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Juventus contro Tavecchio, Lotito e Infront: non salite su quel carro

La squadra in attesa del Barcellona rappresenta soltanto se stessa, non il calcio italiano, perché lei è un'altra cosa, un'anomalia vincente, dunque ben poco didascalica della crisi che strozza l'intero sistema

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BERLINO - La Juve in attesa del Barcellona rappresenta soltanto se stessa, non il calcio italiano, perché lei è un'altra cosa, un'anomalia vincente, dunque ben poco didascalica della crisi che strozza l'intero sistema. Ecco perché sul carro dei bianconeri in finale non ci sarebbe, in teoria, molto posto.

La Juve è contro Federcalcio e Lega, e non si tratta solo di una battaglia per il grano, per quei 400 e passa milioni di euro che Agnelli ha chiesto come risarcimento dopo Calciopoli. Essere contro, significa non condividere quasi nulla di questo sistema di governo: né con Tavecchio né con Beretta. Soprattutto, né con Lotito (il burattinaio del presidente) né con Infront, la società che gestisce i diritti televisivi e commerciali di una gran parte del nostro football, e che da sempre è nel cuore di Galliani e Berlusconi.

La Juve non rappresenta il nostro calcio perché, paradossalmente, è mezza italiana: 5 titolari su 11 in campo all'Olympiastadion non saranno stranieri, una controtendenza che apprezzerà anche Conte, cioè colui che più di ogni altro ha sbagliato la visione, la prospettiva e quindi la previsione nei confronti della Juve, giudicandola alla frutta o forse persino al dolce, naturalmente nel famoso ristorante dei 10 euro. Il ct non aveva capito che quella squadra doveva e poteva ancora dare il meglio, e ha saputo farlo senza di lui.
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La Juve non rappresenta l'Italia perché è stata in grado di costruirsi uno stadio da sola, senza attendere che il Parlamento sbloccasse finalmente una legge che assomiglia alla riforma della scuola: deve sempre partire e non parte mai. Ci ha pensato molto tempo fa, allo stadio, la Juventus: era il chiodo fisso di Antonio Giraudo e di questo gli va dato atto, non solo di avere affidato la squadra a chi l'avrebbe portata in serie B a colpi di schede telefoniche per gli arbitri e designazioni pilotate.

La Juve non rappresenta il calcio italiano perché ha saputo rinnovarsi, pur chiamandosi sempre Agnelli, mentre Federcalcio e Lega sono in mano ai burosauri, gente con una visione ristretta e interessata dello sport. Neppure la Juve è un'associazione filantropica, ci mancherebbe, però non è neppure una confraternita di amici degli amici. Il vero limite politico dei bianconeri, finora, è stato non riuscire a condurre un'opposizione in grado di modificare volti e nomi di chi comanda: Lotito, Tavecchio e Beretta continuano a fare quello che vogliono, e pure Infront (nell'ultima assemblea, Agnelli ha chiesto chiarimenti all'advisor e poi li ha accettati).
La finale di Berlino chiude una stagione in cui le nostre squadre in Europa hanno mostrato grandi segni di ripresa, la Juve con una cavalcata eccezionale in Champions, il Napoli e la Fiorentina arrivando comunque in semifinale di Europa League. Ma sarebbe un errore leggere una ripresa del sistema calcio alla luce di risultati che a quel sistema appartengono solo in piccolissima parte. Pensiamoci bene, osservando la tribuna d'onore (d'onore?) dell'Olympiastadion, dove i padroni del pallone vorrebbero farsi un selfie con la Coppa. Difficile che accada, e qui c'entra naturalmente il Barcellona. Ma, nel caso, la foto verrebbe sfocata. Forse inguardabile.
 
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