Milan-Inter di Champions, alle origini della leggenda del tifo cittadino. Com'è nata la distinzione fra bauscia e casciavìt
di Franco VanniSpender bauscia in milanese, significa darsi delle arie. Il bauscia, visto dall’austera Milano di inizio Novecento, era il piazzista brianzolo che ti guidava in visita al mobilificio, vestito come se il capannone fosse suo. Se riusciva a venderti un comò, incassava la provvigione. Cosa invece significhi casciavìt è facile immaginarlo anche per chi non sia nato sotto la Madonnina. Nella città operosa di un tempo, in cui la fabbrica di tachimetri Veglia Borletti era in via Washington a venti minuti dal Duomo, a girar viti erano gli operai. Bauscia e casciavìt. Interisti e milanisti. Una distinzione che si perde nelle nebbie della storia, ancor prima di quando nel 1926 i rossoneri scelsero come stadio il periferico San Siro, mentre i nerazzurri giocavano all’Arena Civica, nel centrale Parco Sempione, zona da giacca e cravatta. Si rafforzò così il mito dell’interista sbruffone, danaroso o presunto tale, e del milanista in …
Spender bauscia in milanese, significa darsi delle arie. Il bauscia, visto dall’austera Milano di inizio Novecento, era il piazzista brianzolo che ti guidava in visita al mobilificio, vestito come se il capannone fosse suo. Se riusciva a venderti un comò, incassava la provvigione. Cosa invece significhi casciavìt è facile immaginarlo anche per chi non sia nato sotto la Madonnina. Nella città operosa di un tempo, in cui la fabbrica di tachimetri Veglia Borletti era in via Washington a venti minuti dal Duomo, a girar viti erano gli operai. Bauscia e casciavìt. Interisti e milanisti. Una distinzione che si perde nelle nebbie della storia, ancor prima di quando nel 1926 i rossoneri scelsero come stadio il periferico San Siro, mentre i nerazzurri giocavano all’Arena Civica, nel centrale Parco Sempione, zona da giacca e cravatta. Si rafforzò così il mito dell’interista sbruffone, danaroso o presunto tale, e del milanista in gradinata con le maniche rimboccate.
L'inchiesta di Camilla Cederna che sfatò il mito
Nel 1952 Camilla Cederna, in un reportage per L’Europeo, si mise in cerca delle tracce della divisione sociale fra le due tifoserie. Non ne trovò. Anzi, arrivò ad affermare che il tifo interista fosse più popolare rispetto a quello milanista. Francesco Bonifacio, trent’anni, docente di Sociologia all’università Cattolica, spiega: "A Roma esistono quartieri a maggioranza romanista e altri a forte presenza laziale. A Torino c’era una storica prevalenza granata per chi vantava avi del posto, e bianconera fra gli immigrati. A Milano no. La differenza fra bauscia e casciavìt esiste nelle arti di massa". Da una parte la fotografia degli interisti eleganti che circondano Helenio Herrera, dall’altra il milanista venuto dal Sud recitato da Diego Abatantuono.
La metafora di Brera, il MIlan di Berlusconi
Come spesso accade nelle trasformazioni del gergo calcistico, un ruolo lo ha avuto Gianni Brera, che negli anni Sessanta rispolverò la metafora del sciur e dell’operaio per raccontare le due tribù dei tifosi meneghini. Se non ci sono prove che avesse senso allora, in una Milano ancora industriale e interclassista, figuriamoci oggi, al tempo delle riunioni su Zoom e delle poltroncine in tribuna vendute alle aziende sponsor. "Una volta operai e imprenditori allo stadio avevano accesso a posti simili, che fossero milanisti o interisti. Oggi la distinzione è fra chi può e chi non può, indipendentemente dalla fede", dice Elena Dorin, segretaria cittadina della Fiom, interista e casciavìt, operaia in un’azienda di Arcore, paese noto per essere la residenza di Silvio Berlusconi, prototipo di tutti i bauscia, presidente del Milan più vincente di sempre ma, si dice, da bambino tifoso nerazzurro. E così il cerchio si chiude.
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