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De Bruyne, l'uomo ovunque decisivo più di Messi

Kevin De Bruyne (reuters)
Ritratto del centrocampista belga del Manchester City. Non ha bisogno di una squadra forte per mettersi in mostra. Non aspetta mai che siano gli altri a creare gli spazi: li trova lui. Mourinho lo bocciò, Guardiola lo ha esaltato
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Kevin De Bruyne, è proprio il caso di dirlo, non si sa come prenderlo. Sfugge. Agli avversari e alle definizioni. Gli avversari vorrebbero restringerne il raggio d'azione, le definizioni ne restringono i talenti. Se dovessimo scegliere il profilo dell'uomo decisivo, è il suo. Anche più di Messi, in alcuni momenti. Il ragazzo belga è una stella di primissima grandezza che non acquista luce da ciò che lo circonda (e questa è un'altra sua dote specifica), bensì la trasmette. Non ha bisogno di una squadra forte, come pure è il suo Manchester City, per mettersi in mostra. Non aspetta mai che siano gli altri a creare gli spazi: li trova lui. Ha 28 anni, questo biondissimo belga di Drongen (ne finirà 29 il prossimo 28 giugno): forse agonisticamente ne ha qualcuno di meno perché possiamo anche dire che sia esploso tardi, e cioè solo quando un grande allenatore come Pep Guardiola si è reso conto delle sue potenzialità, infinite, intuendo la traccia multipla con la quale il ragazzo è capace di disegnare un campo di calcio, così da indicare la strada giusta, ogni volta diversa perché non c'è azione che somiglia ad un'altra, per quanto simile, per quanto frutto di una "lavagna", di uno schema, di un progetto tattico, ai suoi compagni.

Tracce che all'inizio vede ovviamente soltanto lui (magari con l'aggiunta di Guardiola in panchina), come se giocasse indossando un paio d'occhiali magici. De Bryune è quel giovanotto di 22 anni che teoricamente sarebbe dovuto esplodere nel Chelsea 7 anni fa.  Aveva già i numeri. Forse non ancora la scaltrezza per esibirli con toni compiuti. Comunque fosse, Mourinho, così poco incline a fidarsi dei giovani, e così poco abituato a lanciarli, non ebbe lo "shining", non gli si accese nulla guardando quel giovanotto, che pure aveva dato mostra di sé. Il portoghese non ebbe la pazienza di ammirare le sue gesta, evidenti ancorché precoci, e alla fine del "grande progetto", che in realtà durò una sola stagione, De Bruyne rinunciò alla Premier e si accasò al Wolfsburg, in Germania, cominciando a far riflettere Mourinho: "Forse ho sbagliato qualcosa...".

Nel City e nella nazionale del Belgio, De Bruyne è l'ago della bilancia, è la bussola, è il senso del gioco, è l'elemento che poeticamente collega almeno cinque ruoli differenti, fusi in un'unica soluzione interpretativa ma con diverse sfumature recitative: ala o esterno alto dei tre (che sono due cose diverse), interno dei quattro, centrale di centrocampo, punta centrale o falsissimo nueve. Parte quasi sempre come uno dei due interni del 4-1-4-1 di Guardiola, che è il modulo base con cui il City (ma all'inizio c'era Fernandinho davanti alla difesa) ha regalato il più bel calcio degli ultimi quindici anni, forse paragonabile soltanto a quello di Klopp. Ma poi, come si diceva, è veramente un problema capire cosa combini De Bruyne, dove vada, cosa pensi. Ci sono situazioni in cui è persino difficile prevedere come metta il corpo. C'è stato un tempo che di centrocampisti come lui si raccontava come si può raccontare degli dei in un poema greco: miti, astrazioni. Ma lo stampo del centrocampista "box to box", quello che si sbatte da un'area all'altra mantenendo sempre alta la qualità della propria giocata, è peggiorativo rispetto a ciò che fa De Bruyne. Perché non esiste centrocampista del genere che sappia allargarsi sulla fascia, di solito la destra, e offrire assist (ne ha già distribuiti 16 quest'anno nella sola Premier) con dei cross bassi, tesi, precisi e di una violenza inaudita: esattamente ciò che serve per togliere il tempo alla scivolata degli avversari e per arrivare, diciamo, a Gabriel Jesus o a chi volete voi che arriva tagliando dall'altra parte, e al quale basta, a quel punto, mettere il piatto.

Come Messi, segna su punizione. Come Messi, è risultato decisivo nei trionfi recenti della sua squadra (nonostante abbia avuto un periodo di infortuni tra 2018 e 2019). Come Messi, è parco nel rendere pubblica la propria vita privata. E' stato quasi sorprendente che un paio d'anni fa s'è saputo che aveva deciso di ingaggiare un chef e che lo avrebbe pagato 500 sterline a settimana per curargli ogni aspetto, tempi, cibo, quantità, dell'alimentazione. L'effetto fu tale che almeno due compagni del City lo seguirono nella nuova vita gastronomica mirata. Gioca di destro e di sinistro. Per questo è complicato capirne i movimenti in anticipo: può muoversi in un modo o esattamente all'opposto, darti le spalle quando pensi di ritrovartelo frontale. La sua visione della partita è pressoché totale, non più ampia, nel senso tradizionale: piuttosto è assoluta. Sempre come Messi (e con Totti prima...) è fra i pochi campioni che abbia sempre in mano o in un piede la carte della giocata di prima, gesto che si sta lentamente dimenticando per mancanza di esecutori, per mancanza d'arte innata (e la paura di sbagliare è inversamente proporzionale al talento).

Tecnicamente si può dire che De Bruyne, che potrebbe essere l'uomo in più in quota al City per provare a vincere la Champions (e magari il prossimo anno essere decisivo negli Europei), non ha valore di mercato. Oppure: 250 milioni. E' cresciuto nel Gent e poi nel Genk. E oltre che in Belgio ha vissuto fra Ealing, Grande quartiere della "Greater London", dove viveva la famiglia di mamma Anna, inglese, e l'Africa, luogo di provenienza della madre nata in Africa perché il nonno di Kevin era un petroliere che faceva su e giù, spostando la famiglia dal Burundi alla Costa d'Avorio. Suo padre Herwig, che gli fa da manager, ha detto che difficilmente Kevin cambierà maglia: "Ama tutto quello che ha intorno". Certo, l'eventuale conferma della squalifica europea di due anni (dipende dal Tas) potrebbe spostare i desiderata del ragazzo. Sposato con Michelle Lacroix, chiunque vorrebbe sposarsi calcisticamente con lui. Ma anche lì è occupato. Suo figlio si chiama Mason Milian, due anni: "Vorrei che iniziasse a giocare a calcio qui a Manchester". Una dichiarazione d'amore alla sua città d'adozione.
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