Guardiola, quei consigli poco felici del vice e un ko che fa rumore. Ora il City può dargli un ultimatum
dal nostro inviato ENRICO CURRO'
Pep Guardiola (reuters)
La clamorosa sconfitta contro il Lione nei quarti di Champions nasce anche dalla strana formazione schierata dal tecnico spagnolo, cui ha contribuito il suo assistente Lillo, voluto fortemente due mesi fa. L'ennesima delusione europea può provocare uno scossone anche nella squadra
3 minuti di lettura
Finora gli emiri di Abu Dhabi, ambiziosi proprietari del Manchester City, hanno accontentato in tutto Pep Guardiola. L'ultimo nulla osta a una sua richiesta ha avuto per lui un particolare significato. Poco più di due mesi fa, lo scorso giugno, ha ottenuto il via libera all'ingaggio come suo vice dell'allenatore da lui più ammirato: il suo maestro basco cinquantacinquenne Juan Manuel Lillo, che nella vita di Pep non è certo una persona qualunque. La storia affonda le radici nel lontano 2003, ma diventa ancora più attuale in queste ore, in cui al Barcellona imperversa la campagna elettorale per la presidenza del club, in crisi apertissima dopo la disfatta col Bayern. La vicenda Lillo inizia 17 anni fa e ha segnato la carriera di Guardiola: senza il poco noto episodio del 2003, non avrebbe probabilmente mai fatto l'allenatore. L'allora ex centrocampista del Barça aveva appena lasciato il Brescia, da calciatore alla tredicesima stagione da professionista, quando l'allora candidato alla presidenza del Barcellona Luis Bassat lo scelse come direttore sportivo, in caso di vittoria alle elezioni. Pep scelse a sua volta come allenatore Lillo, se la cordata avesse vinto: significa che, se Bassat fosse stato eletto, Guardiola probabilmente non si sarebbe mai seduto, nel 2008, sulla panchina che lo ha reso celebre: avrebbe fatto il dirigente. Invece la corsa alla presidenza la vinse Joan Laporta e Guardiola andò a giocare ancora in Qatar e infine in Messico - nei Dorados, allenati da Lillo - prima di essere chiamato alla guida del Barcellona B. Fu il trampolino giusto: nel 2008, per volontà di Laporta, venne promosso al ruolo di allenatore della prima squadra.
Oggi di Pep mister famoso e formidabile motivatore si sa tutto e tra le varie cose si sa quanto per lui il vice sia essenziale, come tattico col quale confrontarsi alla pari: fu così con lo scomparso Vilanova, che avrebbe poi allenato il Barcellona nella stagione 2012-13, dopo l'addio di Guardiola. Fu così con Jordi Roura e infine al City con Mikel Arteta, attuale allenatore dell'Arsenal in Premier League. I vice sono i veri custodi delle strategie di Guardiola, che li coinvolge senza farne mistero nella preparazione delle partite ed è sensibile ai loro consigli tattici. La sconfitta col Lione nei quarti di Champions ha dunque la compartecipazione del maestro che lui, tre mesi fa, ha voluto a tutti i costi. Lillo, da stratega tattico tra i più stimati nell'ambiente (la carriera su panchine minori non inganni), ha contribuito alla preparazione di City-Lione e ha condiviso la strana formazione. Poteva andare certamente meglio. Proprio la tattica sbagliata è stata alla base dell'eliminazione.
Il sarcasmo di Garcia
Guardiola e il suo maestro dichiarato sono rimasti fuori dal villaggio. Invece il Lione è rimasto ben dentro. Anzi, così al centro del villaggio, per parafrasare le famose parole di Rudi Garcia dopo un derby vinto contro la Lazio, il calcio francese in Champions non c'era mai stato: due semifinaliste su quattro, come la Germania, mentre sono clamorosamente fuori causa la Premier League inglese e i suoi fatturati spaventosi, la Liga spagnola e il suo decantato gioco artistico, la serie A italiana e il suo tatticismo. Non c'è dubbio che il merito sia principalmente del Lione, perché il Psg dei miliardi qatarioti, battendo in extremis l'Atalanta nei quarti, ha semplicemente raggiunto in ritardo un obiettivo annunciato da anni. Invece l'inatteso ingresso dell'Olympique tra le prime 4 squadre d'Europa, a spese del ricchissimo Manchester City, è veramente un risultato straordinario e va ascritto appunto soprattutto all'ex allenatore della Roma: anche stavolta il calcio italiano è costretto a fare il tifo per le vecchie conoscenze. Garcia non fa finta di non saperlo, quando sintetizza il 3-1 dell'Alvalade come la vittoria nella battaglia tattica. La traduzione dell'elegante sarcasmo è abbastanza semplice: ho sconfitto il famoso Guardiola proprio sul suo terreno, quello per il quale viene celebrato come il tecnico più evoluto del mondo. Al quale la vittoria del poco rude Rudi rischia di portare conseguenze nocive, quanto meno d'immagine, perché non c'è commentatore neutrale che non abbia dato un'interpretazione oggettiva dell'esito della partita, al di là dell'incredibile 2-2 mancato da Sterling e delle discussioni sulla decisione del Var olandese di concedere il gol del 2-1 di Dembélé, contestato per un presunto fallo su Laporte e anche per la valutazione del velo di Toko Ekambi, dalla posizione di fuorigioco, come gesto ininfluente.
L'interpretazione oggettiva del risultato è che sia nato dalla voglia di Guardiola di stupire a tutti i costi in partenza, con una tattica cervellotica, e poi dalla colpa ulteriore di non avere attinto alla ricca panchina, se non per inserire Mahrez nella ripresa e David Silva nel finale. Ma la frase sarcastica peggiore, per lo sconfitto Pep, è stata quella di De Bruyne, il talento più limpido della squadra con Sterling. L'amarezza del genietto belga, che poco tempo fa ammise di non essere sicuro della permanenza al City, se il Tas avesse confermato l'esilio biennale del club dalle coppe, è inquietante per Guardiola. De Bruyne ha constatato ad alta voce che gli anni passano, ma la barriera dei quarti di finale è stata sempre invalicabile, nel quadriennio a Manchester di Guardiola. Il quale definisce questa barrera "un soffitto di vetro" e promette che prima o poi lo romperà, il soffitto. Ma nel frattempo gli emiri, che hanno già investito 800 milioni di euro nella squadra e sono appena scampati al castigo dei due anni di esilio dalle coppe per le accuse di violazione del fair-play finanziario Uefa, potrebbero dargli l'ultimatum: devi vincere in Europa.