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L'Atalanta vuole riprovarci, la rivoluzione di Gasperini non è al tramonto

La delusione dei giocatori dell'Atalanta (reuters)
L'eliminazione contro il Real Madrid negli ottavi non è un passo indietro. Ma la serie A è sempre più debole e prigioniera del circolo vizioso: le big inseguono la Champions per guadagnare, poi spendono per uscire subito
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Gasperini ha sempre detto con chiarezza che la Champions, per l'Atalanta, è un continuo misurarsi con i propri limiti per cercare di superarli, una scoperta di se stessa attraverso il paragone con le squadre più forti d'Europa, cioè con i calciatori più forti del mondo, che in quei club giocano perché solo i club più ricchi possono permettersi di pagarli. Nella scorsa edizione l'Atalanta si era confrontata col City di Guardiola - che coniò la famosa metafora del mal di denti per rendere l'idea di quanto la semisconosciuta squadra di Bergamo lo avesse fatto soffrire - e poi col Psg di Neymar e Mbappé, che per un soffio non ci lasciò le penne nella Final Eight di Lisbona. In questa edizione l'Atalanta ha vinto in casa del Liverpool avanguardista di Klopp e dell'Ajax, laboratorio tattico europeo per definizione.

Un'utopia ancora realizzabile

Sono state appunto queste quattro sfide entusiasmanti a rafforzare la certezza che l'idea di gioco di Gasperini non sia affatto l'utopia di un visionario, ma possa garantire risultati concreti e soprattutto alimentare il sogno classico dello sport, anche nell'era del business spinto al parossismo e dell'equazione tra disponibilità economica e vittorie, tra metropoli destinate al successo e piccole città condannate al ruolo di comparse: il sogno di potere ribaltare le gerarchie con la forza delle idee nuove, del lavoro maniacale, del talento coltivato in provincia. L'Atalanta è diventata un esempio mondiale e la vicenda di Bergamo, così colpita dalla pandemia, l'ha elevata ancor più a simbolo virtuoso. Poi è arrivato il confronto col Real Madrid, sedicente galattico ed effettivamente di un'altra galassia: per storia, per tradizione, per capacità di spesa, per volontà di scritturare sempre i più famosi attori del calcio, i Palloni d'oro che furono e quelli che saranno.

Troppi Palloni d'oro per resistere

Orfano del Pallone d'oro Cristiano Ronaldo, che il Pallone d'oro Zidane vorrebbe allenare ancora, il Real ha vinto a Valdebebas grazie al Pallone d'oro Modric, ha esibito con successo aspiranti Palloni d'oro frustrati in passato come Kroos e Benzema e non nasconde adesso il corteggiamento per i Palloni d'oro potenziali Mbappé e Haaland. Eppure l'Atalanta, pur perdendo sia all'andata sia al ritorno e pur non dando mai la sensazione di potere eliminare l'illustre avversario, ha tratto non paradossalmente da questo duello impari la convinzione che il senso rivoluzionario del gioco gasperiniano sia rimasto più che mai in piedi. A Bergamo l'Atalanta era stata messa fuori causa da un'espulsione discussa e da un discusso mezzo pasticcio del portiere, a Madrid l'hanno castigata un pasticcio intero dell'altro portiere e un rigore evitabile.

Il rispetto di Zidane

Però non è crollata e la sua chiara identità tattica ha obbligato la squadra più nobile del mondo a modificare la propria: segno dell'umiltà di Zidane, ma anche del rispetto e della considerazione internazionale che la squadra di una città piccola e orgogliosa ha saputo meritarsi in due sole partecipazioni al torneo solitamente riservato al calcio metropolitano. Tuttavia proprio l'orgoglio dell'Atalanta per la propria buona figura finisce col fornire una chiave di lettura più impietosa per il calcio italiano, che non vince la Champions dal 2010 con l'Inter di Mourinho, che da allora ha perso due finali con la Juventus e che si sta sostanzialmente accontentando di un cortocircuito cui sfugge, per dimensioni e ambizioni di partenza, soltanto l'Atalanta, che cercherà comunque di qualificarsi alla coppa più ricca anche l'anno prossimo e sarebbe la terza volta consecutiva.

Visionari cercansi

Il cortocircuito è il seguente: i grandi club della serie A cercano gli introiti della Champions per sostenere le proprie spese insostenibili e poi spendono per qualificarsi alla Champions, dove però in genere non superano le colonne d'Ercole degli ottavi di finale, perché di solito i migliori calciatori del mondo preferiscono altri campionati, dove vengono pagati di più. E' un circolo, anzi un ricircolo, decisamente vizioso. Può darsi che la crisi economica figlia della pandemia abbia attenuato qualche differenza: oggi nessun club, salvo forse il Psg qatariota e il City emiratino (comunque obbligati entrambi a una sobrietà almeno di facciata) può più pagare cifre fuori mercato, né per i cartellini dei giocatori, né per i loro ingaggi. In fondo il Real stesso è reduce da un mercato estivo e invernale senza acquisti di grido. Ma è bastata la sua versione conservativa per estromettere dalla Champions l'Inter nella fase a gironi e l'Atalanta all'inizio della fase a eliminazione diretta. Anche per questo c'è bisogno di nuovi visionari alla Gasperini: per sognare a occhi aperti e per non accontentarsi più di guardare gli altri che a fine stagione alzano al cielo la Coppa dei campioni.        

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