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Champions, la Roma sfida la sua storia: con il Liverpool serve l'impresa 'quasi' impossibile

Eusebio Di Francesco (ansa)
I giallorossi chiamati a un altro miracolo sportivo contro i Reds. Non accadde nell'indimenticabile e drammatica finale di 34 anni fa, sarà difficile che accada dopo il 5-2 di Anfield. Ma si sa, il calcio ha le sue strane aritmetiche alle quali aggrapparsi
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ROMA - Il campo dei miracoli apre al pubblico con largo anticipo. La Roma ancora una volta, dopo l'impresa con il Barcellona, deve recuperare tre gol, questa volta al Liverpool, . Si prega di affluire copiosi ma soprattutto si prega di aderire allo spirito del luogo, che non ammette demoni, e alle ragioni per cui esso è fonte di aggregazione e forse, a prescindere da tutto, di felicità condivisa. Il campo dei miracoli ha poteri magici. Non accadde 34 anni fa, è vero, ma per pochi secondi anche in quell'interminabile 30 maggio del 1984, quando la Roma si trovò in vantaggio sul Liverpool nel conto dei rigori, l'incantesimo parve funzionare. Sarà difficile stasera. Non c'è un solo aggancio possibile, rimanendo su un piano di pura realtà. Non esiste un credibile legame tra la Roma e lo stadio di Kiev. Ma il calcio ha le sue aritmetiche. E non sempre due più due fa quattro. Come l'amore che lo ispira, come l'amore che in teoria anche in questi nostri tempi difficili muove il sole, il calcio e le sue stelle, il pallone percorre "mysterious ways" e spesso te lo ritrovi alla porta di casa che ti consegna una poesia inaspettata, una vittoria inaspettata, una finale inaspettata. La Roma scenderà in campo sapendo che mai come stavolta l'Olimpico dei miracoli dovrà superarsi, animarsi, ogni seggiolino, mosso dalla mano di un Walt Disney invisibile, sarà chiamato a contribuire a suonare le ultime pagine dello spartito di una sinfonia che sino a un mese fa nessuno immaginava si potesse scrivere.

E così i giocatori giallorossi. Guidati da un dio generoso, amorevole, da una guida muscolare e spirituale alla quale in gioventù sia stato proibito di ascoltare "You'll never walk alone", potrebbero forse esaltarsi, uno alla volta o magari tutti insieme, e tutti insieme colmare distanze, e nel gruppo aumentare ogni loro singola qualità. Ma deve tutto accadere sotto forma di incantesimo, di rito collettivo in cui ogni essere presente alla cerimonia deve dare il proprio contributo. Insomma urge un secondo miracolo. Perché non è bastato, fra sentimenti pagani e puro misticismo dello sport, quello che ha fatto sciogliere il sangue del Barcellona davanti alla consueta platea di fedeli, alcuni emozionati, alcuni increduli nonostante i fatti dicessero che con il 3-0 la Roma era in semifinale. Non è bastato che contro ogni previsione, contro la storia stessa della Roma, contro i limiti psicologici di un ambiente piegato dalle sofferenze, contro le paure o le certezze di chi in quel momento diceva fra sé e sé "tanto finisce sempre allo stesso modo, pure lo Slavia Praga ci riprese quando eravamo convinti di passare!", la semifinale sia arrivata e Messi non sia stato sufficiente. Ce ne vuole un altro. E' necessario un altro 3-0, o un 4-1, oppure un 5-2 per spingere il Liverpool ai più assurdi e imprevisti supplementari della sua storia (esclusi quelli di Istanbul del 2005).

Sono argomenti da fantascienza? Nella sera in cui nulla ha valore all'infuori della motivazione suprema, parliamo pure di fantascienza. Non avrà senso interrogarsi se sarà meglio la difesa a tre e se sarà più sensato tornare a quattro. Non conterà nessuna lavagna. Non più di quanto conterà l'anima. Provarci, provarci, provarci. E' probabile che sarà quasi impossibile impedire al Liverpool di segnare una rete. E questa sarà la sfida nella sfida. Quasi impossibile. Ma non del tutto impossibile. Essere aggressivi senza scoprirsi. Una specie di ossimoro tattico. Attaccare senza offrire il contropiede a quelle furie, una della quali vestiva giallorosso, solo che adesso ha imparato anche a giocare con il destro. Se proprio dobbiamo indicare un giallorosso su tutti, uno che può spostare cromaticamente il match nel punto in cui il rosso si mescola al giallo, diciamo Dzeko. Ma che le sue spalle siano decontratte, scaricate da ogni responsabilità. Se nulla accadrà fuori, se le favole nere e l'anacronismo del male rimarranno lontani dalla partita e lontani da Roma, il calcio vincerà comunque e il ricordo sarà un bel quadro appeso ai muri della nostra memoria. Il Liverpool di Salah è più forte della Roma. Se poi vedremo il volto di Klopp scomparire dietro i suoi giganteschi occhiali, tanto meglio. Vorrà dire che pur avendo vinto tutti in finale non sarà lui ad andarci. Altrimenti ringrazieremo, applaudiremo e diremo solo due parole e pazienza se saremo stonati: grazie Roma.
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