ROMA - Milano 16 giugno 1981, ore 19. Al centro del campo di San Siro, per il match inaugurale del Mundialito, il torneo che lanciò il calcio per la prima volta sulle reti private, sono schierati Milan e Feyenoord. La telecamera stringe sui rossoneri, tra Baresi, Maldera, Buriani emerge Johan Cruyff. Lui. Preso a gettone dal Milan, giocò un tempo solo. 45 minuti, poi Cruyff e il Milan non si rivedranno più. Ma nella memoria di chi c'era, quell'apparizione resta indelebile. Uno di loro, a distanza di pochi metri dal maestro del calcio totale, era Mauro Tassotti.
Lei e Cruyff, nella stessa squadra. Che emozione fu?
"Immensa, davvero. Venne da noi e restò due, tre giorni al massimo, il tempo di preparare quella partita. Aveva grande entusiasmo, già 34 anni, era da poco stato operato all'inguine. Ma lasciò in noi una sensazione incredibile, in noi che avevamo nella nostra camera il suo poster, noi che eravamo cresciuti nel mito della sua numero 14, di quell'Olanda, di quell'Ajax. Noi che avevamo mandato a memoria quel documentario di Sandro Ciotti su di lui, Il profeta del gol. A ogni suo tocco, quel giorno, dal pubblico di San Siro partiva un applauso. Una scena indimenticabile".
Cosa ricorda di quella partita?
"Qualche tocco di gran classe e il suo leggendario esterno destro, il pallone cantava trattato dai suoi piedi, e poi il suo atteggiamento da comandante in campo. Lo sguardo altissimo, la sfera attaccata al piede, come per mezzo di una forza magnetica. Gentilissimo fuori e dentro il campo. Uscì per Romano, lo ricordo. Salutò il pubblico. Sapeva che non l'avrebbe più rimessa la nostra maglia. Io e lui ci saremmo reincontrati solo 13 anni dopo".
Atene, finale di Champions League, il Milan di Capello batte il Barcellona di Cruyff. 4-0, per giunta.
"Una partita impossibile da dimenticare, il mio ricordo più bello da calciatore, anche perché quella sera, per l'assenza di Baresi, ero anche il capitano e sollevai la Coppa per primo".
Di quella serata si ricorda lo sguardo attonito di Cruyff dopo il gol di Savicevic.
"Dominammo, e quello era il Barcellona più forte di sempre dopo quello attuale, con Romario, Guardiola, Bakero, Stoitchkov, una squadra impressionante, e a noi mancavano Baresi e Costacurta. Fu bravo Capello a trovare le alternative. E poi la partita la spaccò Desailly con una prestazione mostruosa. E Dejan, beh, s'inventò quella cosa lì".
Eppure Cruyff, oltre che grande giocatore, è stato anche un grandissimo allenatore.
"Uno dei più grandi del calcio europeo, ma è normale, quando sei stato così grande in campo, hai una visione superiore delle cose".
Tornando al grande Ajax e alla grande Olanda, quanto di quel calcio è poi tornato nell'epopea sacchiana? Quanto, cioè, Sacchi ha preso dal calcio totale olandese?
"Tutto, il movimento, l'atteggiamento, la volontà di dominare col possesso e con la presenza in campo la partita. L'Olanda fornì, per così dire, una base ideologica alle idee di Sacchi, ne fu il precedente nobile, il modello di riferimento. Prima di noi, quel calcio lo praticava l'Ajax di Cruyff. Prima di quell'Ajax, nessuno".
Lei e Cruyff, nella stessa squadra. Che emozione fu?
"Immensa, davvero. Venne da noi e restò due, tre giorni al massimo, il tempo di preparare quella partita. Aveva grande entusiasmo, già 34 anni, era da poco stato operato all'inguine. Ma lasciò in noi una sensazione incredibile, in noi che avevamo nella nostra camera il suo poster, noi che eravamo cresciuti nel mito della sua numero 14, di quell'Olanda, di quell'Ajax. Noi che avevamo mandato a memoria quel documentario di Sandro Ciotti su di lui, Il profeta del gol. A ogni suo tocco, quel giorno, dal pubblico di San Siro partiva un applauso. Una scena indimenticabile".
Cosa ricorda di quella partita?
"Qualche tocco di gran classe e il suo leggendario esterno destro, il pallone cantava trattato dai suoi piedi, e poi il suo atteggiamento da comandante in campo. Lo sguardo altissimo, la sfera attaccata al piede, come per mezzo di una forza magnetica. Gentilissimo fuori e dentro il campo. Uscì per Romano, lo ricordo. Salutò il pubblico. Sapeva che non l'avrebbe più rimessa la nostra maglia. Io e lui ci saremmo reincontrati solo 13 anni dopo".
Atene, finale di Champions League, il Milan di Capello batte il Barcellona di Cruyff. 4-0, per giunta.
"Una partita impossibile da dimenticare, il mio ricordo più bello da calciatore, anche perché quella sera, per l'assenza di Baresi, ero anche il capitano e sollevai la Coppa per primo".
Di quella serata si ricorda lo sguardo attonito di Cruyff dopo il gol di Savicevic.
"Dominammo, e quello era il Barcellona più forte di sempre dopo quello attuale, con Romario, Guardiola, Bakero, Stoitchkov, una squadra impressionante, e a noi mancavano Baresi e Costacurta. Fu bravo Capello a trovare le alternative. E poi la partita la spaccò Desailly con una prestazione mostruosa. E Dejan, beh, s'inventò quella cosa lì".
Eppure Cruyff, oltre che grande giocatore, è stato anche un grandissimo allenatore.
"Uno dei più grandi del calcio europeo, ma è normale, quando sei stato così grande in campo, hai una visione superiore delle cose".
Tornando al grande Ajax e alla grande Olanda, quanto di quel calcio è poi tornato nell'epopea sacchiana? Quanto, cioè, Sacchi ha preso dal calcio totale olandese?
"Tutto, il movimento, l'atteggiamento, la volontà di dominare col possesso e con la presenza in campo la partita. L'Olanda fornì, per così dire, una base ideologica alle idee di Sacchi, ne fu il precedente nobile, il modello di riferimento. Prima di noi, quel calcio lo praticava l'Ajax di Cruyff. Prima di quell'Ajax, nessuno".