La certezza è che l’Inter sta bene. Dentro alla lunga vigilia è stato un continuo susseguirsi di voci ottimiste e rassicuranti — qualcuna più credibile di altre, certo — sullo stato di salute psicofisico dei giocatori nerazzurri: chi conosce il fisioterapista di questo, chi ha parlato con l’amico di quello, chi ha trovato un biglietto grazie al difensore, chi ha volato con la famiglia dell’attaccante. Ecco, le confidenze dall’interno sono sempre le stesse, la squadra sta bene in un modo incredibile per essere a giugno inoltrato, e dopo una stagione così lunga e anomala. O forse è stata proprio l’anomalia della pausa mondiale e del conseguente rabbocco di preparazione, unita a quell’imperscrutabile clic seguito al superamento del Benfica, a rendere virtuosa l’agenda di Simone Inzaghi.
La certezza è che l’Inter sta bene. Dentro alla lunga vigilia è stato un continuo susseguirsi di voci ottimiste e rassicuranti — qualcuna più credibile di altre, certo — sullo stato di salute psicofisico dei giocatori nerazzurri: chi conosce il fisioterapista di questo, chi ha parlato con l’amico di quello, chi ha trovato un biglietto grazie al difensore, chi ha volato con la famiglia dell’attaccante. Ecco, le confidenze dall’interno sono sempre le stesse, la squadra sta bene in un modo incredibile per essere a giugno inoltrato, e dopo una stagione così lunga e anomala. O forse è stata proprio l’anomalia della pausa mondiale e del conseguente rabbocco di preparazione, unita a quell’imperscrutabile clic seguito al superamento del Benfica, a rendere virtuosa l’agenda di Simone Inzaghi.
Si erano addensate nubi gonfie di pioggia sul suo capo dopo la sconfitta interna col Monza del 15 aprile, lo stesso Marotta ha ammesso che fra le molte pressioni che hanno gravato sul tecnico c’è stata anche la sua. Il 3-3 (casuale, era un 3-1 fino all’86’) con i portoghesi è stato il tappo di una bottiglia di champagne molto agitata prima dell’uso: saltato quello l’Inter è letteralmente sgorgata, nei risultati e nel gioco, e il tecnico è passato da un incarico a rischio alla celebrazione. Ancora un mese fa la qualificazione alla finale a spese del Milan lasciava nel popolo nerazzurro un senso di sazietà, quel che si poteva fare era stato fatto e pazienza per il City dall’altra parte, prima o poi una forte la devi comunque incontrare. Un mese dopo nessuno si azzarda a contestare il ruolo di favorito del Manchester, ma chiunque ti chiede quante possibilità abbia l’Inter, e quando gli rispondi che la sintesi fra i vari big data porta a un 75-25 storce il naso — “secondo me un po’ di più” — e persino l’ottimismo è una vittoria preventiva contro un’avversaria così immensamente forte e bella.
Pep Guardiola ha sbagliato due volte approccio a fondamentali gare di Champions, il quarto del 2020 con il Lione e la finale del 2021 col Chelsea: furono gli errori del cosiddetto overthinking, ovvero pensarci troppo per sorprendere pur avendo già costruito una squadra superiore. Guardiola semplicemente non crede che il meglio sia nemico del bene, e lo insegue sempre: ma stavolta davvero non ha nulla da toccare, perché i nuovi equilibri resi necessari dall’acquisto di Haaland sono ormai codificati, con la difesa di difensori puri — le è stato sacrificato un ex-pupillo di Pep come Cancelo — il box centrale a quattro (Rodri e Stones dietro, De Bruyne e Gundogan davanti) che sostituisce i due ampi triangoli laterali del vecchio 4-3-3, il sulfureo Grealish e l’astuto Bernardo Silva incaricati di creare le superiorità numeriche anche con le giocate individuali per passare la palla al pivot. È comunque un City che mantiene i due principi cardine di Guardiola, pressing e costruzione: la percentuale di lanci lunghi, 7%, anche in questa nuova versione è rimasta la più bassa della Premier.
Il luogo comune più citato in questi giorni è che nella partita secca possa succedere qualsiasi cosa. C’è ovviamente del vero, come in tutti i luoghi comuni, ma è più analitico parlare della pericolosità strutturale di una squadra inferiore nei confronti di una superiore. Per intenderci (con i più vissuti): si dice sempre che Italia-Brasile 3-2 dell’82 fu un colpaccio perché su dieci partite quel Brasile pazzesco ne avrebbe vinte nove, ma Dino Zoff — decisamente non l’ultimo arrivato — ha sempre sostenuto il contrario, ovvero che quell’Italia possedesse una serie di talenti e combinazioni (l’immarcabile Bruno Conti, per esempio, oltre all’ispirazione offensiva di Pablito) che l’avrebbero resa letale per quel Brasile almeno la metà delle dieci volte. In questo senso l’Inter ha molti uomini giusti o almeno nelle giuste situazioni, dalla verticale Bastoni-Barella al senso di Lautaro per il gol pesante, dal gioco con i piedi di Onana — che Pep marcherà da vicino, e per farlo scoprirà lo spazio oltre la prima linea del pressing — alle scorribande di Dimarco.
Sabato scorso un prodigio di Gündogan ha portato il City avanti sullo United dopo 13 secondi, ma in genere la squadra di Guardiola nelle partite importanti fa partire subito la rumba per raccoglierne i frutti fra il 20’ e il 30’ e saldare il conto entro l’intervallo. La propensione di Simone Inzaghi per le finali ne segnala il sangue freddo, e se la titolarità di Dzeko verrà confermata ne occorrerà tanto per gestire i tempi d’ingresso di Lukaku, l’arma totale da mandare in campo a finire il lavoro costruito nella sofferenza dai compagni, ma che se aspetti troppo rischia di risultare inutile. Beffato più che battuto nelle altre due finali di coppa, il nostro calcio mette sul tavolo l’ultimo asso, decisamente non quello di denari vista la rivale. Comunque vada, che le italiane restassero in ballo fino al 10 giugno era oggettivamente impensabile. Lo step del prossimo anno, eredità di questi risultati, sarà pensarlo con convinzione.