Sport

Ferencvaros, non solo calcio: una storia tra tifo, politica e società

L'entrata della Puskas Arena (ansa)
La squadra di Budapest, dalla fondazione nel 1899, tra alti e bassi il club più titolato di Ungheria, ha vissuto da vicino le vicissitudini della nazione. Fino ai giorni nostri, con i suoi tifosi spesso al centro di polemiche
4 minuti di lettura
Senza di loro non ce l'avrebbero fatta. Eppure lo stadio era vuoto. Ferencvaros-Molde, 3-3 in Norvegia all'andata. Al ritorno è 0-0 e mancano pochi minuti: la paura di farcela, la stanchezza, i norvegesi che buttano nella mischia il loro atletismo. Ci pensano loro, i tifosi del Fradi, come viene chiamato il club più titolato d'Ungheria. In migliaia a riempire il perimetro esterno della Groupama Arena, gioiellino da 24000 posti. Un tuono in campo proveniente dall'esterno decisivo per portare la squadra alla fase a gironi di Champions: non accadeva da un quarto di secolo. Vicini, urlanti, senza mascherine, inadeguati in tempo di pandemia. Così come vicini, urlanti, senza mascherine, anche a stadio parzialmente riaperto, sono quelli della curva nella gara del girone - la seconda-pareggiata in extremis contro la Dinamo Kiev. I tifosi sono la punta dell'iceberg, ma anche parte integrante di un club identitario sin dalla fondazione, avvenuta nel 1899 per idea di Ferenc Springer.

L'equazione che passa nella percezione collettiva, Ferencvaros=nazionalismo, è però troppo banale. E' necessario fare dei distinguo che attraversano oltre un secolo. ''Agli inizi il Ferencvaros era l'espressione della etnia tedesca di Budapest, e il derby classico era quello con l'MTK, rappresentante di una comunità ebraica che all'epoca era forte di centinaia di migliaia di persone. La rivalità era fortissima ma leale, non solo nel calcio. Costruttiva anche nelle scienze, nell'industria, è stata un fattore di crescita sino al primo conflitto mondiale''', ci spiega Janos Betlen, giornalista della televisione ungherese.
Poi con le leggi razziali la situazione cambia: ''Passò il concetto, comunque eccessivo, che il Ferencvaros era la squadra delle croci frecciate (il partito filonazista e antisemita, che seminò il terrore dall'ottobre 1944 al gennaio 1945, ndr). Ma questo bastò e avanzò perché il club venisse visto come 'sospetto' dal regime comunista''. La storia alla fine degli anni quaranta prende quindi un'altra piega, e la parabola del Ferencvaros si affievolisce, sempre più opaca mentre il mondo è accecato dalla bellezza della grande Ungheria di Puskas.

Il leader comunista Mátyás Rákosi punta molto sullo sport, ed il suo braccio 'esecutivo' in campo sportivo, Gustav Sebes, oltre ad essere politicamente impegnato, è il ct di una nazionale che si trova a gestire una serie di talenti eccezionali. Convogliarli in uno, al massimo due club, creare un blocco granitico che possa dominare in campo mondiale è la sua idea. La prescelta è la Honved, perfetta con la sua estrazione popolare. Nella finale mondiale drammaticamente persa a Berna nel 1954 dalla Germania Ovest, l'Ungheria di fatto è la Honved: 8 elementi, integrati da altri del Voros Lobogo (il nome cambiato all'MTK). E il Ferencvaros? Nel dimenticatoio, con due dei più fulgidi talenti della sua storia (l'infallibile colpitore di testa Kocksis e il genialoide Czibor, artefici del titolo del 1949) saccheggiati e mandati proprio alla Hondev.

Nell'MTK gioca invece Nandor Hidegkuti, per gli studiosi della tattica il primo falso nove della storia. Sebes gli cuce addosso il ruolo innovativo, nonostante l'Ungheria il centravanti ce l'abbia, ed anche eccezionalmente prolifico. Ferenc Deak gioca nel Ferencvaros e appena tocca la palla segna ma... Non fa nulla per nascondere la propria antipatia per il regime e viene accantonato. Lui come il Fradi, che inizia a rialzarsi dopo i fatti del '56 e torna a vincere negli anni sessanta grazie all'elegantissimo talento di Florian Albert, unico magiaro capace di conquistaqre il Pallone d'Oro: ''Durante il comunismo comunque va precisato che tifare Ferencvaros non significava essere necessariamente di destra - spiega ancora Belen-. Era solo una forma di protesta che poteva venire cavalcata anche da intellettuali di idee liberali''.

Albert vince il Pallone d'Oro ed è anche protagonista di una delle 5 partite più importanti della storia del club: nel 1965, coppa delle Fiere, finale unica a Torino, 1-0 proprio contro la Juventus avversaria di mercoledì. Sempre nella stessa competizione, nel 1968, stesso risultato all'epilogo, ma a favore del Leeds United. L'altra finale con una italiana è lontanissima: 1937, Coppa dell'Europa Centrale, una antesignana della Coppa dei Campioni già vinta nel 1928 dal Fradi contro il Rapid Vienna. Avversaria la Lazio, due atti: 4-2 per gli ungheresi a Budapest, che bissano il successo anche nel ritorno allo stadio Flaminio con un 5-4 d'altri tempi. Più vicino, ma ormai assai datato, l'ultimo solco europeo lasciato dalle Aquile: Coppa delle Coppe del 1975, netta sconfitta a Berna con la prima Dinamo Kiev del Colonnello Lobanovskyi, straripante nella gioventù talentuosa di Oleg Blochin.

Poi una storia di alti (non mancano i titoli e le coppe d'Ungheria), e bassi, con lunghi periodi di astinenza e persino una retrocessione nella seconda serie per motivi finanziari. Chi non mancano mai sono loro, i tifosi, nel tempo sempre più politicizzati: ''Attualmente la frangia più dura è di estrema destra, ed il derby per eccellenza è con l'Ujpest, visto che l'Mtk si è indebolita'', analizza Betlen. Un atteggiamento spesso al limite, con scontri e tensioni. Nel recente derby con i biancoviola, il Ferencvaros ha incassato i tre punti ma anche una multa salata per lancio di fumogeni e cori osceni. Ma la 'trovatà più opinabile è dello scorso giugno, sempre in occasione di una sfida con l'Ujpest: ''White lives matter'' recitava uno striscione da loro esposto, in aperta contraddizione con il mondo in mobilitazione contro il razzismo.

E poi l'MTK (comunque a centro classifica) non sarà più quella di una volta, ma se dovesse risalire la china... Nel 2003 i tifosi del Ferencvaros aggredirono addirittura in campo giocatori e allenatore del Debrecen (tra l'altro la squadra per cui fa il tifo il premier Orban), 'colpevolì di aver lasciato vincere il titolo proprio all'MTK. Si rischiò un anno a porte chiuse, anche se poi la pena fu mitigata e ridotta a tre turni.
Il Ferencvaros è anche questo. Ma sono le tre E (Erkölcs, Er?, Egyetértés), traduzione Moralità, Forza, Concordia, presenti nello stemma del club. Tre, come le statue vicine allo stadio: una è per il fondatore Springer, le altre sono per i miti Albert e Kocsis. Chissà quanto avrebbe pagato per averne una dedicata a lui Gyula Grosics. Durante i fatti del '56 la sua casa era diventata una base per gli insorti. Era portiere della Honved e della grande Ungheria, la pantera nera. Per bravura, ma anche per la protezione dell'amico Puskas. Altrimenti sarebbe stato difficile giocare per uno che nel 1944 si era arruolato in una organizzazione paramilitare di destra. Fece tre mondiali, giocò nella Honved, nel Tatabanya. Mai però nella squadra che gli faceva brillare gli occhi sin da quanto era bambino, il Ferencvaros Un amore intenso al limite dell'ossessione, consumato solo per quaranta interminabili secondi. Quando aveva 82 anni il Fradi gli organizzò una amichevole contro lo Sheffield United. Quaranta secondi, una vita.
I commenti dei lettori