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Psg a rapporto da Galtier, il marsigliese amico di Cantona che ha messo in riga Messi, Mbappé e Neymar

Christophe Galtier (afp)
Arrivato tra mille perplessità (un marsigliese, poco amato a Parigi), l'infanzia passata con il talento inquieto dello United, in passato una brutta storia di risse, il tecnico ha dato alla squadra un gioco brillante limando invidie e gelosie tradizionalmente presenti nello spogliatoio. Stasera la Juventus sarà un banco di prova importante
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PARIGI – ll Psg le aveva provate tutte: il carisma internazionale di Ancelotti, quello molto transalpino di Blanc, la scienza sottile di Emery, quella più sperimentale di Tuchel, il senso pratico di Pochettino. Ha sempre cercato allenatori di nome e di stile, con un certo savoir-faire adatto alla ribalta internazionale, ma alla fine non uno è stato all’altezza delle aspettative del pubblico parigino, della rutilante politica societaria e men che meno della vagonata di euro investita dalla proprietà qatariota: il Psg è rimasto “la repubblica dei giocatori”, una sorta di enclave anarchica dove a dettare la linea erano i capricci delle star, il loro altalenanti umori o, peggio ancora, i loro egoismi.

PARIGI – ll Psg le aveva provate tutte: il carisma internazionale di Ancelotti, quello molto transalpino di Blanc, la scienza sottile di Emery, quella più sperimentale di Tuchel, il senso pratico di Pochettino. Ha sempre cercato allenatori di nome e di stile, con un certo savoir-faire adatto alla ribalta internazionale, ma alla fine non uno è stato all’altezza delle aspettative del pubblico parigino, della rutilante politica societaria e men che meno della vagonata di euro investita dalla proprietà qatariota: il Psg è rimasto “la repubblica dei giocatori”, una sorta di enclave anarchica dove a dettare la linea erano i capricci delle star, il loro altalenanti umori o, peggio ancora, i loro egoismi.

L’amico di Cantona allenato da Radice

Poi è arrivato un 56enne che viene dal sud, un uomo dal volto ruvido come la sua voce ma dallo sguardo e dai modi diretti benché mai bruschi. Christophe Galtier da Marsiglia (ma lui abita nell’elegante Cassis) è cresciuto assieme a Cantona, di cui è amico dall’infanzia e ha la stessa faccia da attore, ha fatto una carriera modesta da difensore spiccio (è passato per qualche mese anche da Monza, dove fu allenato da Gigi Radice) e per diventare allenatore sul serio ha dovuto fare anni e anni di anticamera, facendo da vice per dieci anni persino in Arabia, in Inghilterra, in Grecia.

La rissa del 2000, la condanna, la redenzione

 La Francia lo aveva praticamente bannato dopo un fattaccio avvenuto nel 2000 in un Marsiglia-Monaco (lui era allenatore in seconda dell’Om), decisivo per la salvezza dei marsigliesi: nell’intervallo scoppiò una rissa negli spogliatoi e Gallardo, argentino del Monaco, venne pestato a sangue. Le telecamere di sorveglianza erano fuori uso. Venne incolpato Galtier, che si dichiarò innocente ma beccò sei mesi di sospensione. Da lì cominciò a girovagare, e a cercare la redenzione. “Lasciai la Francia, come mi consigliarono in molti, ma poi tornai per dimostrare che non ero come mi avevano dipinto. Io non ho mai picchiato nessuno”. Ha fatto un lungo giro, ma alla fine si è fatto credere.

Il Psg ha assunto il suo peggior nemico

Il Psg ha scelto Galtier, nonostante un physique du rôle non proprio il linea con lo charme che il club vuole ostentare, essenzialmente per tre motivi: 1) il diesse Campos, quello che ha scalzato Leonardo, ha lavorato con lui a Lille e ne ha conosciuto il valore; 2) i metodi più ruvidi di Galtier erano necessari per regolare l’anarchia dello spogliatoio; 3) Galtier, nominato per tre volte allenatore dell’anno in Francia, ha spesso battuto il Psg pur partendo da posizioni di smaccata inferiorità: ha vinto un titolo incredibile con il Lille e ha cacciato i parigini dalla coppa tanto con il Saint-Étienne quanto con il Nizza. Se una volta può essere un caso, tre sono almeno una tendenza. Se non puoi batterlo, unisciti a lui: questo ha fatto il Psg.

La fusione riuscita tra Messi-Neymar-Mbappé e Verratti-Vitinha

I primi mesi di Galtier a Parigi hanno la dolcezza di una luna linea di miele. Nei ricchi anni qatarioti la squadra non aveva mai giocato così bene come in queste settimane d’estate: il tridente dei fenomeni produce gol e assist a profusione e il loro talento stellare è finalmente cucito con un filo logico al resto della squadra. Galtier è stato quasi sempre un uomo da calcio verticale, con pochi fronzoli: difesa aggressiva, gran pressing, ritmi alti e una predilezione per il contropiede. Non ha mai avuto un modulo di riferimento (“Se ho tanti giovani faccio il 4-4-2, perché è il più semplice da interpretare, ma qualunque sistema può funzionare”) però non ha nemmeno mai giocato con la difesa a tre come sta facendo a Parigi, dove ha ideato il modulo perfetto per esaltare il tridente e al tempo stesso coprirgli le spalle.

Il rilancio di Sergio Ramos in un sistema alla Guardiola

I tre difensori (con il rilancio, determinante, di Sergio Ramos) sono duri e veloci e non si spingono mai in avanti dove invece impazzano due esterni devastanti come Hakimi e Nuno Mendes, mentre il centrocampo è affidato a due piccoletti dal tocco raffinato e soprattutto dalla visione di gioco superiore, Verratti e Vitinha, il giovane portoghese preso dal Porto: i suiveurs dicono che sia quanto di più di simile al miglior Barcellona di Guardiola si sia mai visto, con tre attaccanti (nessuno è centravanti) che turbinano scambi a velocità impressionante e due centrocampisti che tessono la trama delle loro scorribande. Funziona. E, soprattutto, in campo c’è un senso di mutuo soccorso che al Psg, terra di ripicche e gelosie, si era visto di rado.

Il lavoro sull’ego dei giocatori

Il ruvido Galtier è in realtà un eccellente conversatore, anche piuttosto colto, che conosce la dolcezza e l’ironia, che ti dice le cose faccia ma soprattutto sa come dirtele, usando di volta in volta il registro più appropriato. Per prima cosa, lui che non aveva mai avuto la possibilità di lavorare che stelle di prima grandezza, si è occupato dell’ego dei giocatori: non per ridimensionarlo, ma per ricondurlo a un dimensione collettiva. Ha spiegato che il turn over coinvolgerà tutti (“E anche se è più facile dirlo che farlo lo accetterò, perché il capitano della nave è lui”, ha detto Mbappé), ha convinto Neymar a fare un passo indietro rispetto a Mbappé e Messi e a mettersi al loro servizio (e il brasiliano non ha mai giocato così bene), ha risolto a favore di Donnarumma la rivalità tra portieri, ha messo alla porta undici giocatori che non facevano più parte del progetto e ha stretto una forte alleanza con il giocatore dalla personalità più spiccata, Sergio Ramos, che nello spogliatoio ha il compito di applicare le direttive comportamentali di Galtier. Soprattutto, ha convinto la squadra a prendere sul serio anche la Ligue1, dove il Psg vinceva con una tale facilità che i giocatori finivano per snobbarla, arrivando a collezionare una serie di figuracce. Adesso invece i parigini affrontano le partite di campionato con il piede sull’acceleratore: secondo Galtier è il modo ideale per prepararsi alla Champions, dove spesso il Psg arrivava impreparato per mancanza di sfide allenanti, come direbbe Capello.

L’inizio alla chetichella e il penaltygate

E dire che alla prima di campionato lo speaker del Psg aveva omesso il nome dell’allenatore al momento della lettura delle formazioni, temendo che il Parc des Princes lo avrebbe fischiato, un po’ in quanto marsigliese e un po’ per un frase detta nel suo primo giorno a Parigi (“Il Parc non è certo il miglior ambiente”, come dire che non ha niente a che vedere con il ribollente Vélodrome di Marsiglia). Invece le perplessità sono sparite in fretta e anche il caso del penaltygate (Mpabbé e Neymar che litigano, con relative ricadute social, per un rigore da tirare contro il Montpellier) non ha intaccato il clima generale: Galtier ha affrontato i due, prima separatamente e poi assieme, non ha attribuito colpe ma condiviso la responsabilità e ha subito ottenuto che firmassero una tregua.

Quella battuta su Allegri…

Galtier sa essere brillante anche nella comunicazione, al contrario di Pochettino che giocava sempre sulla difensiva e pretendeva di non esprimersi in francese. Anche nella vigilia di Psg-Juve ha alternato messaggi e sorrisi, ha cercato di parlottare qualche parola di italiano, ha sfoderato battute (“La prossima trasferta la faremo su un carretto a vela”, ha risposto a chi lo criticava per l’inquinante viaggio in aereo e non in treno a Nantes), si è scambiato sguardi di complicità con Mbappé e non ha esitato a punzecchiare la “malizia tipica dell’allenatore italiano” di Allegri. Non sembrava uno appena arrivato a questi livelli, uno che in vita sua ha partecipato ad appena sei partite di Champions (Lille 2019) perdendone cinque e pareggiandone una. Però oggi è lui che propone il miglior spettacolo cui un appassionato di calcio possa assistere. Il dubbio è: resisterà alla fine dell’estate o farà la fine di tutti i suoi predecessori, banditi dalle regole anarchiche della repubblica dei calciatori?