ROMA - Sarà il caso di trovare un altro interlocutore sentimentale perché la nazionale più romantica e suggestiva della storia del calcio non c'è più. Il Brasile prende una manata in faccia, tutto il Brasile rimedia lo sganassone, il suo presente, la sua storia, la sua gente, i miti, le illusioni, le certezze ormai lontane, i tremori attuali, le sconfitte recenti, i dubbi su tutto. Il Perù lo batte con una rete irregolare e lo elimina dalla Coppa America costringendolo, se possibile, a una figura peggiore di quella dello scorso anno, quando in Coppa America uscì ai rigori nei quarti contro il Paraguay, ancora bruciato dal malessere del 7-1 della Germania, ancora spossato dal ricordo che quel risultato raggelante riportò in vita (la leggendaria sconfitta contro l'Uruguay nel '50). Il Brasile è uscito dalla Coppa America nel girone più facile. Ha scoperto di essere ancora abbastanza forte per travolgere Haiti e abbastanza inconsistente tatticamente e privo di personalità per bloccarsi alle prima asperità. Che diamine. Una squadra che arriva ad augurarsi di pareggiare 0-0 con il Perù per superare il turno non può essere il Brasile. Fine della questione. Dov'è finita l'antica, benedetta presunzione? La discesa agli inferi della nazionale simbolo del pallone è un miscuglio di follie gestionali e d'incuria.
Ancora più irregolare del gol di Raul Ruidiaz, il peruviano che ha cancellato dal software del calcio l'idea che il Brasile sia ancora "quel Brasile", è il sistema interno alla cultura sportiva del paese, un paese appeso alle sue debolezze, non solo sportivamente, un paese che incurante del divario fra i concetti di pallone dei poveri e di calcio dei ricchi si è permesso di arrivare a tanto, credendo evidentemente che il talento spontaneo potesse sopravvivere di suo, potesse comunque amministrare predisposizioni genetiche e che ciò, per incanto, potesse bastare, anche nei momenti più grigi. Non è così però che funziona. Il calcio moderno, pur con tutte le sue atroci devianze, si fonda sul concetto di maturazione. In Brasile i politici dello sport non hanno dato la possibilità ad almeno tre o quattro generazioni di calciatori, a cominciare da quella di Kakà, di crescere a prescindere dalle richieste del mercato straniero e dai traguardi economici. La seconda era Dunga è probabilmente finita ieri, ma il ct sconta le colpe di un fallimento molto più grande di lui, un fallimento che passa per i piedi di Coutinho, Willian, Hulk, Jonas, Marquinhos, Allison o di chi vi pare. E li trascina a mare.
La mancata attuazione di manovre correttive che avrebbero dovuto garantire un sostegno organizzativo a questa scuola che ha disperso così allegramente i suoi talenti, preferendo le logiche dei singoli (e dei rispettivi club europei di appartenenza) alla ragion di stato, ha reso il Brasile schiavo delle sue diversità. Una volta il valore aggiunto era l'esatto contrario della confusione, era la magica combinazione di mondi distanti, era veder giocare affiancati Falçao e Cerezo, Romario e Bebeto, era ammirare l'alternarsi nello stesso ruolo di Carlos Alberto e Francisco Marinho. Ora la fusione non c'è, gli stili aggrovigliati e le etnie sovrapposte non producono più recondite e vincenti armonie. Ora non c'è un solo atleta vestito con quella maglia che sappia spiegare a quale mondo appartiene e cosa, davvero, sia in grado di fare. Il Brasile non ha più talenti veri, ha varato leggi ideale per impoverire le sue primavere, il più positivo di questa fallimentare esperienza è stato uno (Coutinho) che l'Inter non ha capito fino in fondo e comunque ha cacciato. E' bravo ma va a sprazzi. Il Brasile non è muscolare, non ha fiato e soprattutto, dato che riassume la gravità degli altri, sembra non aver voglia. Come se non esistesse un obiettivo comune da inseguire. Con tanti giocatori all'estero è diventato quasi impossibile cementare una filosofia all'antica.
Neymar stesso, non presente alla débacle, incarna la star ma non la guida di un movimento popolare come noi crediamo sia ancora il calcio per i brasiliani. Il Brasile è fermo da anni. Il suo calcio non fa più storia. Produce solo buoni giocatori che finiscono per stupire "a macchia di leopardo" nei campionati europei. Le due caratteristiche di molti di questi attori di seconda fascia sono la mancanza di continuità e una tendenza ad ingrassare (pensate a Casemiro e Pato). Abbiamo qualche discreto difensore spacciato per campione, qualche buon trequartista. Si sprecano soprannomi fuori luogo, o Fabuloso per Fabiano è solo un esempio. Senza alcun Dunga in vista, il centrocampo è il settore in cui più rimbomba l'assenza di qualità. E' possibile che il migliore di queste ultime stagioni sia stato Ramires. Senza offesa, è tutto dire: "Ci vorranno anni per ricostruire", ha ammesso il presidente federale Marco Polo Del Nero. E adesso c'è pure da gestire la squadra olimpica, che navigherà nella malinconia più totale. Avesse 25 anni oggi il Lima della Roma di Capello sarebbe un perno imprescindibile. Cosa viene in mente dopo Ronaldo il Fenomeno? Nulla. Ecco appunto. Il Brasile è solo una bella sequenza di fantasie retroattive su youtube.
Ancora più irregolare del gol di Raul Ruidiaz, il peruviano che ha cancellato dal software del calcio l'idea che il Brasile sia ancora "quel Brasile", è il sistema interno alla cultura sportiva del paese, un paese appeso alle sue debolezze, non solo sportivamente, un paese che incurante del divario fra i concetti di pallone dei poveri e di calcio dei ricchi si è permesso di arrivare a tanto, credendo evidentemente che il talento spontaneo potesse sopravvivere di suo, potesse comunque amministrare predisposizioni genetiche e che ciò, per incanto, potesse bastare, anche nei momenti più grigi. Non è così però che funziona. Il calcio moderno, pur con tutte le sue atroci devianze, si fonda sul concetto di maturazione. In Brasile i politici dello sport non hanno dato la possibilità ad almeno tre o quattro generazioni di calciatori, a cominciare da quella di Kakà, di crescere a prescindere dalle richieste del mercato straniero e dai traguardi economici. La seconda era Dunga è probabilmente finita ieri, ma il ct sconta le colpe di un fallimento molto più grande di lui, un fallimento che passa per i piedi di Coutinho, Willian, Hulk, Jonas, Marquinhos, Allison o di chi vi pare. E li trascina a mare.
La mancata attuazione di manovre correttive che avrebbero dovuto garantire un sostegno organizzativo a questa scuola che ha disperso così allegramente i suoi talenti, preferendo le logiche dei singoli (e dei rispettivi club europei di appartenenza) alla ragion di stato, ha reso il Brasile schiavo delle sue diversità. Una volta il valore aggiunto era l'esatto contrario della confusione, era la magica combinazione di mondi distanti, era veder giocare affiancati Falçao e Cerezo, Romario e Bebeto, era ammirare l'alternarsi nello stesso ruolo di Carlos Alberto e Francisco Marinho. Ora la fusione non c'è, gli stili aggrovigliati e le etnie sovrapposte non producono più recondite e vincenti armonie. Ora non c'è un solo atleta vestito con quella maglia che sappia spiegare a quale mondo appartiene e cosa, davvero, sia in grado di fare. Il Brasile non ha più talenti veri, ha varato leggi ideale per impoverire le sue primavere, il più positivo di questa fallimentare esperienza è stato uno (Coutinho) che l'Inter non ha capito fino in fondo e comunque ha cacciato. E' bravo ma va a sprazzi. Il Brasile non è muscolare, non ha fiato e soprattutto, dato che riassume la gravità degli altri, sembra non aver voglia. Come se non esistesse un obiettivo comune da inseguire. Con tanti giocatori all'estero è diventato quasi impossibile cementare una filosofia all'antica.
Neymar stesso, non presente alla débacle, incarna la star ma non la guida di un movimento popolare come noi crediamo sia ancora il calcio per i brasiliani. Il Brasile è fermo da anni. Il suo calcio non fa più storia. Produce solo buoni giocatori che finiscono per stupire "a macchia di leopardo" nei campionati europei. Le due caratteristiche di molti di questi attori di seconda fascia sono la mancanza di continuità e una tendenza ad ingrassare (pensate a Casemiro e Pato). Abbiamo qualche discreto difensore spacciato per campione, qualche buon trequartista. Si sprecano soprannomi fuori luogo, o Fabuloso per Fabiano è solo un esempio. Senza alcun Dunga in vista, il centrocampo è il settore in cui più rimbomba l'assenza di qualità. E' possibile che il migliore di queste ultime stagioni sia stato Ramires. Senza offesa, è tutto dire: "Ci vorranno anni per ricostruire", ha ammesso il presidente federale Marco Polo Del Nero. E adesso c'è pure da gestire la squadra olimpica, che navigherà nella malinconia più totale. Avesse 25 anni oggi il Lima della Roma di Capello sarebbe un perno imprescindibile. Cosa viene in mente dopo Ronaldo il Fenomeno? Nulla. Ecco appunto. Il Brasile è solo una bella sequenza di fantasie retroattive su youtube.