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Il "Loco" Bielsa e il ritorno del Leeds in Premier

(reuters)
Dietro la promozione dello storico club, caduto in disgrazia negli ultimi anni, le idee rivoluzionarie del tecnico argentino: un "pazzo" che ragiona sempre più degli altri
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Ce l'ha fatta. Marcelo Bielsa, una leggenda del calcio moderno: ha riportato in Premier il Leeds. Mancava da 16 anni. Lo scorso anno l'ex squadra di Cantona aveva perso il playoff contro il Derby di Frank Lampard, vincendo fuori casa e poi crollando inspiegabilmente al ritorno. Emblema di calcio pensato e insieme spontaneo, offensivo ma colto, quasi misurato, convinto frequentatore del 4-1-4-1 modulabile (ma di base, un po' sulla falsariga di Guardiola, suo grande estimatore, c'è che si può difendere in due se a difendere si comincia trenta metri più in avanti...), Bielsa è il "loco" che ragiona sempre più degli altri, a qualunque latitudine, sempre un passo avanti per costruzione di partita, personalità individuali, correttezza (a marzo lui e i giocatori rinunciarono agli stipendi perché la società potesse pagare i dipendenti più deboli). Poi magari non ottiene quel che spera perché il più delle volte non allena ragazzi perfetti, non squadre di grido, non eccellenze del mercato. E infatti ha vinto pochissimo. Quindi "loco" per modo di dire, perché è buona creanza affibbiare ad ogni sudamericano un soprannome da incorniciare con le virgolette.

Il ritorno del Leeds dopo anni di oblio

Il Leeds aveva vinto l'ultimo titolo nazionale nel momento di passaggio dalla First Division alla Premier League: era il 1992. Era il gruppo di Cantona, dei due Gary, Speed, compianto, e McAllister, di Gordon Strachan, Lee Chapman e di Lukic in porta, ed era guidato in panchina da Howard Wilkinson. Alla fine ci abbiamo fatto il callo, ma una serie A inglese senza il Leeds ha sempre stonato un po'. Qualche mese fa, tanto per riandare al passato, è morto Michel Kitabdjian, l'arbitro francese che passò alla storia arbitrando la finale di Coppa dei Campioni tra Bayern e Leeds al Parco dei Principi il 28 maggio del 1975. L'operato di quel fischietto, nella dannata sera in cui il Bayern prevalse 2-0 con le reti di Roth e Müller negli ultimi venti minuti, è rimasto come "la più grande ingiustizia subita dal calcio inglese". Già prostrati da quanto combinò, a loro giudizio, il greco Michas nella finale di Coppa delle Coppe contro il Milan due anni prima, persa dal Leeds anche quella, i tifosi "peacocks", i pavoni, si schiantarono emotivamente quando Kitabdjian negò un calcio di rigore al Leeds nel primo tempo, dominato dai bianchi. In particolare parve plateale la "dipendenza" dell'arbitro dall'autorevolezza di Beckenbauer, autore del fallo su Clarke, il quale praticamente costrinse Kitabdjian a cambiare opinione. "Quindici anni dopo", raccontò Clarke, "Franz ammise che era rigore e poi aggiunse: tanto se te lo dico il risultato non cambia più". La seconda, sfacciata decisione ribaltata arrivò nella ripresa: Una rete di Lorimer annullata per un immaginario fuorigioco di Bremner. Anche in questo caso, l'arbitro prima assegnò il gol e poi, dopo aver confabulato ore con il suo assistente, tornò sui propri passi. E anche qui decisivo fu Beckenbauer: "Andò dal segnalinee", disse qualche anno fa Lorimer, "e lo ipnotizzò!". Il risultato aggiuntivo furono gli scontri fra tifosi che portarono a una squalifica del Leeds per quattro anni (ridotta a due). Per questo, il 19 marzo scorso, la morte di Kitabdjian è stata oggetto di grande attenzione da parte dei media inglesi.

"Col pallone ero una nullità"

Bielsa non è ancora in grado di pensare all'Europa, ma il primo passo l'ha fatto. Rosarino come Messi, Bielsa è nato il 21 luglio del 1955 da una famiglia agiata. Andava tutto bene a casa. C'era soltanto una preoccupazione: sua madre, quando lui era ancora un ragazzino, lo vedeva ammassare riviste sportive al punto che ormai la sua stanza era diventata un archivio puzzolente, un mix di pagine staccate e/o colorate per memorizzare i punti importanti sul quale non mancavano pedate, macchie di succo di frutta e altri impiastri: "Ma che fai? Smettila con quella cartaccia!" Marcelo era tuttavia un figlio esemplare: appena un po' più concentrato sulle cose rispetto ai suoi coetanei. I suoi fratelli, Rafael e Maria Eugenia, sono impegnati in politica. Marcelo ha giocato a pallone. Ma non è mai stato un fenomeno: "Ero una nullità". Se ne accorsero tutti, al Newell's Old Boys, lui compreso. "Tra l'altro cominciai anche troppo tardi". Aveva 15 anni. Effettivamente di solito si parte prima.

La carriera in panchina

Passare dall'altra parte della barricata non gli fu per questo difficile. Divenne tecnico delle giovanili dei Newell's e a seguire della prima squadra, con la quale vinse il Clausura del '92 (lo stesso anno dell'ultimo titolo del Leeds...).
Nel '98 diventa ct dell'Argentina rimpiazzando Passarella. Nel '99 sbroccò e se la prese con  l'arbitro dopo una partita di Coppa America contro la Colombia. Con lui, nel 2004, l'Argentina di Zanetti, Tevez, Mascherano e Abbondanzieri perse ai rigori la finale di Coppa America contro il Brasile di Adriano ma vinse l'oro olimpico: cosa che spinse, misteriosamente, Bielsa alle dimissioni. Per quattro anni ha esaltato la nazionale cilena, paese nel quale Bielsa divenne una star dal 2007 al 2011. Ha allenato il Bilbao, il Marsiglia, fece un gran rifiuto alla Lazio, di cui è stato ufficialmente allenatore per due giorni, nel 2016, è passato per Lilla. Infine il Leeds, dove ha attecchito la sua civiltà profonda, sempre meno incline al sussulto e alla demonizzazione del sistema, sempre più assertore del dettaglio e della meticolosità dei metodi d'apprendimento ("io imparo mentre insegno"). Se resterà il prossimo anno in Premier, e se i proprietari italiani del club (Andrea Radrizzani, della società di consulenza che ha lavorato per portare i Suning all'Inter quattro anni fa e che è anche proprietario della piattaforma tv Eleven Sports) gli regalano qualche giocatore, potrebbe essere uno spettacolo rivederlo misurarsi con i suoi pari, alla guida del Leeds perso e ritrovato.
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