“Giochiamo come siamo”. Il ds Olabe racconta la Real Sociedad, il club-cantera che sfida l’Inter
di Antonio Cefalù
I nerazzurri visitano San Sebastián e un club unico nel suo genere, che avrà a disposizione 14 giocatori provenienti dal vivaio. Ci siamo fatti raccontare il modello identitario “txuri-urdin” dal suo direttore sportivo
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Ai prossimi avversari dell’Inter piace farsi chiamare “artigiani”. Plasmano futuro, si godono il presente: stasera alle 21 gli uomini di Simone Inzaghi fanno visita alla Real Sociedad, che torna in Champions League dieci anni dopo l’ultima volta. Lo fa con 14 giocatori prodotti dal vivaio di Zubieta, secondo molti il migliore di Spagna. Dieci di questi, fra cui il capitano Mikel Oyarzabal, sono nati a San Sebastián o nella sua provincia, Gipuzkoa.
Identità e gioco
Il direttore sportivo della Real Sociedad, che prima ne è stato allenatore e prima ancora giocatore, si chiama Roberto Olabe e ripete quattro parole come un mantra: “Gestione, sviluppo, gioco, identità”. Partiamo dall’ultima. “Quella non la scelgo io”, risponde. “L’identità di un club appartiene alla sua storia, a un popolo, ai suoi comportamenti. Collaboriamo con 80 club sul territorio, che ci aiutano con la prima selezione dei ragazzi. La Real Sociedad non ha proprietari, l’azionista di maggioranza non arriv…
Ai prossimi avversari dell’Inter piace farsi chiamare “artigiani”. Plasmano futuro, si godono il presente: stasera alle 21 gli uomini di Simone Inzaghi fanno visita alla Real Sociedad, che torna in Champions League dieci anni dopo l’ultima volta. Lo fa con 14 giocatori prodotti dal vivaio di Zubieta, secondo molti il migliore di Spagna. Dieci di questi, fra cui il capitano Mikel Oyarzabal, sono nati a San Sebastián o nella sua provincia, Gipuzkoa.
Identità e gioco
Il direttore sportivo della Real Sociedad, che prima ne è stato allenatore e prima ancora giocatore, si chiama Roberto Olabe e ripete quattro parole come un mantra: “Gestione, sviluppo, gioco, identità”. Partiamo dall’ultima. “Quella non la scelgo io”, risponde. “L’identità di un club appartiene alla sua storia, a un popolo, ai suoi comportamenti. Collaboriamo con 80 club sul territorio, che ci aiutano con la prima selezione dei ragazzi. La Real Sociedad non ha proprietari, l’azionista di maggioranza non arriva al 5%. La nostra storia è di partecipazione, di lavoro collettivo”. Da lì nasce il calcio associativo txuri-urdin (biancoblù, in basco).
Occhio però a chiamarlo bel gioco. “Giochiamo alla nostra maniera”, vi correggerà Olabe. “Giocare bene è giocare come ti senti. L’unica Bibbia del calcio è il regolamento e ognuno può far ciò che vuole purché non lo contraddica. Noi, per la nostra storia, abbiamo bisogno di comunicare. Sul campo, il passaggio è il canale di comunicazione attraverso il quale diciamo quello che sentiamo. Più passaggi facciamo e più saremo partecipi, tutti insieme, del successo. Il gioco è fondamentale perché la gente si identifichi con noi, e viceversa, e così ci si possa appassionare tutti insieme allo stadio”. In linea con la sua identità, Zubieta si è distinta negli anni come fabbrica di centrocampisti, da Xabi Alonso, che nella squadra B si è svezzato anche come tecnico, a Martín Zubimendi, che TheAthletic ha definito “il Busquets della Generazione Z”.
Mikel Oyarzabal e Imanol Alguacil (sullo sfondo)
Sviluppo
Parliamo di sviluppo. A mettere in atto le idee c’è Imanol Alguacil, nato a 15 minuti da Zubieta e che allena la Real Sociedad, fra giovanili e prima squadra, dal 2011. “Conosce i processi, sa come si apre la porta alla gioventù”. La Real nell’ultima decade ha fatto esordire 42 canterani, chi entra nel vivaio ha probabilità superiori al 5% di arrivare in prima squadra. Nella finale di Copa del Rey, vinta due anni fa contro l’Athletic, otto dei giocatori scesi in campo erano fatti in casa. “Dagli anni 50 abbiamo deciso che ci saremmo alimentati quasi solo dalle nostre giovanili e che il Sanse, la seconda squadra, sarebbe stato il serbatoio della prima”, spiega Olabe.
Ci vuole “pazienza, perseveranza, processo”. I ragazzi entrano a 12 anni e hanno almeno due stagioni e mezzo per essere “coccolati” e valutati: “Non ho mai visto un architetto di 12 anni, lo stesso vale per i calciatori”. Molti fra quelli che non sono riusciti a entrare in prima squadra, dopo essersi specializzati, sono tornati a Zubieta per lavorare nell’avanguardistico staff tecnico, che ha costante bisogno di nuove idee e professionalità. “Non vogliamo fare le cose allo stesso modo per sempre”, spiega Olabe. “Il segreto è essere coscienti che ti stai sbagliando tutti i giorni”. E studiare la concorrenza, “perché è con chi c’è lì fuori che devi competere. Il rivale è il tuo maestro, ti avvisa di quello che succede e fa sì che non ti addormenti”.
Takefusa Kubo, 22 anni
Gestione
Arriviamo alla gestione. Dal 1989 il club ha abbandonato la politica di soli giocatori baschi, che ancora resiste nella vicina Bilbao. “Vorremmo rifornirci solo con la nostra gente ma siamo la provincia più piccola di Spagna, 700.000 abitanti, e la natalità sta scendendo, non possiamo dare le spalle alla realtà”, spiega Olabe. L’idea, quindi, è “o formiamo o firmiamo”, dunque si comprano solo i profili tecnici che Zubieta non riesce a produrre. E visto che formano molto e firmano molto poco, quei pochi acquisti non vanno sbagliati. Per questo servono i migliori scout e un’attenzione maniacale ai big data (“Quello che succede un giorno è contesto, dopo cinque giorni è tendenza, se si ripete dieci volte è un profilo. Il dato è ciò che ci dà la differenza fra contesto e profilo”).
Non è un caso se la Real acquista solo diamanti grezzi. L’ultimo, Alexander Isak, è andato al Newcastle per 70 milioni. Il maghetto giapponese Take Kubo, uno dei sette stranieri in rosa, potrebbe essere il prossimo. “Se vuoi stabilità non puoi scommettere sulla speculazione”, respinge la suggestione Olabe. “Non compriamo i giocatori per venderli, ma per portarli su un terreno che faccia fiorire il loro talento”. Coraggioso, per i tempi che corrono. Basterà per avere obiettivi ancora più ambiziosi in futuro? “A noi non piacciono i tetti, preferiamo i pavimenti. Pensiamo solo a costruire un pavimento sempre più solido, solo allora porteremo il nostro tetto ancor più su”.