'arma del contropiede, vincente in 10 occasioni (come per il Napoli), e la Juve fa della forza agonistica e della tenuta difensiva l'arma del triplice successo nazionale. Come gli avversari europei del Benfica, che dell'impenetrabilità (15 gol subiti in 28 gare) ha fatto l'arma del 33esimo successo in campionato e dell'emozionante percorso europeo.
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Insomma, il Chelsea ha fatto scuola. In fondo, proprio il Chelsea, prima del ritorno di Mourinho, aveva scritto la più nobile pagina della prorpia storia grazie al catenaccio: la Champions 2012, vinta infilando vittorie sofferte e sudatissime grazie a una difesa feroce, quasi disperata, e a un contropiede sistematico, arrivando a superare ai rigori il Bayern padrone di casa nella finale di Monaco. Non a caso, forse, a guidarlo si era trovato un italiano come Di Matteo: a molti quel trionfo aveva infatti ricordato il Mondiale 2006 di Lippi, quello dei gol di Materazzi, dei miracoli di Buffon e del Pallone d'Oro a Cannavaro. La fotografia di una squadra più brava a difendere che a far gol, ma capace comunque di battere tutti.