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Il gioco triste del Psg, e ormai per Pochettino ogni partita è una sentenza

Mauricio Pochettino (ansa)
Il tecnico dei parigini contro il Real Madrid e in generale in Champions, si gioca il futuro in Francia. Spesso le giocate dei singoli determinano il risultato, non certo una manovra spesso contestata al Parco dei Principi
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PARIGI – Siamo al punto in cui ogni partita è una sentenza per Pochettino, lo stesso punto in cui, presto o tardi, sono arrivati Ancelotti e Blanc, Emery e Tuchel e adesso quest’argentino di origini piemontesi nel cui volto si legge chiaramente la fatica di tenere assieme ambizioni e contraddizioni del club più ricco e confuso del continente.

O la Champions o l’esonero

Se il Psg verrà eliminato dal Real Madrid, Pochettino arriverà (forse) a fine stagione, incasserà l’ennesimo campionato stravinto (ma per lui sarebbe il primo, dopo lo scorno subito dal Lille l’anno scorso) e poi scender&ag…

PARIGI – Siamo al punto in cui ogni partita è una sentenza per Pochettino, lo stesso punto in cui, presto o tardi, sono arrivati Ancelotti e Blanc, Emery e Tuchel e adesso quest’argentino di origini piemontesi nel cui volto si legge chiaramente la fatica di tenere assieme ambizioni e contraddizioni del club più ricco e confuso del continente.

O la Champions o l’esonero

Se il Psg verrà eliminato dal Real Madrid, Pochettino arriverà (forse) a fine stagione, incasserà l’ennesimo campionato stravinto (ma per lui sarebbe il primo, dopo lo scorno subito dal Lille l’anno scorso) e poi scenderà dalla giostra su cui Leonardo e gli emiri faranno salire qualcun altro a cui disperatamente chiedere l’unica cosa che bramano, la Champions League, per vincere la quale hanno investito quasi un miliardo in dieci anni (941 milioni, per la precisione). Per altro, è curioso che nemmeno le altre due società che dal 2012 a oggi hanno speso di più, vale a dire United (un miliardo e 75 milioni) e City (984 milioni), non abbiano vinto la Champions: i soldi danno senz’altro la felicità, ma non per forza la coppa con le grandi orecchie. Per quella serve altro.

Gli insuccessi di Pochettino

Pochettino sta in ogni caso vivendo un’esperienza deludente, per lui e per il club. Arrivato lo scorso gennaio per rimpiazzare Tuchel, esonerato dopo un litigio con Leonardo, ha subito vinto Coppa e Supercoppa di Francia (attribuendone elegantemente il merito al suo predecessore) ha fatto un buon cammino in Champions eliminando Barcellona e Bayern e fermandosi in semifinale con il City (e con parecchia sfortuna) ma ha perso prima il campionato e poi la Supercoppa nazionale, sempre contro il Lille, ed è già uscito dalla Coppa di Francia per mano del Nizza, tutti club che hanno budget cinque volte inferiore.

Il gioco taccagno di una squadra che batte solo le piccole

In campionato sta largheggiando ma con un gioco taccagno, monocorde, abbellito solo dalle giocate di Mbappé e da qualche episodica magia di Messi: delle sfide con le prime 5 in classifica ne ha vinta soltanto una, ad agosto con lo Strasburgo. Funzionano i gregari (Danilo, Gueye), regge molto bene la difesa (dove Ramos non c’è quasi mai stato, e questo forse è un vantaggio), ma la squadra non esprime gli scintillii che dovrebbero sprigionare da tutto il talento che c’è. È vero che Neymar è fermo da tre mesi e che Messi ha avuto mille problemi, ma c’è in generale una sorta di tristezza, nel gioco, che Pochettino non è mai riuscito a guarire.

I tifosi in rivolta salvano solo Marquinhos

In Ligue 1 il Psg vince con gli spunti, spessissimo nei minuti finali. Ma annoia e il pubblico del Parc des Princes contesta: vorrebbe meno stelle e più spirito di squadra, meno nomi e più passione. Mbappé era stato fischiato, in avvio di stagione, per il dichiarato desiderio di andare al Real, ma poi ha riconquistato la gente (perlomeno la stima, anche se non l’affetto) con i fatti. Per i tifosi il modello da seguire è però il capitano Marquinhos, giudicato l’unico che abbia rigore morale e senso di appartenenza. Per altro parla benissimo il francese, al contrario di molti dei suoi compagni: è un dettaglio che dimostra come la sua integrazione nel tessuto della città sia stata profonda, mentre altri vivono Parigi e il Psg in maniera superficiale, come fosse transitoria.

Pochettino sempre in difesa, anche quando parla

Anche Pochettino non si esprime in francese. Non lo faceva neppure Emery, mentre Ancelotti (seppur in modo maccheronico) e Tuchel si sono sempre sforzati di parlare anche in pubblico la lingua dei loro interlocutori. Nel caso di Pochettino non è un segno di distacco, ma una sorta di autodifesa che dice molto della realtà che vive. Lui il francese lo sa perché è stato a Parigi anche da calciatore, indossando pure la fascia di capitano (non diviene capitano uno che non padroneggia la lingua del posto), ma preferisce esprimersi in spagnolo per evitare trappole dialettiche, per dosare bene le banalità con cui, nelle conferenze stampa, sigilla ogni questione, senza mai andare in profondità e aggirando l’analisi di qualsiasi problema.

Quando Mauricio al Tottenham si sentiva a casa

Eppure a  Londra non era così. Quando era al Tottenham, nel testa a testa con i giornalisti (condotto rigorosamente in inglese, anche se la sua pronuncia era piena di difetti e il suo lessico ridotto all’osso) sapeva essere brillante e sgusciante a seconda delle necessità. Era a volta istrionico e a volte diretto, non lesinava le critiche e nemmeno le iperboli, infatti la critica aveva un’ottima opinione di lui e la squadra lo adorava. Lui si definisce un “allenatore sentimentale”, la sua forza sono le relazioni, l’unità che sa stabilire, la scintilla che accende nei suoi uomini. Al Tottenham, bastava guardarlo, si sentiva a casa, era totalmente a suo agio. A Parigi no, ha sempre un atteggiamento difensivo, autoprotettivo, circospetto. Si vede che ha dovuto rinunciare a molti dei suoi canoni di riferimento, ma è un discorso che è valso anche per i suoi predecessori: nel Psg i giocatori sono spesso più importanti del club e anche dell’allenatore, che raramente ha le spalle coperte nei rapporti con la squadra ed è costretto a subire gli individualismi delle stelle, che non può circoscrivere con l’autorità che non ha.

Rapporti tesi con Leonardo, buoni con la squadra

I rapporti con Leonardo (inviso ai tifosi) sono sempre problematici. Pochettino ha comunque un buon legame con la squadra. Ultimamente le esagerazioni delle star si sono attenuate (soprattutto Neymar s’è messo in riga, mentre Mbappé è da sempre di un puntiglio e di una professionalità esemplari e Messi vive chiuso in casa) e tra giocatori e allenatore non risultano particolari frizioni, ma resta il fatto che il Psg gioca un calcio triste, senza slanci. Quasi per dovere, e quasi mai per piacere. Le cose cambiano in Champions, dove la platea incendia le stelle e il confronto diretto con i campioni degli altri campionati, che in Ligue1 latitano, anima l’orgoglio dei fuoriclasse parigini. Però anche nel girone di qualificazione il Psg è stato poco brillante, tant’è vero che ha ceduto al City (che ha battuto a Parigi ma da cui è stato sconfitto a Manchester) il primato nel gruppo: hanno deciso due grigi pareggi con Bruges e Lipsia.

La bestia nera Galtier

È ovvio che di tutto questo si chieda conto a Pochettino. La società ritiene inaccettabile che, con la superiorità tecnica ed economica che può vantare, abbia perso gli ultimi tre trofei nazionali disputati, due dei quali a opera di Cristophe Galtier, la bestia nera degli emiri, che dopo averli beffati con il Lille (il club che in Europa ha l’attivo di mercato più grande: in dieci anni ha guadagnato 349 milioni) ci è riuscito pure con il Nizza, cioè con due fastidiosi outsider.

La corte discreta a Zidane

Solo la Champions può dunque salvare Pochettino, che ha un contratto fino al 2023 ma che già in gennaio avrebbe rischiato l’esonero, come era capitato a Tuchel l’anno prima: Leonardo avrebbe fatto un tentativo per portare Zidane sulla panchina dei parigini ma, secondo TF1, l’ex Pallone d’oro avrebbe rifiutato perché non voleva incontrare subito da avversario il “suo” Real Madrid. Zizou, in ogni caso, è indicato come successore di Deschamps alla guida della nazionale francese dopo il Mondiale in Qatar. Pochettino è conscio della situazione che sta vivendo, difatti non programma il futuro né si fa illusioni. E continua a stare sulla difensiva, sempre e con chiunque. Non si sente a casa sua e si vede. Ma chi si sente a casa, in questo club basato sui contratti e non sui contatti?